Intervista al direttore della fotografia FEDERICO ANNICCHIARICO

Federico Annicchiarico ha curato la fotografia di innumerevoli film, documentari e videoclip musicali. Tra i suoi film come direttore della fotografia, ricordiamo: Bla Bla Baby (2021), Alida (2020), Paolo Conte, via con me (2020), A Tor Bella Monaca Non Piove Mai (2019), Storia di Nilde (2019), Dei (2018), Due piccoli italiani (2018), Wine to Love (2018), Taranta on the Road (2017), La terra dei santi (2015), Il ragioniere della mafia (2013), Cosimo e Nicole (2012), Ma che ci faccio qui! (2006).

Partiamo dalla formazione e dagli esordi.

Sono nato a Grottaglie (TA), e li ho studiato all’Istituto d’Arte. Dopo la scuola sono andato a Firenze per frequentare le lezioni di Scenografia all’Accademia di Belle Arti diplomandomi nel 2001. Una volta terminati gli studi accademici sentivo che mi mancava ancora qualcosa che evidentemente avevo solo dentro. In quel periodo ho capito che la fotografia era l’arte e la materia che volevo coltivare in maniera più profonda, anche perché, proprio durante il soggiorno fiorentino, durato circa sei anni, mi ero talmente appassionato alla materia da costruire una piccola camera oscura nella stanza da letto dell’appartamento in cui vivevo con altri studenti. Nel 2002 ho deciso di partecipare al concorso per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma al corso di Fotografia Cinematografica tenuti da Giuseppe Rotunno ASC AIC. Il concorso prevedeva diverse prove ad eliminazione diretta durate circa sei mesi. Mi ricordo che ero molto determinato nel voler superare tutte le prove per essere ammesso, anche perché ero a limite con l’età e non avrei avuto più la possibilità di poterci riprovare. Ma tutto è andato per il meglio, e dal 2003 al 2005 ho frequentato la scuola più bella del mondo! A proposito di esordi, nel 2005 ho avuto la fortuna di diplomarmi con un lungometraggio uscito anche in sala dal titolo Ma che ci faccio qui di Francesco Amato, anche lui allievo di regia al suo diploma, e tutto il resto del cast tecnico composto da allievi della scuola.

Continui a coltivare la passione per la Fotografia statica?

Si, porto sempre con me la mia macchina fotografica caricata con rulli b/n

Ti dedichi molto al bianco e nero, dunque?

Giusto, talmente tanto da non riuscire a fotografare a colori. È un mio grande limite, lo so, ma lo compenso con la fotografia cinematografica. Li il colore assume un significato diverso. Penso che questo mio limite derivi dall’ammirazione che nutro verso grandi maestri della fotografia: Henry Cartier Bresson, Robert Capa, Elliot Erwitt, Gianni Berengo Gardin, Fernando Scianna, Paolo Pellegrin e tanti altri.

Hai un progetto fotografico che ti piacerebbe seguire?

Sono anni in cui mi sono un po’ perso. Un po’ per il lavoro e un po’ per altro. Lo stimolo e la curiosità che avevo fino a qualche anno fa, ahimè si sono un po’ affievoliti, e se mancano quei due elementi è difficile progettare qualcosa di valido. Ma credo che prima o poi ritorneranno!

A proposito di Giuseppe Rotunno, cosa ha rappresentato per te quell’uomo?

“Peppino” guidava il treno su cui ho avuto la fortuna, ma anche la bravura di salire. È il famoso treno che passa una sola volta nella vita. Ti lascio immaginare cosa possa significare per me tutto questo. È stato un uomo che ha vissuto una vita piena di successi e riconoscimenti ricevuti da ogni parte del mondo, un pioniere del colore, ma nonostante tutto si è sempre contraddistinto per la sua smisurata umiltà. Per me è stato importantissimo stare a contatto con lui, sia come allievo durante gli anni del CSC, che come docente qualche anno dopo, sempre al suo fianco.

E per la fotografia statica hai avuto dei maestri?

Si, Ciro Quaranta, “il fotografo operaio”, un mio concittadino, al quale sono legato. Una persona straordinaria, anche lui dotato di un’umiltà sconvolgente. Ha fatto l’operaio in una grande industria legata al siderurgico di Taranto per tanti anni, e per tutti quegli anni aveva con se la sua Olympus OM1 con un 24 mm nel marsupio. Ha scattato e scatta tutt’oggi delle foto straordinarie dove composizione ed emozione sono in simbiosi completa tra loro. A lui devo tantissimo!

Tra la Fotografia statica e quella in movimento, cosa cambia dal punto di vista dell’approccio?

Entrambe raccontano per immagini. Cambia il modo di fruizione: quella in movimento ha bisogno di una sala cinematografica, e per vivere ha bisogno del buio intorno; La fotografia statica vive invece su carta e alla luce, negli spazi espositivi. L’immagine cinematografia è composta da un secondo elemento molto importante, il suono. Mentre invece per percepire il suono di una fotografia statica, quell’immagine deve piacerti a tal punto da portarti dentro di essa.

E nel tuo atteggiamento, nei due casi, cosa cambia?

L’immagine cinematografica è totalmente ricostruita: esiste la scenografia, esistono i costumi, esiste il suono e gli attori. Nulla nasce dal caso. La fotografia statica, per come la concepisco io, è esattamente l’opposto. Non c’è nulla di costruito, è puramente spontanea, devi essere solo nel posto giusto al momento giusto.

Hai iniziato a lavorare prima per i videoclip musicali o per i lungometraggi?

Dopo il film di diploma di cui ti raccontavo prima, che è stato il mio esordio, sono tornato per qualche anno a lavorare come aiuto operatore e successivamente come assistente operatore per qualche fiction. Ma non ero portato per quei mestieri secondo me difficilissimi! Quindi contemporaneamente cercavo di fare piccole esperienze da direttore della fotografia, su cortometraggi e con i primi videoclip musicali, e da li poi mi sono dedicato essenzialmente alla fotografia.

Nella tua carriera, si inserisce una lunghissima lista di videoclip musicali.

Lo devo a Mauro Russo, un mio amico regista che mi ha dato la possibilità di esprimermi tantissimo. Anche lui mio conterraneo. Appassionato di cinema Pulp, e col quale mi piace molto sperimentare.

L’ultimo film che hai girato?

È un film di Fausto Brizzi. Una commedia al quanto innovativa per il panorama italiano. Oltre ai protagonisti adulti che sono Matilde Gioli e Alessandro Preziosi, ci sono una banda di bambini poco più che neonati che parlano come se fossero adulti e ne combinano delle belle! È ancora in fase di postproduzione proprio perché ci sono innumerevoli scene piene di VFX.

Hai realizzato anche un documentario su Paolo Conte ( http://www.close-up.it/paolo-conte-…).

Su Paolo Conte e soprattutto con Paolo Conte! È stata un’esperienza davvero speciale e devo ringraziare il regista Giorgio Verdelli, un uomo con una cultura musicale infinita! Siamo stati diversi giorni a casa del Maestro immersi nelle colline astigiane, in Piemonte. Ma soprattutto abbiamo scoperto una persona davvero speciale, nei momenti di pausa ci suonava sempre qualcosa. È stato davvero emozionante! Il documentario è stato poi l’evento speciale al 78° Festival del Cinema di Venezia, oltre a fare per una settimana intera sold out in tutte le sale cinematografiche d’Italia.

A cosa stai lavorando attualmente?

Ad una serie per Amazon prodotta da Palomar tratta dai racconti di Alessandro Robecchi, per la regia di Roan Johnson.

Hai altre serie che possiamo vedere?

A breve uscirà una serie che ho girato l’anno scorso dal titolo L’Ora – inchiostro contro piombo . Ambientata nella Palermo degli anni 50’, racconta la storia di un gruppo di giornalisti che per primi hanno avuto il coraggio di denunciare vicende mafiose, capitanati da un altrettanto direttore coraggioso interpretato nel nostro caso da un bravissimo Claudio Santamaria. È stato un lavoro impegnativo girato da ben tre registi: Piero Messina, Ciro D’Emilio, Stefano Lorenzi, condiviso con un altro mio collega direttore della fotografia, Fabrizio La Palombara.

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