Florence Pugh è stata spesso attrice protagonista di complicati thriller cupi, oscuri, ansiogeni. Dal terrificante e riuscitissimo Midsommar (Ari Aster, 2019) al ben più recente e meno efficace Don’t worry Darling diretto da Olivia Wilde, l’attrice ventiseienne di origine britannica ha indossato spesso i panni dell’eroina che, una volta scoperto il gioco oscuro celato dietro la realtà apparente, rompe l’ equilibrio di un sistema prestabilito.
Nel già citato film della Wilde, presentato nel corso dell’ultima edizione della Festival di Venezia, Florence Pugh, naturalmente dotata di un’intensa carica drammatica e di uno sguardo carismatico, interpretava il cambiamento brusco e repentino trasformandosi da moglie perfetta di un mondo “ideale” a donna dapprima lievemente sospettosa della situazione e poi in cerca della verità assoluta, che ovviamente si rivelava terribile.
Il prodigio, cupo thriller socio-culturale diretto dal regista cileno Sebastian Lélio e ambientato nella fosca Irlanda del 1862, è tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice dublinese Emma Donoghue e si focalizza sulla figura di Lib Wright (Florence Pugh, per l’appunto), un’infermiera coraggiosa e intrepida che viene reclutata per comprendere e interpretare il digiuno di Anna O’Donnell, una inquietante undicenne che non tocca cibo da circa quattro mesi. Il digiuno della ragazza agli occhi di tutto il paese sembra un vero miracolo e non mancano le visite da parte di curiosi, interessati a lei come fosse un fenomeno da circo.
E qui entra in gioco il complicato e irrisolto rapporto tra scienza e fede, o meglio tra conoscenza e credenze popolari.
Anna, la bambina del miracolo, sembra molto sicura di se stessa, prega ogni giorno tutti i Santi, che conosce alla perfezione. Sostiene di cibarsi solo ed esclusivamente di “manna dal cielo”, ma la verità del suo digiuno è molto più cruda, nasconde un terribile segreto che sa di violenza e brutalità e che non può essere rivelato. L’enigma rimane sigillato tra le quattro mura della modesta casa di Anna.
Autore di potenti ritratti femminili da Gloria (2013) a Una donna fantastica (2017), da Disobedience (2017) a Gloria Bell (2018), Sebastián Lelio costruisce nei dettagli un intreccio misterioso, puntando sui contrasti chiaroscurali delle atmosfere cupe delle Midlands, simbolicamente perfette per rispecchiare il fanatismo oscurantista di quel momento storico, intriso di bigottismo, di superstizioni e di credenze popolari.
L’oscurità è infatti l’atmosfera dominante e il motivo del digiuno di Anne sembra non voler trovare risposte: il mistero – che svelerà, come abbiamo anticipato, una verità inquietante – ci parla di un mondo poco evoluto, inquieto e ancora impreparato a trovare le giuste risposte a domande che non si vorrebbero affrontare, perché scomode o difficili da formulare.
Lib Wright, che ha subìto solo dopo due settimane di vita la perdita di un figlio e l’abbandono da parte del marito, è una donna emancipata che cerca di portare luce in quel mondo misterioso fatto di nebbia e di superstizione. Decisa, ribelle e moderna, la donna cerca di ripotare a galla la verità. A qualunque costo.
In Midsommar, che nei toni è vagamente somigliante a Il prodigio ma più cupo e dai contorni quasi horror, Florence Pugh era una ragazza fragile che sceglieva una realtà aliena e inquietante per liberarsi e spogliarsi di un lutto. Dani affrontava il dolore affogando la disperazione in una dimensione “dannata” e lontana dal quotidiano.
La Lib Wright de Il prodigio è invece una donna più consapevole, disposta ad affrontare la realtà e a correre il rischio di una verità scomoda. Un’interpretazione di una donna più lucida e matura per un thriller misterioso, inquietante e capace di catapultare lo spettatore in un’atmosfera mistica, esoterica e ansiogena.