Il cinema di Rocco Papaleo ha una caratteristica molto personale, che lo contraddistingue dal resto della tendenza prevalente del cinema italiano improntato sulla comicità e sulle performance degli attori/registi, un fenomeno che, specie in Italia, è altamente diffuso: travasando quella che è forse anche la sua maggiore qualità di interprete, Papaleo possiede una delicatezza stralunata, un dolce pudore che conquista senza calcare la mano della mascolina risata muscolare e sguaiata. Sensibilità femminile, si potrebbe dire, ma intesa nel vero e proprio senso di posizionamento e di prospettiva, di aggancio sempre mantenuto con la realtà. In questa sua quinta regia, Il Bene Comune, titolo più evocativo di quello che non appaia nel suo riferimento esplicito a una questione etica , il dare letteralmente spazio e ariosità all’interiorità di personaggi provenienti da una situazione estrema di soffocamento e repressione è la cifra più evidente e caratterizzante. La vicenda, basica negli elementi del racconto, ruota intorno alla figura forte ma pacata e paziente di Raffaella, attrice che ha fatto del proprio mancato successo non uno stallo o una frustrazione, ma una scelta di vita, spostando l’appagamento del proprio ego sull’attenzione e la dedizione nei confronti di altre donne; e l’elemento, diciamo così, anti narrativo in un’accezione classica è dichiarato già nella tipologia di laboratorio teatrale che la donna propone a quattro detenute di un carcere, in quanto si tratta di trovare una forma in un’esperienza sensoriale, incarnando un albero, e nello specifico il secolare Pino Coricato piantato sulla cima del massiccio del Pollino (in Basilicata, che è paesaggio geografico, genealogico e sentimentale per il nostro regista). Ovviamente ognuna di loro ha una storia che non viene semplicemente esposta ed inquadrata nell’ambito di un fatto detto o di un ricordo confidato: i vissuti passano attraverso i silenzi, le frasi accennate, gli svelamenti progressivi nella condivisione di un cammino, a tratti dagli esiti troppo programmaticamente edificanti, che restituisce a ciascuna lo spessore di un’appartenenza non più vincolante o costrittiva (non solo il carcere, ma anche la famiglia, il matrimonio, la società tutta).

E le resistenze, di partenza, sono eterogenee nella tipologia dei caratteri: Samanta, madre fino in fondo senza via d’uscita se non il crimine in un contesto domestico di violenza e di abuso, l’ambivalente, fin dall’identità norvegese e napoletana, Gudrun, indurita dall’abbandono e dal tradimento, Fiammetta, che ha trasformato in rabbia incendiaria il dolore per le sue aspirazioni di cantante, dunque per la sua voce interrotta, ed Anny, vicina alle generazioni più giovani, idealiste e in una ribellione che transita dalla virtualità della rete, che scopre la bellezza della vicinanza e del contatto dal vero. Contro campo di questa piccola e improvvisata comunità femminile è lo sguardo di Biagio, la guida turistica, ma anche cantastorie, testimone, altro da sé, che accompagna le esploratrici interpreti alla ricerca del suddetto pino e ne segue passo passo le digressioni, le fughe, gli smarrimenti necessari a ritrovarsi in scambi che non toccano però mai l’apice della tragedia, quanto quello del dramma intimista. Il filtro, assai garbato, dell’ironia stempera l’intensità nonostante alcuni picchi particolarmente intensi, come la sequenza nella quale Fiammetta vede bruciare nella consapevolezza di un pianto straziante la conseguenza del proprio trauma. Così anche le canzoni dalle quali è puntellato il viaggio, e proprio il personaggio di Fiammetta è interpretato da Livia Ferri, una vera cantautrice, rappresentano l’elaborazione di un dolore che, captato e scortato dalla presenza di Raffaella e poi di Raffaella con Biagio, viene condotto in una zona post traumatica che acquista mano a mano i tratti di uno scenario del cuore, depurato laicamente dalle scorie di una visione trascendente, di una consolazione calata da un qualche afflato spirituale o da una comunione di anime. Lo stesso Pino Coricato, sia nelle prime simulazioni che fa mettere in scena Raffaella durante il laboratorio, sia nella descrizione che ne fa sul campo Biagio, è attraversato da una tensione, da un protendersi, da una ricerca della luce solare come nutrimento per il radicamento e l’attaccamento, secolare d’altronde, al territorio. Non poteva che essere altrimenti: il bene comune di cui parla Papaleo non è infatti un valore astratto, oppure un non meglio definito precetto civico. È qualcosa di trasformabile e dinamico, che scorre dentro alle relazioni e si sposta dalla dimensione duale ( lo status di coppia viene qui piuttosto stigmatizzato in preferenza di una comunità allargata di affetti e di solidarietà) per abbracciare non un indifferenziato tutto, ma la ferita della prossima nostra. È la cura quotidiana, faticosa, “d’insuccesso” come la carriera d’attrice di Raffaella, ma imprescindibile nell’ottica di un bene che non è astrattamente più grande, ma concretamente più esteso.

Quello che però abbiamo inizialmente identificato come un pregio, ovvero la grazia e il pudore dello sguardo di Papaleo, rischia, però, di ritorcersi, proprio nel senso di ripiegarsi, in un sottotono che rasenta, se non proprio la monotonia, la medietà di un voler far rientrare ogni contraddizione dentro l’orizzonte, anch’esso comune, di un ottimismo, di una fiducia incondizionata, organismica, che ogni cosa andrà bene. Emerge comunque a tal punto un’onesta e una trasparenza che provoca una spontanea simpatia ed empatia, uno schierarsi senza ambiguità dalla parte di queste donne che contattano con la necessità di raccontare con i propri strumenti la loro storia. Imprescindibile il lavoro con le attrici e sulle interpretazioni, fin dalla scelta assai felice di Vanessa Scalera per il ruolo di Raffaella, in quanto dotata di quel carisma cristallino, di quella fermezza e stabilità della presenza (Papaleo le dà spesso una centralità nella composizione dell’inquadratura) mai contradetto o messo in ombra da un’aria, comunque sempre allertata e perfino minacciosa di dismissione, di febbricitante insofferenza verso ogni vincolo. Lo stesso Papaleo, e non poteva essere altrimenti, fa Biagio e inserisce in fondo i suoi grandi occhi spalancati di stupore e curiosità di regista direttamente dentro un personaggio demiurgo, che ascolta e guarda, accoglie e, gentilmente, suggerisce un tragitto. Tra le detenute spicca ancora una volta Teresa Saponangelo che aggira qualsiasi cliché o eccesso al quale il personaggio di Gudrun, la scontrosa e diffidente del gruppo, avrebbe potuto prestarsi, trovando la giustezza di un’espressione autentica e misurata. E lascia il segno anche il volto inquieto e inafferrabile di Andrea Fuorto nella parte di Luciano (il ragazzo “aiutante” di Biagio, che ne segue le tracce nel tentativo di dare un’impronta alla propria vitale e scomposta corsa) : un attore che ha riportato in evidenza la rappresentazione di un compresso e inevaso disagio giovanile, mostrato in varie forme (Patagonia di Simone Bozzelli, Ammazzare stanca di Daniele Vicari).
L’ulteriore nota di un film che vuole giungere al tempo di una quiete dopo la tempesta, giocando con le vampate di un fuoco tutto umano, evitando possibilmente di scottarsi troppo.
In sala dal 12 marzo 2025.
Il Bene Comune – Regia: Rocco Papaleo; soggetto e sceneggiatura: Valter Lupo, Rocco Papaleo; fotografia: Diego Indraccolo; montaggio: Mirko Platania; musica: Michele Braga; interpreti: Vanessa Scalera, Rocco Papaleo, Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Livia Ferri, Rosanna Sparapano, Andrea Fuorto; produzione: Massimiliano Orfei, Luisa Borelli, Davide Novelli per Picomedia, Less Is More Produzioni, PiperFilm; origine: Italia, 2026; durata: 103 minuti.; distribuzione: PiperFilm.
