MedFilm Festival 2021: Bonne Mère di Hafsia Herzi

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Giunta ormai alla sua terza esperienza dietro alla macchina da presa, Hafsia Herzi pare avere tutte le carte in regola per reclamare l’ambito titolo di réalisatrice. Nota ai più come la Rym di Cous Cous (Abdellatif Kechiche, 2007), la giovane attrice franco-tunisina sbarca nel Concorso del MedFilm Festival quasi ripercorrendo le fila dell’affascinante pellicola targata Leyla Bouzid (https://close-up.info/une-histoire-damour-et-de-desir/), posta quasi a suggello di un cinema il cui sguardo tende a vagare oltre le sponde del Mediterraneo. Anche questo Bonne Mère che aveva avuto la sua premiere a “Un Certain Regard” di Cannes 2021, si articola come una parabola della lontananza, innestandosi su una Marseille marginale seppur gelidamente protettiva, sorta di non-luogo per antonomasia e caput mundi di un mondo ormai privo del proprio centro focale.

Fra le strade desolate di una banlieue marittima, la cinquantenne Nora (Halima Benhamed) regge in silenzio le fondamenta di un complesso labirinto familiare altrimenti destinato a sgretolarsi. All’interno della fragile tela, figli e nipoti si muovono con velocità disarmante, percorrendo strade tanto fosche quanto prevedibili: attraverso il disilluso buonsenso della protagonista, stringiamo la mano a chi di solito è relegato dietro le quinte, prendendo parte ad un dramma corale in cui dolore e rassegnazione sono sempre e comunque vestiti di luce.

Così, facciamo la conoscenza di Muriel (Justine Grégory), commessa in un negozio di abbigliamento, e del suo compagno Ellyes (Mourad Tahar Boussatha), recluso in carcere in seguito ad una condanna a noi ignota ma probabilmente originatasi da un disperato tentativo d’evasione a base di hashish. All’interno della cornice si dipanano anche le esistenze di Jawed (Jawed Hannachi Herzi), adolescente dall’animo introverso e dalla vocazione poetica, del clownesco zio Amir (Malik Bouchenaf), intrattenitore amatoriale e scioperato professionista, nonché della bella e irrequieta Sabah (Sabrina Benhamed), madre per fato ma non certo per vocazione.

Al centro di questo microcosmo europeo rimasto inedito alla massa, la figura di Nora spicca come un faro nell’oceano notturno, ripristinando le coordinate di una terra che, in terra straniera, ha perduto la propria fisionomia e la propria lingua – una tragedia, questa, già sapientemente raccontata dall’histoire d’amour di Ahmed e Farah. Come i Romeo e Giulietta messi in scena da Bouzid, anche la matriarca di Herzi pare rinchiusa all’interno di un limbo in bilico fra il non più e il non ancora, fra le radici e i frutti di una promessa irrealizzata. La nostra bonne mère, infatti, sembra decisa a cancellare un passato intuibile soltanto attraverso alcuni gesti o sporadiche esclamazioni, come ad esempio la preparazione scaramantica del pane da offrire ai poveri o il sommesso mormorio di una parola straniera rimembrata come per caso.

Attraverso uno sguardo intimista e discreto, la cinepresa ci trasporta in un’eterna zona di confine, sfiorando con tocco leggero le peripezie dei personaggi senza pretendere di addossargli quello spessore funesto che donerebbe loro una singolarità ben poco inscrivibile nella sfera dell’ordinario. La regista preferisce rimanere in una normalità potenzialmente universale, il cui carattere precario risulti leggibile al di là del luogo comune: droga, prostituzione, miseria non vengono quasi mai chiamate con il loro nome, ma si esprimono attraverso perifrasi ed eufemismi visivi come quello di Nora disposta ad acquistare la “cioccolata” per un figlio (ex?) tossicodipendente e (forse) ormai irrecuperabile. Allo stesso modo, Amir “studia” in eterno, Sabah si guadagna da vivere in una “piccola impresa” per uomini a caccia di avventure particolari e Muriel “prende in prestito” alcuni articoli dal negozio in cui lavora.

Eppure, la costellazione matriarcale faticosamente allestita da Nora non sembra disposta a cedere, essa non può cedere, costi quel che costi: sconfessando l’imminente crollo, la donna rimane ancorata ad una quiete serafica che talvolta ci impedisce di carpirne il vero stato d’animo, quasi come se spiassimo la sua quotidianità dal buco di una serratura in fondo troppo stretta. Distaccatasi dalla topografia cittadina, la periferia trascende i suoi confini e si protende lungo l’intero scenario, inghiottendo Marsiglia e le sue bianche cattedrali. Particolarmente riuscita è infatti la scena in cui la protagonista mette in atto con speranzosa rassegnazione uno strano rito propiziatorio, versando tra i flutti del porto un mezzo intruglio acquistato presso una cartomante e celebrando una triste liturgia qui ridottasi a bizzarra macchietta. Tutto sommato, la vita di Nora non è altro che uno sbocconcellare gli avanzi di un luogo e di un tempo lasciati altrove, assaporandone di tanto in tanto qualche frammento gioioso. Sullo sfondo, i campanili di Santa Maria Maggiore svettano come le palme di un’oasi inaccessibile, forse ricordando alla madre la terra di cui fu figlia.


Cast & Credits

Bonne Mère – Regia: Hafsia Herzi; sceneggiatura: Hafsia Herzi; fotografia: Jérémie Attard; montaggio: Eric Armbruster, Camille Toubkis; interpreti: Halima Benhamed (Nora), Sabrina Benhamed (Sabah), Jawed Hannachi Herzi (Jawed), Mourad Tahar Boussatha (Ellyes), Malik Bouchenaf (Amir), Justine Grégory (Muriel), Maria Benhamed (Maria), Denise Giullo (Vivianne); produzione: ARTE France Cinéma; origine: Francia 2021; durata: 99’.

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