Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese (Roma 7 – 15 aprile 2026): L’affaire Bojarski di Jean Paul Salomé

Jan Bojarski, il falsario di banconote realmente esistito che divenne un vero e proprio caso investigativo nella Francia tra la fine della Seconda guerra mondiale e i primi anni ’60, sarebbe stato un personaggio perfetto per un film di Orson Welles e per la sua riflessione sul rapporto tra falsità e autenticità per quanto riguarda l’arte, esplorato con tanta inventiva metalinguistica in F for Fake, prototipo di commistione di documentario e finzione, storia e immaginazione. Bojarski ( interpretato dall’ intenso volto asimmetrico di Reda Kateb) venne infatti definito dalla stampa francese il “Cezanne della contraffazione”, in quanto la sua capacità di riprodurre l’originale della moneta cartacea superava la meticolosità e la cura dell’imitazione eccelsa, e trasudava un’ispirazione più profonda, personale, sentita, da vero artista. Jean Paul Salomé, il regista de L’affaire Bojarski, non possiede ovviamente la stessa chiaroscurale densità del titanico cineasta americano nello scandagliare i sensi e i contro sensi, le ambiguità e le stratificazioni di una vicenda privata e pubblica di questa portata. L’andamento, soprattutto nella prima parte, segue il racconto lungo la cronologia e robusta struttura di più generi contaminati (film biografico, film di gangster, noir, melodramma familiare). La vita di Bojarski ha attraversato in fondo tutte queste tappe: ingegnere polacco sfuggito alla prigionia in seguito alla cattura degli ungheresi dopo essersi arruolato nell’esercito, trovò rifugiò in una Francia tumultuosa e segnata dai conflitti sociali delle macerie post belliche; un paese capace di essere ancora sciovinista e fortemente diffidente nei confronti degli stranieri, tanto da non consentire a Jan di poter mettere a frutto in maniera emersa e legale la propria eccezionale ingegnosità.

L’unico contesto disposto ad accettare le sue spregiudicate invenzioni è il sottobosco della piccola e media criminalità, all’interno del quale questo schivo e riflessivo individuo costruisce dei macchinari tecnologicamente avanzati, in grado di stampare in serie i soldi da lui accuratamente ricreati e poi messi in circolazione, creando un tilt, un corto circuito socioeconomico tra valore autentico e valore artefatto. Quando perde anche questo banco , Bojarski, che per evitare di essere catturato o ucciso si nasconde sotto un tombino, non abbandona quel solo brevetto che è riuscito a sperimentare con successo. Comincia ad agire in solitaria, allestendo il proprio laboratorio e, messo alle strette, arrivando a coinvolgere la moglie francese che una volta compreso il mistero e il silenzio intorno alla sua professione, continua ad amarlo nonostante, cercando di tenere insieme lo status apparente della buona borghesia di provincia, con l’antro quasi blindato di quella piccola fabbrica a gestione familiare di denaro simulato. La parte più convincente arriva proprio nel momento in cui avviene questo ripiegamento sempre più ossessivo e maniacale del solitario falsificatore, che corrisponde, per contrappasso, al periodo di maggior circolazione delle sue sublimi banconote e alla ricerca più ostinata, da parte delle forze dell’ordine, della sua identità sapientemente dispersa nell’anonimato dei sobborghi. Dopo i colori lividi e asciutti del periodo della collaborazione con la criminalità organizzata, Salomé introduce quasi impercettibilmente un’opacità sempre più tendente verso il grigio di un’esistenza non trattata secondo la wellesiana concezione di mettere in risalto la luccicanza dell’atto straordinario in mezzo all’invisibile ordinarietà del quotidiano agire umano (per cui il falso diventa il doppio, l’eccedente, lo strabordare dai limiti del lecito appropriandosi indiscriminatamente di tutto ciò che è stato o che potrebbe essere creato); con una prospettiva prettamente, ma anche pertinentemente psicologica, il Bojarski qui rappresentato è costantemente dilaniato da una dilaniante mancanza, e da una compulsiva ricerca, di riconoscimento forse neanche o non solo legato all’aspetto sociale, visto che, seppur con l’inganno, era riuscito a costruirsi una parvenza di rispettabilità agli occhi degli altri. È in fondo un uomo che si ritrova senza appartenenza, un esule che non ha neanche il tempo per elaborare e per rivendicare la perdita delle proprie origini, ridotte a un certo punto a un adattamento del cognome in un suono e in una dicitura più francesi.

L'affaire Bojarski
                            Reda Kateb

In L’affaire Bojarski la contraffazione non rappresenta per il protagonista solo uno scopo, una funzione, un’utilità. È stata l’esaltazione e insieme il crogiolo di una vita, il lavoro duro, quotidiano, amanuense e materiale riversato poi, una volta scoperchiato il vaso di pandora incastonato nel cortile di casa, in una celebrazione mass mediatica che ne ha fatto un caso o, appunto, un affaire. Il dinamismo intorno allo statico e ripetitivo nucleo operativo di Bojaraski, è nevroticamente incarnato dalla figura del commissario Mattei (Bastien Bouillon, in un ruolo di tenace segugio non dissimile da quello sostenuto in La notte del 12 di Dominik Moll) , che contrappone all’ossessione sotterranea di riconoscimento del suo ricercato, l’ambizione altrettanto ossessiva di identificarlo e catturarlo, intuendone, oltre la superfice criminale, l’integrità e il rigore. E i confronti tra di loro, una prima volta in cui Mattei è inconsapevole di trovarsi di fronte a Bojaraski e poi il momento dell’arresto, sono delle sequenze cariche di quella malinconia e di quello struggimento che si potrebbero provare quando ci si rende conto di trovarsi in presenza di un amico mai incontrato e poi perduto; uno scenario fumoso,  fantasmatico, già post, con il ricordo dei tratti concreti e cesellati di due caratteri logorati dentro la ripetizione del proprio ruolo di guardia e di ladro, nonostante delle tensioni e delle risonanze più divergenti rispetto al copione istituzionale. In questo aspetto, si sente un ricordo del cinema di Bertrand Tavernier, in particolare il simenoniano L’orologiaio di Saint-Paul, altrettanto laborioso e metodico, ma in un’accezione esclusivamente virtuosa, e con la stessa necessità di controllare e sublimare le emozioni inespresse e nascoste operando, simbolicamente, sul potere del tempo (mentre Bojarski penetra di fatto in quello economico di un intero paese e ne stravolge la percezione del possesso e del consumo). La chiusura sulle immagini di repertorio del vero Bojaraski al lavoro nella sua stamperia di duplicati, non risulta allora una postilla applicata per dare legittimità e verosimiglianza a quanto appena visto ma, nella sua sgranata resa di pellicola d’epoca convertita in digitale, sintetizza il senso di un processo che ha trasfigurato il terrore di rimanere un completo sconosciuto nella prova filmata e riscontrabile di qualcosa di incontestabilmente e autenticamente avvenuto.

Di prossima uscita in Italia.


L’Affaire Bojarski  – Regia: Jean Paul Salomé; sceneggiatura: Bastien Daret, Delphine Gleize, Jean Paul Salomé; montaggio: Valérie Deseine; musica: Mathieu Lamboley; interpreti: Reda Kateb, Sara Giraudeau, Bastien Bouillon, Pierre Lottin, Quentin Dolmaire, Lolita Chammah, Camille Japy, Arthur Teboul; produzione: Le Bureau, Les Compagnons du cinéma; origine: Francia, 2025; durata: 128 minuti.; distribuzione: Movie Inspired

 

 

 

 

 

 

 

 

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