Di nuovo su Queen at Sea. Sarà perché nel nostro confusissimo 21° secolo l’era delle utopie politiche è tramontata. Oppure perché, almeno da queste parti in Occidente, il fascino delle cosiddette ‘grandi narrazioni’, delle ampie trame storico-ideologiche non incanta più nessuno, tantomeno le più vaste masse. O è forse un puro caso se uno dei più ricorrenti Leitmotiv di questa 76° edizione della Berlinale è il tema della famiglia, di clan e relazioni familiari più o meno disfunzionali, di ruoli ed affetti familiari già esplosi o sull’orlo di laceranti crisi di nervi?
Cosa accade ad esempio se, un bel giorno, vai a trovare i genitori, entrambi molto avanti negli anni, la mamma per giunta affetta da una grave malattia e, di colpo, te li trovi lì seminudi ed ansimanti, in camera da letto che fanno l’amore? È la scena più che imbarazzante con cui si apre Queen at Sea, il nuovo film del regista americano Lance Hammer, con una impeccabile, magistrale interpretazione di Juliette Binoche nel complicatissimo ruolo di Amanda appunto, la figlia di Leslie e Martin, il secondo marito dell’anziana signora.
Quel che spiazza Amanda, donna a sua volta matura (e madre della sveglia liceale Sara) non è certo l’aver pizzicato la coppia di vecchietti a letto, ma il fatto che sua madre Leslie da tempo soffre di demenza. E dunque non è più minimamente in grado di badare a sé stessa, né di parlare o rispondere alle domande più semplici: una donna insomma incapace di intendere e volere. Può dunque una persona il cui cervello è devastato dalla più insidiosa delle malattie comprendere davvero ciò che il suo compagno le sta facendo, e decidere liberamente se amarlo o meno? Oppure, ed è questa l’interpretazione in cui la scioccata Amanda si rifugia reagendo alla scena erotica, il vecchio Martin sta semplicemente e volutamente ‘violentando’ sua moglie?
La questione finisce con gli agenti di polizia, i medici e gli assistenti sociali che danno tutti ragione alla figlia, e vietano a Martin ogni ulteriore amplesso con la povera Leslie. Il vecchio Tom Courtenay, nel suo sbrindellato maglione viola ed argentea chioma, è eccezionale nel ruolo di simpatico marito, ancora pieno di attenzioni ed amore per la sua dolce metà. Ma ovviamente non è la loro intimità o il sesso a una certa età il motivo centrale di questa seconda pellicola realizzata da Hammer.
Nel 2008, con Ballast e con una mdp molto nervosa, Hammer aveva girato una storia disperata da 96 minuti, ambientati nel soffocante delta del Mississippi, fra droghe, crimini (e un suicidio). Quen at Sea al confronto è un film molto più pulito, girato in una casetta così elegante (in camera da letto la carta da parati è celestina e floreale) in un bel quartiere di Londra. Da giovane, Martin era un tecnico del suono; adorava la classica e la sua Leslie la conosce ad un concerto. Il loro è stato un vero amore lungo 18 anni; se non fosse per la recente bomba della demenza che ha cancellato in Leslie ogni barlume, o quasi, di razionalità. Sì le è rimasta ancora la mano artistica con cui Leslie riesce a completare i suoi disegni, i suoi quadretti. Per il resto, la sua vita, è coperta nella nebbia, e i suoi ricordi tabula rasa. Ed è questa demolizione progressiva dell’Alzheimer che lentamente ma inesorabilmente distrugge non solo la vita di Leslie, ma spezza l’equilibrio del suo rapporto con Martin, e i nervi di Amanda e di sua figlia Sara. Cioè, di un’intera famiglia…

Cosa resta delle nostre professioni, degli interessi o delle nostre storie d’amore quando il morbo della demenza ci è entrato dentro, passando come una spugna abrasiva sulla nostra esistenza? Già nell’Eneide (VI, 713-715), lì nel fondo oscuro del Tartaro, il padre Anchise rivela ad Enea quel che accade alle anime che “presso l’onda del fiume Lete bevono liquidi scuri e lunghi oblii”. Ecco, l’infernale malattia della demenza è come immergersi in quell’acqua che cancella un giorno dopo l’altro la nostra identità. Persino il cervello di uno dei più profondi filosofi della storia, quello di Immanuel Kant, è passato per quella tortura, perdendo nei suoi ultimi anni ogni cognizione di sé, e dei suoi stessi scritti. Stessa damnatio memoriae è quella che si abbatterà sulla mente sopraffina di Saul Bellow (vedine la tremenda eclisse dei suoi ultimi giorni nella ricostruzione che il suo amico e biografo Martin Amis ci ha dato in La storia da dentro). D’altronde, anche una delle più effervescenti penne della letteratura (e filosofia) inglese del Novecento, quella di Iris Murdoch, spegne i suoi giorni rinchiusa in casa a guardare allucinata la tv.
Non è un caso se uno dei saggi più suggestivi sui sistematici disastri compiuti dall’Alzheimer nei grandi cervelli della cultura si intitoli Lethe. Kunst und Kritik des Vergessens, e lo dobbiamo al fine germanista e linguista tedesco Harald Weinrich (Lete. Arte e critica dell’oblio). Il processo della cultura, delle letterature come dell’arte, il farsi della politica e delle società Weinrich lo immaginava come un inestricabile incastro di memoria ed oblio, ritmati da fasi di alterne ricostruzioni e continue ‘dimenticanze’, atte quest’ultime a poter ogni volta ripartire se non da zero, quasi… Siamo abituati negli ultimi anni ad elogiare, e giustamente, una politica della memoria, del ricordo. E ci siamo dimenticati dell’inevitabile funzione fisiologica, per così dire, che l’oblio riveste nei processi, sempre così finiti e dolorosi, della vita e storia umana.
Certo, Leslie, l’anziana protagonista in questa seconda opera di Lance Hammer, non è stata da giovane né una geniale scrittrice, né una celebre artista, ma una normalissima, simpatica signora. Juliette Binoche però resta la Grande Dame del cinema francese. E il film del giovane regista americano getta un po’ di empatica luce su una delle più squilibranti malattie che affligge l’intero genere umano. E su quel fiume oscuro che ci attende comunque alla fine del viaggio: il Lete, quel fiume nero dell’oblio che sempre sperde e cancella tutti i nostri ricordi.
Queen at Sea – Regia, sceneggiatura e montaggio: Lance Hammer; fotografia: Adolpho Veloso; scenografia: Soraya Gilanni Viljoen; interpreti: Juliette Binoche; Tom Courtenay; Anna Calder-Marshall; Florence Hunt; Steven Cree; Michelle Jeram; Elizabeth Rushbrook; Noah Hunt Basden; Joe Horsford; produzione: Tristan Goligher, Lance Hammer per The Bureau e Alluvial Film Company; origine: Gb/Usa, 2026; durata: 121 minuti.
