Nguyen Kitchen di Stéphane Ly-Cuong

Per Yvonne la vita dovrebbe essere una commedia musicale in cui le arie di Tutti insieme appassionatamente guidano gli amori e le relazioni. Yvonne (una gioiosa e gioconda Clotilde Chevalier) è nata in Francia e non ha mai messo piede in Vietnam, il legame che ha con la sua terra di origine è il corpo di sua madre che vive invece immersa negli odori e nei sapori della tradizione gestendo un ristorante etnico a Parigi. Yvonne vuole fare l’attrice. Canzoni e ristorazione, questa l’ardimentosa fusion di Stéphane Ly-Cuong che prende un genere spartiacque (diciamocelo, il musical si ama o si odia) e lo contamina con il racconto culinario tanto caro al pubblico contemporaneo costantemente bombardato da talent, serie, lunghissimi piani sequenza calati in cucine da sogno e talvolta “da incubo”.

“Una donna vietnamita in un musical è come un elefante che fa involtini”, ammonisce Ma, parliamo di qualcosa di stupendo che però non esiste: Nguyen Kitchen tenta di dare sostanza a questa fantasticheria. Come farlo? Passando attraverso le stazioni dei cliches culturali e piegandole alla commedia. Una scelta che trova terreno fertile nello spazio dell’immaginario, dove il regista di un prossimo spettacolo teatrale dedicato al Casanova e alle sue scorribande amorose ai quattro angoli del globo, vede in Yvonne il perfetto prototipo della “geisha con i sandali di legno che muove piccoli passi strascicati a Hiroshima”. L’arte ha bisogno di semplificazioni pur dando l’impressione di aprirsi al nuovo: un esotismo di facciata che testimonia grottescamente una totale distanza di sensibilità. Durante un provino (la scena più centrata del paradosso musical-gastronomico) viene chiesto a Yvonne di improvvisare un brano nella propria lingua credendo così di metterla in condizione di attingere al suo io più profondo. La ragazza, senza ricordi originali da evocare, si limita a declamare i piatti tipici del ristorante di famiglia: l’uditorio ha le lacrime agli occhi, non ha capito una sola parola, ma ha provato le vibrazioni giuste.

Nguyen Kitchen tenta poi di farsi apologo della memoria (della sua apparente inconsistenza interiore, della forza della trasmissione) ma perde freschezza negli spazi di realtà, dove la visione non-condivisa di madre e figlia non supera mai lo scoglio del prevedibile. Litigi, incomprensioni, rappacificazioni scorrono inerti rischiando di sprofondare in quegli stessi luoghi comuni che si vorrebbero mettere alla berlina. In soccorso ancora la dimensione altra, lo spazio del musical da farsi che non sa concepire un ruolo al di fuori degli stretti paletti etnico-estetici dei potenziali interpreti. Yvonne può essere l’amante da “Mille e una notte” di Casanova, ma non può ambire a vestire gli abiti di Maria Antonietta. A ognuno il ruolo che recita nella vita, nella totale dimenticanza di cosa vuol dire essere un’attrice, interpretare qualcun altro. Nella convinzione di una automatica intercambiabilità giace la pochezza di tante storie che scorrono sotto i nostri occhi, il contemporaneo si professa inclusivo, ma fatica a riconoscere la diversità per il potenziale che potrebbe esprimere. In questo senso Nguyen Kitchen va a meta, fotografando in modo dolce-amaro  l’abitudine di voler fare la rivoluzione rimanendo in superficie, restando ancorati alla folle idea di cambiare il mondo senza scomodare nessuno.

In sala dal 4 dicembre 2025.


Nguyen Kitchen (Dans la cuisine des Nguyen) – Regia e sceneggiatura: Stéphane Ly-Cuong; fotografia: Alexandre Icovic; montaggio: Tuong Vi Nguyen-Long; scenografia: Caroline Long Nguyen; musica: Thuy-Nhan Dao, Clovis Schneider; interpreti: Clotilde Chevalier, Anh Tran-Nghia, Leanna Chea, Gaël Kamilindi, Linh-Dan Pham, Thomas Jolly, Camille Japy, Christophe Tek; produzione: Respiro Productions; origine: Francia, 2024; durata: 99 minuti; distribuzione: Kitchen Film.

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