La tana di Beatrice Baldacci

  • Voto

Cosa succederebbe se Éric Rohmer tingesse d’ombra le sue estati senza tempo? È ciò che, almeno in apparenza, pare chiedersi la giovanissima Beatrice Baldacci, qui alle prese con il suo primo lungometraggio. Le sequenze iniziali ci riportano in una terra di nessuno cronologicamente disancorata dal nostro spaziotempo, sospesa in un limbo tra racconto morale e spauracchio per bambini. Giulio (Lorenzo Aloi),l’ingenuo protagonista della nostra fiaba nera, si muove quieto fra le mura della casa materna, sorta di feudo nel quale ogni rito è destinato a ripetersi con rassicurante ridondanza. Perfino le stagioni non sembrano progredire: gli alberi, la villa, i campi da arare, i fiori amorevolmente vezzeggiati nel giardino sul retro, la vecchia quercia e il rifugio nascosto fra i suoi rami sono gli unici punti cardinali che delimitano lo strano microcosmo in cui i personaggi si disperdono.

La tana è già, di per sé, un titolo parlante: la cinepresa viene rinchiusa in un nulla indefinito e claustrofobico, nel quale passato e presente si annullano. È come se l’autrice cercasse di conferire uno spessore concreto all’inquietante malinconia che accompagna i ricordi d’infanzia. Giulio, infatti, non si è mai separato dal suo tiepido nido: coccolato dai genitori, accudito dalla natura e dal sole caldo, il ragazzo trascorre le sue giornate lavorando nell’orto, mangiando crostate fatte in casa e osservando il cielo cambiare colore. A tale luminosa monotonia, dolore e sofferenza non hanno accesso. Forse.

Guarda caso, proprio all’alba dei diciotto anni, una minacciosa quanto seducente oscurità cala sulla familiare piattezza che circonda il fanciullino. Si tratta di Lia (Irene Vetere), bizzarra presenza dagli occhi di ghiaccio destinata a stanare il piccolo Giulio e a trascinarlo fuori dal buco nel quale è rinchiuso. Questa curiosa Fata Morgana, proveniente da una dimensione indistinta che precede la nascita del protagonista, s’insinua all’improvviso nel casolare accanto, un po’ nello stesso modo in cui la volpe s’acquatta fra i cespugli in attesa di dare il via alla caccia. Lui la scruta inerme, e fra i due si stabilisce un misterioso rapporto preda-predatore, regolato dall’angosciante assioma “io comando, tu esegui”. Così, la bizzarra coppia s’avventura alla scoperta dell’età adulta, riformulando il gioco puerile attraverso un lessico più articolato e complesso.

Mai, neanche per un solo istante, pensiamo che si tratti di apprendimento: Lia e Giulio si limitano a reinterpretare gli sconclusionati dettami che regolano il mondo sottosopra della prima adolescenza, il loro approccio all’emancipazione si rivela ancora troppo goffo e farraginoso per essere davvero preso sul serio. Di fronte all’affettuosa e perversa alchimia generatasi dall’incontro dei nostri eroi in miniatura, non possiamo che sentirci a disagio – e la regista lo sa. Il linguaggio da lei utilizzato è volontariamente criptico, gli attori lasciano i loro sosia cinematografici liberi di rincorrersi, respingersi, ritrovarsi. Ma le metafore utilizzate risultano infine abbastanza scontate e talvolta stucchevoli: lui, incarnazione per antonomasia della purezza e del torpore infantile, si fa sedurre da lei, precoce educatrice cresciuta controvoglia e in fondo inadatta al ruolo pedagogico attribuitole. Non lasciatevi ingannare dalla speranza che le lacune dell’uno si possano colmare nell’altro, il frutto di questa unione sarà soltanto un grande e intricatissimo guazzabuglio.

Per quanto ci riguarda, il vero enigma del film rimane legato agli ultimi tre quarti d’ora, e in particolare al momento in cui i riflettori si spostano su un terzo personaggio: si tratta dell’esangue madre di Lia (Hélène Nardini), eterna prigioniera di un male senza nome e figura genitoriale diametralmente opposta (chi l’avrebbe mai detto!) all’universo bucolico di Giulio. Non si capisce tuttavia per quale assurdo motivo gli sceneggiatori si siano sentiti in dovere di svelare il segreto, di spiegare la metafora, di glossare l’intuizione. Il secondo atto della pellicola è interamente rivolto al rapporto fra la figlia tutrice e il suo spettro materno, la cui assenza-presenza giunge ad infestare l’intero teatro: a questo punto la pellicola passa la palla a Lia, i toni si fanno cupi e forzatamente drammatici, il breve idillio pastorale sparisce come per incanto e lascia il posto alla tragedia, mentre il povero Giulio viene sospinto sullo sfondo di un dramma familiare tutto sommato fuori luogo. L’impressione è quella di sfogliare un racconto d’estate fra le cui pagine un bambino si sia divertito a scarabocchiare le proprie fantasie, cancellando e stropicciando buona parte del romanzo originale. L’opera possiede lo sgradevole fascino di un “fiore brutto”: dovrebbe avere altre sembianze ma, per qualche ragione che nemmeno riusciamo ad afferrare, si lascia contemplare così com’è.


Cast & Credits

La tana  –Regia: Beatrice Baldacci; sceneggiatura: Edoardo Puma, Beatrice Baldacci; fotografia: Giorgio Giannoccaro; montaggio: Isabella Guglielmi; interpreti: Irene Vetere (Lia), Lorenzo Aloi (Giulio), Helénè Nardini (madre di Lia), Elisa Di Eusanio (madre di Giulio), Paolo Ricci (padre di Giulio), Federico Rosati (Il dottore); produzione: Lumen Films; origine: Italia 2021; durata: 88’.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *