Jang-e-Jahani sevom (World War III) di Houman Seyyedi

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Si è diviso i premi della sezione Orizzonti con Vera  l’originale film iraniano  Jang-e-Jahani sevom  (titolo internazionale World War III) dell’eclettico regista Houman Seyyedi che all’età di 42 anni vanta già una cospicua filmografia come attore, sceneggiatore, montatore e regista (questo è il suo sesto lavoro per il cinema, ma si legge anche di una molteplice attività per la TV e per il Web). A Venezia ha vinto meritatamente il premio per la regia e il premio come migliore attore, attribuito al protagonista Mohsen Tanabandeh, che avevamo visto e apprezzato in Un eroe, l’ultimo film di Asghar Farhadi.

Se i film di Farhadi si svolgono tipicamente all’interno del variegato e contraddittorio universo borghese, World War III racconta un mondo derelitto con derive di illegalità, e lo fa – pur all’interno di un plot non privo di invenzioni a cui qua e là altrove si stenterebbe a credere – con un livello di paradossale plausibilità a tratti sorprendente.

Al protagonista Shakib, appunto Mohsen Tanabandeh,  succede qualcosa di non troppo dissimile a quel che succedeva ottanta anni fa al barbiere ebreo di The Great Dictator, pur con esiti alquanto diversi. Reduce da un lutto tremendo (ha perso moglie e figlio in un terremoto, viene anche accusato di averli lasciati soli, in realtà al momento della catastrofe, dice, lui non era in casa), Shakib si è messo con una prostituta (o ex-prostituta) sordomuta con cui comunica arrangiandosi nella lingua dei segni che conosce avendo a sua volta avuto i genitori affetti dalla stessa disabilità. Shakib – come nelle prime scene di Ladri di biciclette – va ogni mattina in uno stradone a vedere se c’è lavoro, e come Antonio lo trova. Non deve attaccare manifesti cinematografici, ma deve aver a che fare direttamente con il cinema, ovvero contribuire a costruire un campo di concentramento nel set di un film sulla shoah che da quel poco/molto che si vede sembrerebbe una solenne puttanata. A un certo punto, sicuramente per questioni di budget, gli operai vengono dotati di uniforme a strisce e riciclati come prigionieri. A chi legge il compito di pensare a tutte le possibili associazioni con film sulla shoah che, per una ragione o per l’altra, finiscono per adire a una modalità comico-paradossale. Fatto sta che quando l’attore principale, che interpreta Hitler (Hitler? Ha mai visitato un Konzentrationslager?), crolla a terra vittima di un infarto, non si sa come mai ma è proprio Shakib (che a detta del regista aveva un certo non so che, una certa luce, certamente non una somiglianza) colui al quale viene chiesto di interpretare il dittatore.

Interpretare colui che per antonomasia rappresenta il Grande Male può trasformarsi in Shakib nel suo contrario, può cioè rivelarsi un Grande Bene, visto che da uomo di fatica il protagonista del film si trasforma in protagonista del meta-film e ha la prospettiva di un guadagno per lui del tutto inedito. Dopo qualche esitazione, l’uomo accetta, si sottopone al make-up e recita le prime scene: quando deve parlare gli dicono di limitarsi a dire: “uno, due e tre” (che sia l’ennesima citazione? può darsi, il fatto che a un certo momento lui e la compagna bevano Coca Cola…). Ah già, la compagna. Shakib le racconta della fortuna che gli è toccata e le dice di raggiungerlo, senonché l’uomo deve nascondere la presenza di Ladan a tutto il cast e anche ai due magnaccia che la perseguitano, che li perseguitano. Mi fermo qua nel racconto del plot, perché il film va avanti per almeno un’oretta scarsa, trasformandosi in un’autentica tragedia che non rivelerò perché non mi stupirei se, dato il premio ricevuto, il film venisse distribuito anche in Italia.

World War III  è un film, come spesso accade alle opere iraniane, sul destino e sulla sua ineluttabilità: la fortuna sembra arridere al protagonista, ma lui abituato com’è ai suoi rovesci, la accoglie senza entusiasmarsi più di tanto, troppe ne deve aver attraversate per entusiasmarsi davvero e infatti quel che gli accade da lì in avanti non fa altro che confermare il suo scetticismo di fondo, pur nella sua capacità, in fondo ingenua, di amare. Una capacità che si rivelerà fatale per lui e per lei. E il Grande Amore si trasforma in Grande Odio, Shakib finisce per assomigliare sempre più al personaggio che rappresenta.

Nella seconda parte il film si aggroviglia un po’ troppo su se stesso. Se vogliamo è questa la differenza fra i capolavori di Farhadi dove la sceneggiatura non sbaglia un colpo, e questo notevole film decisamente imperfetto. Per capire le ragioni del titolo bisogna vedersi tutto il film e il metafilm, che a tratti ricorda, vuole ricordare, soprattutto in una sequenza che non racconteremo Inglorious Bastards.


Jang-e-Jahani sevom  (World War III)  – Regia, montaggio, produzione: Houman Seyyedi; sceneggiatura: Houman Seyyedi, Arian Vazir Daftari, Azad Jafarian; fotografia: Payman Shadmanfar; interpreti: Mohsen Tanabandeh (Shakib), Neda Jebreili (Ladan), Navid Nosrati (Navid Nosrati, il regista); origine: Iran 2022; durata: 107′. 

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