Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese (Roma 7 – 15 aprile 2026): Intervista su L’affaire Bojarski di Jean-Paul Salomé

L’Affaire Bojarski è uno dei film presentati al Festival “Rendez-Vous 2026”. È la storia di un rifugiato polacco nel secondo dopoguerra che si è contraddistinto come il miglior falsario di sempre. Abbiamo posto alcune domande riguardo al film al protagonista Reda Kateb e allo sceneggiatore e regista Jean-Paul Salomè.

Bojarski
                      Reda Kateb

C’è una gestualità ripetuta che contraddistingue il personaggio del falsario: l’atto del fumare. Dal punto di vista psicologico, poi, assistiamo inoltre ad un’evoluzione: col trascorrere degli anni vediamo il protagonista diviso tra la necessità e l’amore per la compagna, interpretata da Sara Giraudeau. Come hai lavorato per prepararti al meglio? Quali sono state le difficoltà che hai riscontrato nella costruzione del personaggio?

Reda Kateb.: Per quanto riguarda l’aspetto preparativo e tutto quello che era legato alla gestualità, non tanto il fumo in quanto ero già un fumatore, quello che mi è piaciuto fare è stato riprodurre i gesti del suo lavoro: un aspetto che non era particolarmente sviluppato nella sceneggiatura originale. Ho voluto mettere in risalto quest’uomo nel suo atelier, da solo, mentre fabbrica coi suoi macchinari il denaro falso.
Trovo che ci siam dati lo scopo di rappresentare e narrare questo aspetto nel film, anziché concentrarci sulle indagini della polizia, roba che può anche risultare più prorompente. Questa gestualità mi ha fatto stare bene e ho pensato che probabilmente in tutta quella ripetizione si sentisse bene anche il mio Bojarski. Per me, è stato una figura molto ricca: non mi è mai successo di interpretare un personaggio con una vita amorosa di 20 anni, un ruolo di coppia che dura così tanto. Poi, c’è anche il rapporto con il segreto, ma anche con l’idea di riconoscenza. L’aspetto visivo è molto importante: i gesti e gli sguardi contraddistinguono il linguaggio visivo del cinema. 
Cosa ti senti di avere in comune con il personaggio di Bojarski? Ci sono alcuni aspetti che senti di condividere con lui?
Reda Kateb: Sì, anche se è difficile per me precisarlo. Probabilmente il fatto di amare quello che faccio, per la cosa in sè e non per quello che può fruttare o rendere. Ho fatto l’attore per tanti anni senza trarne alcun guadagno e questo mi ha consentito di amare davvero questo mestiere. Ed è un po’ quello che capita anche a Bojarski: è più interessato al risultato estetico, che al valore di ciò che falsifica.
Jean-Paul Salomè, nel caso del tuo film, il crimine è legato alla necessità, ma anche ad un senso di esclusione repressa. Della riflessioni sul crimine le abbiamo già viste,  a suo tempo, nel tuo poliziesco La Daronne (La padrina – Parigi ha una nuova regina, 2020). Potremmo cogliere dei parallelismi con l’attuale problema dell’ immigrazione. Cosa desideri che arrivi al tuo pubblico?
Bojarski
                            Jean Paul Salome
Jean-Paul Salomè: Ma in realtà il mio cinema non vuole essere un “manifesto politico”, anche se in realtà non voglio scollegarmi totalmente dalla realtà di oggi. Come accadeva in La Padrina, avevo mostrato dei giovani provenienti dal tessuto degli immigrati che spesso non trovano un ruolo nella società e che finiscono per deragliare verso il traffico della droga. Quando mi sono interessato a questa storia di Bojarski, invece, ho visto subito che l’origine polacca lo ravvicinava a tante popolazioni che sono emigrate nel secondo dopoguerra, forse per ragioni economiche o perché vivevano in regime dittatoriale: spagnoli o italiani. Sono elementi che esistono nel film e che non ho voluto cancellare. Ho voluto conservarli, senza però farne un elemento politico portante. Il cinema deve essere uno strumento per percepire qualcosa: più è realizzato in una maniera sottile e leggera, meglio viene percepito dallo spettatore. Poi c’è gente che fa un cinema politico e va benissimo ma io non desidero sventolare una bandiera piuttosto che un’altra.

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