Stowaway – Estraneo a bordo

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Regista e musicista brasiliano di 33 anni, Joe Penna, al suo secondo film sul tema della sopravvivenza – il primo Arctic del 2018 ci mostrava un Mads Mikkelsen moderno Robinson Crusoe perso tra i ghiacci dell’Artico – prosegue l’indagine sulla forza del singolo alle prese con i travagli della sopravvivenza in un ambiente ostile e nel momento quando, come esseri umani, potremmo essere chiamati a scegliere tra noi e la comunità.

Il rinnovato interesse per l’esplorazione spaziale di questi anni, dalle imprese, in parte reali in parte social, di Elon Musk alle nuove missioni Nasa in programma per questo decennio, dalle astrostar alle scelte storiche di aprire alle compagnie private, ha indubbiamente avuto un effetto anche su una branca tutta nuova del cinema di fantascienza.

Stowaway – Estraneo a bordo (in esclusiva su Netflix) rappresenta un tentativo elegante di combinare le visioni di un futuro possibile e prossimo venturo, in questo caso missioni umane su Marte, con l’indagine sociologica e umana, tipica di uno dei periodi più floridi della fantascienza, ovvero quegli anni ‘70 tra lo straordinario 2001: Odissea nello Spazio e l’avvento della saga di Star Wars , quando distopie sociali e guerre atomiche erano sì centrali, ma solo in funzione dell’agire dei personaggi. Mentre in campo letterario è stata essenziale la fantascienza sociologica e politica di James Ballard.

Ma torniamo al film: tre scienziati, interpretati da Toni Collette, Anna Kendrick e Daniel Dae Kim, diventati astronauti per una immaginaria Compagnia spaziale di nome Hyperion, scoprono un clandestino a bordo, l’ingegnere Michael Adams (Shamier Anderson), bloccato lì non proprio volontariamente, durante una lunghissima missione che li condurrà sulla colonia di Marte. Purtroppo la Compagnia ha riservato il minimo ossigeno necessario per tre persone e, complice una falla a bordo, i quattro dovranno capire se è possibile sacrificare uno di loro per salvare tutti.

È chiaro che non ci troviamo di fronte a minacce aliene o a barocche space-opera, ma dentro una strettissima astronave, simile alla reale ISS, dove tutto si calcola sul cuore, sul braccio e sulla mente degli esseri umani. Abbiamo un equipaggio di persone normali, spaventato e anche sofferente fin dall’inizio, mai felice, che ricorda in parte i coloni della serie Mars prodotta da National Geographic (che consigliamo di recuperare a tutti i costi), tre persone in sintonia col clandestino perché le differenze tra loro sono azzerate, tutti insieme stanno facendo un salto nel buio per conto di una Compagnia su cui non possono fare nessun affidamento. Il misterioso contatto con la Hyperion, infatti, è solo una voce che sentiamo a malapena bisbigliare nelle comunicazioni con il comandante Toni Collette. Non si fatica, perciò, a trovare dell’empatia con questi personaggi, anche se le loro caratterizzazioni non sono disegnate in modo del tutto convincente.

Qui manca la fiducia positivista nelle capacità del genere umano come specie che si unisce nel momento del bisogno. Qui c’è solo il singolo e le sue capacità fallibili. D’altronde non potrebbe essere altrimenti, la visione dell’esplorazione spaziale di Penna fa presagire una vittoria degli interessi economici sulla vita delle persone. La Hyperion non è la Nasa, non c’è traccia di Tom Hanks e di un problema che Houston riesce a risolvere, Toni Collette e i suoi compagni non sono eroi celebrati come Neil Armstrong e Valentina Tereškova né Luca Parmisano o Samantha Cristoforetti.

Il giovane autore brasiliano dirige questo Kammerspiel di Sf con mano solida e ci colpisce per uno stile fluido e ben calibrato. Una piacevole sorpresa specialmente nei tempi del montaggio. Basti vedere la prima scena, un esempio di bravura registica dove una partenza spaziale con destinazione Marte è scevra di qualsiasi elemento epico e il crescendo è sviluppato solamente dall’interno di una stretta cabina tremante e rumorosa con un macchina da presa fissa sui volti tesi dell’equipaggio. Già da subito si capisce che l’interesse di Penna è per le persone, di tipo antropologico. Tutta la prima sequenza fino all’arrivo del clandestino prende i suoi tempi al montaggio, cosa che sarà ripetuta anche nella sequenza di una pericolosa quanto necessaria “scalata” esterna. Va dato atto alla produzione di non aver voluto rendere il ritmo veloce a tutti i costi, nonostante l’uscita su una piattaforma streaming, scelta che avrebbe snaturato la natura quasi realista e razionale di questo film di fantascienza.

Al netto delle buone intuizioni registiche e alla scelta, non scontata, di usare degli ottimi effetti visivi per mostrarci il sense of wonder, ovvero quel misto di meraviglia e paura che lo spazio ancora riesce a darci, non si può non notare una certa pigrizia nella risoluzione del nodo narrativo finale. Qualcosa che ovviamente non sveliamo ma che in parte non ci lascia pienamente soddisfatti, perché innaturale, molto poco motivato e, va detto, prevedibile, ancora di più se paragonato alla felice idea di tornare a una fantascienza umana, non da supereroi.

In definitiva Stowaway – Estraneo a bordo rimane, però, malgrado delle ombre, un film inaspettato, sorprendente, pronto a piacere a tanti, un riuscito e un po’ anomalo esempio di una buona fantascienza contemporanea.


Stowaway – Estraneo a bordo – Regia: Joe Penna; sceneggiatura: Joe Penna e Ryan Morrison; fotografia: Klemens Becker; montaggio: Ryan Morrison; musica: Volker Bertelmann; interpreti: Toni Collette (Marina Barnett), Anna Kendrick (Zoe Levenson), Daniel Dae Kim (David Kim) Shamier Anderson (Michael Adams); produzione: XYZ Films; origine: Usa 2021; durata: 116’.

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