Con Sciatunostro il regista agrigentino Leandro Picarella si fa narratore di un ‘coming of place’ senza rete, che rende viva e pulsante la memoria sovrapponendola a una storia del presente incarnata da due giovanissimi figli dell’isola (Linosa). Un racconto d’estate che sorge dalle profondità delle acque, sferza i venti, rimbalza sulle rocce e tra le case, tramutando il mezzo cinematografico in un archeologo dell’invisibile.
Leandro, sgombriamo subito il campo. Come per Segnali di vita, il tuo film precedente, chiedersi se quello che si sta guardando sia finzione o documentario è un falso interrogativo…
Leandro Picarella: Assolutamente. Direi che fin dalla sua invenzione il cinema ha oscillato tra questi due poli, arrivano i fratelli Lumiere, ed ecco, un momento dopo, materializzarsi Melies. Io lavoro precisamente sulla sovrapposizione di questi due approcci. L’obiettivo è sempre quello di spiazzare, di dare allo spettatore la possibilità di emozionarsi e quindi di liberarsi della necessità di decriptare la visione. In Sciatunostro le intenzioni sono subito messe in chiaro: mostro un collage di riprese amatoriali lontane nel tempo – e dunque, appunto, l’archivio, il documento -, ma ci monto sopra una musica che rimanda a epopee e avventure, che è cinema universale.
Appunto l’archivio e la figura di Pino Sorrentino, quest’uomo intento da sempre a catalogare e archiviare immagini, regista vivente della storia dell’isola.
Il videoamatore Pino mi ha subito fatto pensare a mio zio e mio cugino che ricordo sempre con la macchina da presa in spalla intenti a girare i loro ‘filmini’. Erano gli anni Ottanta ed era Agrigento. Ricordo il rituale, durante le feste, di riunirsi tutti per rivedere quello che era stato girato: per noi bambini era un momento magico. Per questo credo che l’archivio come strumento della memoria non si limiti ad aprire una finestra sul passato, ma sia essenziale per il nostro presente perché ci costringe a fare confronti, a vedere cosa siamo diventati adesso, quanto ci siamo allontanati da quello che eravamo. Non è solo nostalgia, ma riscoperta di un io antico che risuona nel nostro quotidiano. L’archivio è sempre visto come contraltare del tempo. Io invece avevo voglia di far vedere da chi provenivano le immagini, dare un corpo e una sostanza e quindi un riconoscimento.
Raccontare una storia stando su un’isola cosa ha voluto significare?
L’isola è lo spazio dell’universalizzazione. Come se tutto convergesse verso un unico punto. L’isola è il luogo dove la vita scorre a un ritmo diverso, che ti costringe a restare in ascolto. E il silenzio mentale che produce è come se accelerasse il tuo percorso di consapevolezza. Tutto ha una sua sostanza, una sua matericità e tutto quello che c’è da scoprire è lì, pronto per essere svelato.
Come ti sei imbattuto in Ettore e Giovanni, i tuoi due giovani protagonisti?
Li conosco da sempre, da quando sono nati. Ettore, poi, da quando è ad Agrigento ce l’ho sotto casa e vivo con partecipazione la sua crescita, lo vedo diventare grande e conservare la stessa freschezza mentale, la medesima curiosa intelligenza e ne sono felice. Giovanni l’ho beccato sull’isola. All’inizio era restio, aveva timore che la sua estate con l’amico potesse essere rovinata dalla mia presenza. L’impasse è stato superato nell’unico modo che conosco per lavorare con i ragazzi: aprirsi alla dimensione del gioco. Da quel momento Giovanni è stato il primo a presentarsi sul set, ogni giorno. In questo devo anche ringraziare le famiglie che hanno creduto in me e nel progetto e mi hanno affidato con fiducia i ragazzi.
Paolo Benvegnù in Cerchi nell’acqua recita “E fermarsi un istante/Per considerare/Che il respiro è un dettaglio/Che ci rende uguali”. Versi che sembrano avere un legame evidente con il titolo del tuo film.
Non tutti erano d’accordo sul titolo. C’è stata una discussione intorno alla scelta che per me, invece, è sempre stata l’unica possibile. E sì, sono d’accordo. Sciatunostro è un movimento ancestrale, l’atto di inspirare ed espirare collettivamente. E questo movimento è dell’isola stessa e sorge da quelle profondità silenziose che ritornano durante il film, quegli inabissamenti che sono viaggi nel tempo.
Guardando Sciatunostro mi è capitato di pensare al romanzo fantascientifico dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel (1940). Può avere un senso?
Non solo ce l’ha, ma è stato un libro che nel corso della realizzazione del film mi ha molto ispirato. E ti dirò di più. Del romanzo esiste una versione cinematografica dallo stesso titolo diretta da Emidio Greco che risale al 1974. Mi piacerebbe prima o poi realizzare una trasposizione da quel testo. Sembra qualcosa distante dal mio lavoro e invece è vicinissima. Per me il genere è terreno da esplorare. Le mie primissime fonti di ispirazione vengono da un fumetto, dall’indagatore dell’incubo, da Dylan Dog! Io amo i film mutanti, capaci di sorprenderti durante la visione. E sono sempre stato affascinato da quelli a episodi.

Tanti formati diversi nel film, il presente che racconti attraverso la tua mdp, i contributi pescati dall’archivio attraverso decenni diversi. Le immagini si susseguono e le tonalità delle visioni si modificano…
Volendo raccontare una storia nel tempo ero in cerca di un’estetica che potesse restituire questo movimento e che mi potesse ispirare. Ho preso spunto, ad esempio, dalle cartoline degli anni Settanta. Ho lavorato molto sulle saturazioni, la luce del sole è tanto più gialla nel passato, quanto biancastra nel presente. Ho cercato di restituire una colorimetria dello spazio.
Un’ultima estate prima che tutto cambi. Un grande racconto sull’amicizia. Nel tuo film se un protagonista parte con la promessa di tornare, un altro resta in attesa che la promessa si compia…
Sì. Nel senso che se la prima parte del film è un racconto a due voci, la seconda è un piccolo assolo. Penso che in una separazione le difficoltà maggiori le incontri sempre chi resta. Per questo non mi sono mosso. Non ho seguito Ettore, ma sono rimasto sull’isola, a osservare Giovanni, le sue giornate, la scoperta della macchina da presa, il suo nuovo modo di guardare le cose.
Abbiamo tutti un’estate nel cuore, quella che a ripensarla ci pare ancora adesso infinita. Qual è stata la tua, Leandro?
Credo fosse l’estate del 1996. Avevo undici anni. Ricordo questa nuova vicina di casa di cui mi ero perdutamente innamorato. La prima estate in cui ho cominciato a uscire da solo con gli amici. E poi la musica, i primi litigi. Tutto sbocciava attorno e dentro di me.
Al momento di salutarci Leandro Picarella ci tiene a fare una sottolineatura:
Sciatunostro è distribuito da PostMov, nuovo tassello dell’impegno cinematografico del Postmodernissimo di Perugia. I ragazzi hanno voluto che fosse il mio film a inaugurare questa loro nuova avventura e per me è stato naturale affidarmi. In questi anni l’intero collettivo non ha mai smesso di sostenere il mio cinema e per questo sento di doverli ringraziare”.
