MedFilm Festival 2021: Casablanca Beats – Haut et Fort di Nabil Ayouch

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Sono corpi che si muovono, marea alta e feroce nella notte, marea bassa e spensierata durante il giorno. È una ragazza su una terrazza abile nel danzare tra i fili del proibito, laddove il rischio aumenta perché nessuno conosce il numero dei fili e quanto siano tesi. Dopotutto sono confini mentali, religiosi e politici, e i giovani si avvicinano a essi, li sfiorano, si allontanano per il tempo di un respiro per poi sfidarli di nuovo: è una rivoluzione in corso, ma questa volta affidata al rap, alfiere dell’arte.

Passato in concorso a Cannes, ora al Med Festival e in attesa di uscire, candidato marocchino agli Oscar 2021, Casablanca Beats (titolo internazionale dell’originale Haut et Fort)  di Nabil Ayouch racconta l’arrivo del rapper Anas (Anas Basbousi) nel quartiere di Sidi Moumen, Casablanca. Si è lontani dalle zone dabbene della città («Come torno sulla strada principale? / Quale strada?»), si è invece immersi in una povertà diffusa e prossimi a un centro artistico che è tanto polo di aggregazione quanto isola per i giovani.

A guidare quest’ultimi c’è Anas, «cowboy solitario» nonché maestro che vuole farsi comprendere e far comprendere quali possano essere le potenzialità artistiche di un linguaggio diverso, il rap. La risposta degli adolescenti è immediata: si crea un mondo nuovo, quello del centro artistico, circondato (assediato?) dal vecchio. Le resistenze dei genitori, infatti, non si faranno attendere. Eppure, tra circle time di confronto, scatenate parentesi di danza e rime (alcune molto orecchiabili), fughe notturne nelle vite private dei singoli ragazzi (tra silenzi e sguardi), si arriverà comunque al concerto finale, spettacolo non tanto per la bellezza delle canzoni, quanto per la forza di loro, della gioventù.

Giunto al suo settimo lungometraggio, Nabil Ayouch firma un film nel quale le «frontiere tra fiction e non fiction vengono sgretolate» e tale movimento fra documentario e finzione gli permette di attingere un poco all’uno e un poco all’altro. Vari gli elementi conseguenti: una mdp instabile, a volte nascosta, timida eppure curiosa, rapida nello zoomare e nell’allargare, un cast di attori non professionisti e una sceneggiatura camaleontica, anzi, mobile. Mobile perché capace di adattarsi al ritmo dei ragazzi, quello instancabile delle loro discussioni – «l’unico fornito di auricolare era Anas, lui correggeva a volte la direzione della discussione, ma principalmente lasciavo che fossero i ragazzi a guidarla» -, quello affannoso dei canti e quello intimo delle loro case, dove le parole e i movimenti lasciano spazio all’osservazione di realtà altre, singolari e differenti. La disomogeneità, a detta dello stesso regista, è infatti una delle chiavi del film.

Ogni ragazzo ha una propria idea che va oltre il personaggio e tocca la persona (così come alla recitazione si affianca la spontaneità), ogni ragazzo è una mente pensante e al contempo rappresentante (in)consapevole di una parte della società. Le loro domande perciò si accavallano: come si deve vestire una donna? Perché i terroristi si comportano in tal modo? I cristiani sono tutti nemici? E soprattutto: fino a che punto l’arte si può spingere nei confronti di religione e politica? Di contro, le risposte s’incrociano: «Di alcune cose non si può parlare» dice Amina, «noi dobbiamo agire all’interno dei limiti, allora possiamo dire quello che vogliamo» risponde una compagna, ma qualcuno ha il coraggio di puntare il dito e dire: «schizofrenia, ecco quello di cui soffrite, schizofrenia». Schizofrenia, il sintomo di chi fa arte e al contempo s’impedisce di farla nel nome della propria religione, sintomo di un individuo, e così di una nazione, scissa tra l’oggi e il domani.

«Durante la primavera araba il rap veniva cantato» dice Ayouch, e in questa storia il rap ritorna per la sua valenza di rivolta non armata, possibilità di ribellione culturale. È un linguaggio altro, qualcosa che mischia le rime dei ragazzi («We want all the money», «Ragazze rapper») alle frasi stampate sulle loro magliette (Out of breath, Give me more), qualcosa che insieme allo stile  sopracitato da docufiction  rende questo film capace di ammiccare alle pellicole americane, simili in struttura e in soggetto – l’arrivo del nuovo insegnante, la ribellione adolescenziale, il concerto a chiudere – ma tanto, tanto lontane per scarto culturale.

Un film fresco, quindi, impegnativo nelle tematiche affrontate e bravo a non impantanarsi in pesanti dinamiche familiari o nella stereotipizzazione dei personaggi. Non ci sono buoni o cattivi, c’è solo una cultura in evoluzione, senza risposte certe, senza limiti fissati che non possano essere prima o poi spostati. Questa volta però non con spari reali, piuttosto spari a salve. Perché oltre al suono, in questo caso, c’è tant’altro.

Uscita in sala ancora non comunicata



Casablanca Beats/Haut et Fort – Regia:
Nabil Ayouch; sceneggiatura: Nabil Ayouch, Maryam Touzani; montaggio: Marie-Hélène Dozo, Yassir Hamani, Julia Grégory; fotografia: Virginie Surdej, Amine Messadi; musica: Mike e Fabien Kourtzer; interpreti: Anas Basbousi: Anas Ismail Adouab, Meryem Nekkach, Nouhaila Arif, Zineb Boujemaa, Abdelilah Basbousi, Mehdi Razzouk, Amina Kannan, Soufiane Belali, Samah Barigou, Marwa Kniniche, Maha Menan; produzione: Ali n’ Production, Les Films du Nouveau Monde, Unité; origine: Marocco/Francia, 2021; durata: 101’; distribuzione italiana: Lucky Red.

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