Nine perfect strangers (Miniserie)

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Il trip del dolore

Dopo Big little lies (prima stagione; seconda stagione), lo sceneggiatore David E. Kelley prende nuovamente in prestito materiale dalla produzione letteraria della scrittrice Liane Moriarty, per realizzare per Hulu – in Italia è distribuita da Amazon Prime Video, mentre la precedente miniserie citata era stata, invece, prodotta e distribuita da HBO – una miniserie differente per trama e temi trattati, ma molto simile nel tono e nella dimensione patinata e, a tratti, stucchevolmente “borghese” della messa in scena.

Anche stavolta le vicende narrate non gravano sulle spalle di un protagonista, ma su un gruppo di perfetti sconosciuti, dalle vite private demonizzate da traumi recenti o da difetti caratteriali inestirpabili, che si ritrovano a Tranquillum, un centro di benessere lussoso e apparentemente perfetto, diretto dalla misteriosa e angelica – all’apparenza- Masha (interpretata da una Nicole Kidman che regge da sola praticamente tutta la baracca).
Il fine ultimo di Kelley è quello di far emergere a galla tutto il pathos, il dramma e il dolore di cui i personaggi si fanno carico, ma ciò che stona con la fluidità della narrazione non sono certo questi intenti, ma il percorso scelto dallo showrunner, scrittore dotato di una scaltra malizia quasi fuori dal comune: perché Nine perfect strangers si presenta fin dalle prime impressioni come un thriller alla luce del sole, un racconto tinto di giallo che a sua volta fa il verso al famigerato Dieci piccoli indiani – impossibile notare l’imperfetta assonanza con l’opera di Agatha Christie -, falsato dallo sguardo imbellettato e luminoso di Kelley che, stavolta ancora di più, si lascia dominare dal suo senso per il pietismo.

Difatti, se in Big little lies il racconto si districava con accuratezza affidandosi a una ricerca della tensione, godibile dramma psicologico e thriller “carnale”, in Nine perfect strangers non si raggiunge mai quella stessa intensità drammatica, tranne in alcuni frangenti, tutti allacciati alla tragedia del suicidio che ha colpito la famiglia Marconi – e gran merito va a un Michael Shannon in grado di far trasparire una lugubre dolcezza. Tutto ciò che accade in otto candidi episodi appare amaramente artefatto, superficiale, troppo finto per essere finzione. Per poi capitolare senza alcuna possibilità di salvezza nel momento finale di massima tensione emotiva o, sarebbe più opportuno definirla, di pietosa messinscena del dolore: la narrazione si dissolve, lasciando campo aperto a un’esplosione di dolore e pentimento assordante, disgraziatamente abbandonato tra le braccia del didascalismo più trasfigurante. E l’intera vicenda narrata si scioglie come zucchero in acqua calda, edulcorando la messa in scena scelta dallo showrunner, portabandiera tronfio di uno stile televisivo talmente insipido e platificato – forse gradito alla sola upper-class americana -, da risultare perfino frustrante.

Per più di metà del tempo, Nine perfect strangers è televisione che andrebbe evitata.


Nine perfect strangers –  genere: drammatico; showrunner: David E. Kelley; stagioni: 1 (miniserie); episodi miniserie: 8; interpreti principali: Nicole Kidman, Melissa McCarthy, Bobby Cannavale, Regina Hall, Michael Shannon, Asher Keddie, Grace Van Patten, Luke Evans, Samara Weaving, Melvin Gregg, Tiffany Boone, Manny Jacinto, Zoe Terakes; produzione: Blossom Films, Endeavor Content, Made Up Stories; network: Hulu (U.S.A., 18 agosto-23 settembre 2021), Amazon Prime Video (Italia, 20 agosto-24 settembre 2021); origine: U.S.A., 2021; durata: 50′; episodio cult: 1×03 – Earth day (1×03 – La giornata della Terra)

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