Tra le molte, troppe narrazioni, termine potenzialmente assai deprecabile nella sua pretenziosa volontà di chiudere una storia dentro una forma già precostituita escludendo aperture all’imponderabile del reale, sulla marginalità umana della periferia di Napoli, Malavia, opera prima di Nunzia De Stefano, cerca una propria collocazione: è un questione inserita già all’interno del racconto, che vede come protagonista il giovanissmo Sasà, tredicenne che vive ai margini assieme alla madre emotivamente e socialmente precaria, ma che si presenta con un entusiasmo e una solarità, dovute forse anche all’età non ancora sporcata da brutti incontri ed esperienze pericolose, in divergenza con la rappresentazione rabbiosa, cupa, intrinsecamente tragica degli scugnizzi dei quartieri. Interpretato dalla faccia vibrante di insicurezze post infantili di Mattia Francesco Cozzolino, che non ha nulla dell’aria spavalda e sfidante di ragazzi come i memorabili Mario e Vito del cinema di Antonio Capuano, Sasà affronterà comunque la sua inevitabile, ma non ineluttabile, cattiva formazione: la sua “fame” di diventare un cantautore e performer rap da battle urbane è velocemente contraddetto da una scena nella quale è sempre il più furbo a prevalere, mentre l’abisso di sopravvivenza in cui precipita la madre “licenziata” persino dai lavori in nero, lo porta a diventare prima corriere e poi spacciatore di marijuana per l’immancabile banda di piccoli delinquenti. Lo accompagnano in questo minimale calvario dentro la condanna di una sorte già scritta ( e, come si diceva, già vista e narrata) Nicolas e Cira, che gli ricordano, senza forzature ma con la forza della presenza e dell’affetto, che esiste un’altra via.

Un concetto ribadito con ancora più incisività da Yodi, rapper più maturo, che organizza le citate battle, esibizioni in cui ci si sfida uno contro uno a suon di versi e dissing, per far convogliare e far sfogare in uno spazio protetto e perimetrato da regole condivise e da un vero e proprio codice comportamentale la brama di vivere dei partecipanti; il pretesto per raccontarsi di una generazione altrimenti abbandonata a se stessa, all’isolamento sociale e culturale, o peggio all’auto ed etero distruzione. Il controcampo dei buoni maestri- Yodi invita Sasà a liberare la sua scrittura dalla tendenza odierna che esalta l’illegalità e la violenza per concentrarsi su qualcosa con un flow più caldo e avvolgente- per quanto apprezzabile, risulta didascalico ed edificante, e rischia di fagocitare le più complesse implicazioni della storia costretta ad un determinismo al contrario, per cui il riscatto di Sasà era già impresso nei versi della prima canzone dedicata all’amore devozionale verso la madre. Cosi la digressione criminale diventa l’inciampo, drammaturgicamente funzionale, per poter acquisire la sostanza di una scrittura più matura e consapevole, ed elaborare il dolore percepito e sentito nel passaggio verso la pubertà, nello smarrimento di un urlo di disperazione e di uno sguardo perso nel vuoto di fronte alla scoperta di un’ingiustizia o, più profondamente, dell’oscurità in perenne agguato lungo nel sottosuolo di un paesaggio familiare e insieme minaccioso.
Questo conflitto di forze e di tensioni ha momenti di autenticità nella performance di Cozzolino che, soprattutto nella svolta drammatica, riesce a mantenere il cambio di passo, e a far passare sull’espressione innocente del suo volto i lampi di una paura che si manifesta nel rifiuto e nella non accettazione di se stesso e di chi gli è più vicino. Solo Yodi, deus ex machina nonché ennesima figura di una putativa paternità, artistica oltre che affettiva, riuscirà a sanare la fresca, prima ferita del ragazzo, accogliendolo nel suo negozio di dischi e studio di registrazione, una sorta di luogo uterino e rigenerante, l’espressione concreta e praticabile di un maternage maschile. Purtroppo la durata di un’ora e trenta, che se ben gestita sarebbe stata perfetta per contenere tutti i pezzi della vicenda, diventa controproducente nel momento in cui lascia appena accennati degli spunti che avrebbero meritato maggiore sviluppo e approfondimento, in particolare i personaggi più vicini a Sasà. Cira, ad esempio, una ragazza che fin dal nome porta in sé un’identità forse più fluida della rigida definizione dei generi maschile e femminile ( in un contesto pesantemente stigmatizzante e conservatore da questo punto di vista) rimane un po’ sacrificata nonostante sarebbe potuta essere portatrice con più incisività di quella sensibilità altra, non omologabile dai destini già scritti, che De Stefano meritevolmente vuole scardinare, affrontando dall’interno la costruzione degli stereotipi e dei cliché. E perfino la chiusura su Sasà che performa la presa di coscienza della propria crescita, è troppo accorciata rispetto ad un respiro tra il vuoto e il pieno della sua ispirazione, che si immaginava potesse essere più lungo e sedimentato. E risulta un po’ mortificata la bella figura di Yodi, appesantita dalla funzione simbolica di dover favorire il superamento dell’impasse personale e creativa di Sasà, con una soluzione che a quella spaziale avrebbe dovuto far coincidere anche uno scarto temporale.

Ci sono poi delle ingenuità un po’ grossolane, come quando la madre dice al figlio “credi ai tuoi sogni, e io sarò sempre vicino a te”, nonostante un’ asciuttezza piuttosto perturbante che ne riscatta in parte la derivativa resa televisiva: la scena in cui Cira viene colpita improvvisamente da un cazzotto sferrato dal bullo del gruppo che l’accusa di non essere una donna ha infatti almeno il coraggio di far esplodere l’aggressività serpeggiante e intollerante di microcosmi che possono naufragare in certe derive. Certo siamo lontani dalla densità e dagli affondi ora allucinati e stranianti, ora pieni di tenerezza e desiderio di Capuano, che ha veramente riscattato la limitatezza e il determinismo dell’ambiente circostante, facendone il perturbante e archetipico scenario di una tragedia immanente; e non c’è nemmeno la livida visione trasfigurante e la lucida, geometrica messa in scena del Matteo Garrone di Gomorra (che qui produce e che di De Stefano è anche compagno di vita: se influenza c’è stata, probabilmente è nel tono talvolta da fiaba suburbana). La regista si svincola con intelligenza da questi riferimenti che risulterebbero troppo pretenziosi per un debutto volutamente “piccolo”. Ma quel quaderno sul quale Sasà appunta i suoi versi, ne fa venire in mente un altro: quello appartenente skater protagonista di Paranoid Park (2007) di Gus Van Sant che affidava alla scrittura la confessione della responsabilità di un incidente molto male, per poterne affrontare le conseguenze e dare un nome, dunque un’esistenza e una conferma, a ciò che era accaduto. Anche il protagonista di De Stefano scopre la potenza catartica delle parole che però, invece di essere bruciate al vento, transitano nel segno di un atto creativo, qualcosa che sintetizza la ragioni del diritto d’autore con quelle del diritto ad esistere.
In anteprima alla Festa di Roma (sezione Freestyle)
In sala dal 26 marzo 2026.
Malavia; regia: Nunzia De Stefano; sceneggiatura: Nunzia De Stefano, Giorgio Caruso; fotografia: Matteo Carlesimo; montaggio: Sarah McTeigue; musica: Speaker Cenzou; interpreti: Mattia Francesco Cozzolino, Daniela De Vita, Junior Rodriguez, Francesca Gentile, Giuseppe “Peppoh” Sica, Ciro Esposito, Artem, Nicola Siciliano; produzione: Matteo Garrone per Archimede e Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura e con il sostegno di Film Commission Regione Campania; origine: Italia, 2026; durata: 96 minuti; distribuzione: Fandango.
