Le favolose di Roberta Torre

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Tra i colori e le coreografie parafrasate in versione intimista di un film con Ester Williams  ( la famosa star nuotatrice di tanti musicals della Hollywood classica) entrano in scena Le favolose, le cinque donne trans al centro del film di Roberta Torre, che le filma nel prologo dentro immagini virate da un effetto in super 8, una prospettiva che ne annuncia già la cifra predominante : la lente attraverso cui si guardano e si lasciano guardare è quella della memoria, intesa non solo come stato cristallizzato e confinato in un passato più o meno prossimo, ma come processo da (ri)mettere in scena nel presente,  per tracciare  la linea sottile che separa la verità dalla mistificazione e l’ evanescenza dalla concretezza . Non un tentativo di sintesi quindi, quanto un’espansione di senso rispetto al racconto della realtà. Un approccio libero e gioiosamente anarchico verso il cinema che la Torre prova a portate avanti fin dal suo esordio, l’acclamato Tano da morire, dove contaminava l’attualità della cronaca su un delitto di mafia con elementi estetici e narrativi rielaborati dalla cultura rap, neomelodica e del videoclip. E se in quel caso c’erano attori e attrici non professionisti trasformati nei protagonisti di una vicenda ispirata a un fatto realmente accaduto, questa volta il confine tra persona e personaggio, tra il momento in cui termina la narrazione autobiografica e comincia l’affabulazione dell’immaginario, è diluito in un’indistricabile atmosfera di intensità e divertimento e affidato ad una sorta di trasfigurante realismo magico.

Perché in fondo Porpora, Nicole, Sofia, Sandeh e Mizia, ognuna con la proprio peculiare personalità, hanno fatto dei propri corpi, irriducibili a qualsiasi definizione binaria, delle entità pulsanti e provocatorie di desiderio e rivoluzione. Corpi abusati, feriti e mortificati dalla violenza di un maschile più attratto ma anche più feroce nei confronti di una bellezza così afferrabile e così sfuggente , e poi glorificati fino all’eccesso, per spirito di contraddizione e di sopravvivenza, sul rutilante e luccicante palcoscenico di un inesauribile spettacolo larger than life. La stessa casa dove le cinque amiche vissero insieme una gioventù di libertà e la massima espressione di se stesse , e dove tornano per ricordare ed evocare, letteralmente, lo spirito di una loro compagna morta assassinata, è un luogo familiare e giocoso, un teatro di fantasmi e rimorsi, il set spettrale per una seduta spiritica che, nelle intenzioni della regista, sposta più in là le possibilità della contaminazione tra documentario e finzione. A questo punto la dimensione privata e quella pubblica vengono traslate in una cifra surreale che rimane purtroppo incompiuta e sfocata , con l’introduzione della figura di Antonia, la “favolosa” defunta uccisa da un folle all’uscita di un concerto di Nina Hagen (icona punk e post brechtiana di un modo anticonformista, spregiudicato e folle di stare fuori e dentro la scena); la sua apparizione vestita da uomo , per volere della famiglia d’origine che la tumulò in giacca, pantaloni e cravatta perché non ne accettava l’anima e l’aspetto femminili, è la dolente e lugubre testimonianza in carne ossa del mancato riconoscimento politico, sociale e culturale di una condizione esistenziale. E solo per mezzo della celebrazione, da parte delle sue sorelle acquisite, di uno stilizzato rito di spogliazione e vestizione in uno sfavillante abito verde smeraldo è possibile restituire dignità e identità alla sua storia.

Con il continuo slittamento, dopo l’apertura del balletto acquatico nella micro piscina , dal formato super 8 a quello digitale, la Torre  vuole altresì esprimere la percezione ora materiale ora immateriale dei corpi trans, e la fluidità che permette loro di entrare e uscire dalle prescritte forme e sostanze dei generi sessuali ( e nello specifico, con un effetto parossistico,  di effettuare il passaggio dall’aldilà all’aldiquà)  per diventare altro , come afferma in un certo momento del film Porpora, che è voce portante del gruppo e metteur en scene di tutta la rappresentazione, in quanto è da un suo sogno su Antonia che scaturisce ogni visione di ieri e di oggi. Ma questa audacia ,che potenzialmente crea subito empatia ed entusiasmo, è concentrata quasi esclusivamente nella parte conclusiva, senza sfuggire a qualche forzatura simbolica (l’armadio/specchio come totem di trasformazione e complicità) o a delle sottolineature insistite, come il ricorso frequente a siparietti da sitcom tra alcune di loro , che appesantiscono e talvolta rasentano il bozzetto e la caricatura, togliendo spazio al mistero e all’immaginazione. Si potrebbe pensare all’Agrado di Tutto su mia madre, che rivendica la sua autenticità nell’assomigliare il più possibile all’idea che ha sognato  di se stessa, o a Carmela , la trans “padre” che si svela al figlio ritrovato in uno degli episodi di Libera di Pappi Corsicato (autore con una sensibilità e un gusto molto affini a quelli della Torre): uno sguardo intriso di ironia, orgoglio e dissacrazione, e una tensione elettrizzante che a poco a poco si affievolisce in un consolatorio ( ma agognato e necessario) abbraccio tra “signore mie”(con un occhio dunque alla causticità pungente di Franca Valeri).

Anche l’utilizzo del super 8 sulle immagini del presente alla lunga spegne la suggestione di alcuni clamorosi inserti di repertorio in bianco in nero legati in qualche maniera all’infanzia delle protagoniste, annullando la dialettica , fondamentale in una possibile fenomenologia delle persone transessuali , tra essere e divenire. Il cambiamento dinamico e vitalistico rischia di rimanere intrappolato in un non precisato e non definito spazio-tempo , risucchiato dal crinale spettrale di una nostalgia e di uno struggimento che non prevedono aperture e differenze. Forse per questo motivo risultano molto più toccanti, nella loro frontalità prettamente documentaristica, i momenti delle testimonianze rivolte direttamente alla camera da presa: in esse vediamo e ascoltiamo cinque individualità che hanno conosciuto la privazione affettiva nell’assenza di una carezza (il primo cut , quello più doloroso e insopportabile rispetto a qualsiasi altra mutilazione fisica , ha sempre a che fare con le figure genitoriali), hanno attraversato la solitudine e l’umiliazione, hanno cercato il riscatto nell’applauso della performance e ora si sono impossessate delle precise parole per raccontarsi (forse meglio di quanto la mdp  talvolta non riesca a centrarne l’essenza) . E ci si accorge di quando stanno recitando perché  si fa strada una sensazione di stonatura e artificio, e si avverte che quello che dicono non emerge spontaneamente dal bisogno intrinseco di (auto) rappresentarsi , quanto dalla  presenza di un occhio esterno che le guarda e ne rivela insospettabili inibizioni o reticenze. Rimangono la follia, il calore e il coraggio delle pioniere di una nuova femminilità che sanno voltarsi indietro con un sorriso pieno di compassione e commozione, impresse su una polaroid sbiadita che non rinuncia in filigrana allo sgargiante technicolor di un finale magari non lieto, ma sempre favoloso.

In sala dal 5 settembre


Regia: Roberta Torre; Sceneggiatura: Roberta Torre, Christian Ceresoli; Fotografia: Stefano Salemme; Montaggio: Roberta Torre e Ilaria De Laurentiis; Musica: Leonardo Rosi e Tommaso Maresco; Interpreti: Porpora Marcasciano, Nicole De Leo, Sofia Mehiel, Veet Sandeh, Mizia Ciulini, Massimina Lizzeri, Antonia Iaia; Produzione: Donatella Palermo; Origine: Italia, 2022; Durata: 80’; Distribuzione: Europictures.

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