I Tre Moschettieri- D’Artagnan di Martin Bourboulon

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Nel segno di una tradizione che, ciclicamente, viene riformulata dalle varianti estetiche e narrative dell’epoca contemporanea con cui si confronta, I tre moschettieri tornano a farsi cinema, secondo la logica di una già annunciata serialità (già  pronta la parte due) così come originariamente Alexandre Dumas aveva scelto di far circolare il proprio romanzo, pubblicandolo a puntate sulla rivista “Le Siècle” nel 1845.

Diretto da Martin Bourboulon , il film pilota di questa riedizione ha come sottotitolo  D’Artagnan , tutto focalizzato, ça va sans dire, sulla presentazione del giovane guascone immediatamente catapultato negli intrighi cortigiani del regno di Luigi XIII, dove si alternano intrecci mélo, intestine lotte pro o contro la corona finalizzate al conseguimento di un potere molto terreno e per niente spirituale, l’esplosione di tensioni sociali, politiche e religiose  guerre interne (il conflitto tra cattolici e protestanti)  ed esterne (contro l’eterno nemico anglais, l’impero britannico incarnato nella figura del potente duca di Buckingam).

E Bourboulon, consapevole del carico di immaginari anche cinematografici che questa storia si porta addosso vista la quantità di trasposizioni fin dai primordi (il primo adattamento è un cortometraggio diretto da Mario Camerini nel 1909), prova subito a scrollare la patina del tempo con un dinamismo vorticoso: una lunga panoramica avvolge lo spericolato ragazzo a cavallo che attraversa un campagna verdeggiante sotto il cielo reso plumbeo forse da qualche ritocco di computer graphic, verso uno scenario urbano notturno, piovoso, carico di un mistero tradotto in azione e non in parola. Si assiste quasi senza soluzione di continuità a fangosi duelli di spade e fumose sparatorie fatte di sguardi, respiri affannati e gesti muscolari intravedibili nella semi oscurità tra il patinato l’iperrealista e sotto il peso dei costumi iconici e già caratterizzanti questo o quel personaggio: il vilain e la sua banda di balordi, la dama misteriosa e il suo doppio, l’impavido sconosciuto, il cinico becchino. Un inizio che non offre  informazioni o spiegazioni, e che rimanda alla capacità dello spettatore di identificare gli stilemi di un racconto d’avventure così introiettato da essere divenuto il substrato di uno spazio semantico condiviso.

 Se non fosse abbastanza chiaro, prima che Charles D’Artagnan possa pronunciare per l’ennesima volta  il suo nome e cognome su uno schermo ancora grande (il respiro non sembra essere quello destinato alla frammentazione multitasking delle piattaforme), deve passare, dopo il primo convulso e mistificante match di incontri, attraverso un’ apparente morte, con conseguente sepoltura e resurrezione; e chissà se, restando in tema di contemporaneità, non ci sia una eco della famosa sequenza con la sposa tarantiniana seppellita viva e poi riemersa dalla terra in Kill Bill 2.

Si entra poi nel più convenzionale e illustrativo andirivieni tra la Storia e le storie, tra le dimensioni interscambiali dei vizi privati e delle pubbliche virtù, con gli altri tre moschettieri, a incarnarne lo spirito e le contraddizioni: Athos tra devozione regale e anarchia del potere, sottomissione e orgoglio,  Aramis in una combinazione di spiritualità e libertinaggio e il massiccio e tenero Porthos che pratica un pragmatico e carnale poliamore (” una coscia è sempre una coscia”,  dice a D’Artagnan confidandogli le sue preferenze sessuali sia maschili che femminili).

Ma su tutto aleggia un’atmosfera di doppiezza e ambivalenza che, seppur non diventando mai veramente sostanza, restituisce in superficie un’ impressione di svago di lusso, di disimpegno démodé dove la piacevolezza dell’insieme ha la meglio su un’inevitabile, strisciante sensazione di futilità/inutilità. In questo gioco di superfici e ammiccamenti, vengono comunque compiute delle scelte che vanno in una direzione diversa, ad esempio, dalla scanzonata e ironica versione degli anni ’70 firmata da Richard Lester. Se in quel caso il cineasta post free cinema riprendeva gli accenti più umoristici della scrittura di Dumas e ne faceva una maliziosa e gaudente ballata contro le doppie morali e il feroce classismo dell’epoca monarchica, Bourboulon è meno politico ma si prende più sul serio: sceglie una luce virata in grigio/marrone, e mette in rilievo l’identitario scontro fideistico tra Chiesa anglicana e Chiesa cattolica, con un sottofondo di cupezza e tensione  che sembra guardare alle cruente battaglie tra ugonotti e cattolici messe in scena da Patrice Chéreau  ne La regina Margot. Certo, mancano il sangue, il furore e la crudezza di quel film che eccedeva la confezione bon ton di un certo filone storico, seppur anche qui si spinga, per non soccombere a un manierismo di routine, nella direzione di un realismo stuntman, o quantomeno, la volontà di restituirne l’effetto (molto riuscita comunque la sequenza dell’attentato al re durante la celebrazione del matrimonio del fratello). Stessa sorte tocca alla figura dell’antagonista designata, la Milady preludio a tante signore dark che al contrario della giocosa e nevrotica Faye Dunaway lesteriana, (ri)vive nel carisma da fattucchiera della seduzione e dell’inganno di Eva Green. Una presenza che comincia ad insinuarsi evocativa e fantasmatica, in vista del prossimo episodio dove sarà protagonista assoluta,  che, un pò pretenziosamente, cita perfino  il Body double di  hitchockiania/depalmiana memoria, con tanto di quadro da donna che visse due volte. Su questa frequenza di melodramma noir c’è poi il ménage proibito tra la regina Anna e il duca di Buckingam, impresso sul volto tragico e antico con lampi di moderna irrequietezza di Vicky Krieps (anche lei contribuisce a riscattare un pó tutto da un orizzonte medio di fiera delle vanità in decadenza).

Una volta terminata la visione che sgonfia la grandiosità della parata spettacolare in un (sotto)tono meno fracassone, c’è poi l’inevitabile anteprima che fa da bande-annonce al  film successivo, in puro stile saga cinemarvel. E, contro ogni previsione, sopravvive  la curiosità per un to be continued…

In sala dal 6 aprile


Les trois mousquetaires-D’Artagnan – Regia: Martin Bourboulon; Sceneggiatura: Matthieu Delaporte, Alexandre de La Patellière dal romanzo omonimo di Alexandre Dumas; Fotografia: Nicolas Bolduc; Montaggio: Celia Lafitedupont; Musiche: Guillaume Roussel; Interpreti: Francois Civil,Vincent Cassel, Romain Duris, Pio Marmai, Louis Garrel, Eva Green,Vicky Krieps, Eric Ruf; Produzione: Dimitri Rassam,Ignacio Segura per Chapter 2, Pathé; Durata: 121 minuti; Origine: Francia 2023; Distribuzione: Notorius Pictures, Medusa.

 

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