Iván & Hadoum di Ian de la Rosa (Teddy Award)

Iván & Hadoum, primo lungometraggio del regista spagnolo Ian de la Rosa, già autore di cortometraggi e serie tv, presentato nella sezione “Panorama”, è una felice sorpresa oltre che un debutto maturo, capace di intrecciare racconto sentimentale e riflessione sociale senza mai cedere al didascalismo, trovando nel paesaggio del sud della Spagna, nelle campagne di Almería – tra serre industriali e periferie assolate – un controcampo visivo e morale alle scelte dei protagonisti. Il riconoscimento del Teddy Award, prestigioso premio cinematografico assegnato alla Berlinale a film che affrontano tematiche LGBTQIA+, ci pare un risultato decisamente meritato.

Protagonista è Iván (Silver Chicón), addetto di una grande impresa agricola, un posto di lavoro che ha “ereditato” dal padre, morto d’infarto. La promozione a caporeparto, promessa dal padrone e amico di famiglia, rappresenta per lui molto più di un avanzamento professionale: è la possibilità concreta di garantire alla madre, alla sorella e ai nipoti una casa più grande, un futuro meno angusto, una stabilità economica che sembra coincidere con la rispettabilità sociale. Su questo fragile equilibrio si inserisce Hadoum (Herminia Loh), giovane donna di origine marocchina appena assunta in magazzino, spirito diretto e ribelle, capace di cantare al karaoke nella propria lingua e di sfidare apertamente le gerarchie implicite del paese. L’incontro tra Iván e Hadoum è immediato e il regista De la Rosa lo racconta evitando ogni enfasi melodrammatica per costruire una relazione fatta di gesti, esitazioni, corpi che si cercano con pudore. L’identità transgender di Iván non è mai trattata come “tema”, né come “problema” da risolvere, bensì come una componente della sua esperienza, così come le origini marocchine di Hadoum sono parte del suo sguardo sul mondo. Il film sposta l’asse dalla questione identitaria in sé alla libertà di scegliere chi essere dentro un sistema che impone ruoli precisi. Quando in una delle sequenze iniziali, in un locale affollato, Iván viene insultato come “ibrido” per aver difeso Hadoum, la violenza resta fuori campo, ma il peso dell’offesa si sedimenta in un contesto sociale che pratica una tolleranza ipocrita, pronta a ritirarsi non appena l’ordine viene incrinato.

Iván & Hadoum
Silver Chicón e Herminia Loh

La vera tensione narrativa nasce dalle problematiche che dipendono dal lavoro. Le serre – enormi distese di plastica bianca che trasformano artificiosamente il paesaggio – diventano il simbolo di un capitalismo agricolo che vive di precarietà e silenzi. L’arrivo di investitori stranieri (nella fattispecie tedeschi) e la prospettiva di una vendita dell’impresa innescano paure e malumori tra gli operai. Hadoum, dopo un infortunio inizialmente sottovalutato, prende coscienza delle condizioni di sfruttamento e si avvicina alle istanze dei colleghi. Iván, invece, si trova progressivamente cooptato nella catena di comando: la promozione lo avvicina al padrone e lo allontana dal reparto. Il conflitto non è solo politico, ma intimo: restare fedele alla propria comunità e all’amore nascente, oppure assumere il ruolo di garante di un sistema che promette sicurezza in cambio di compromessi? De la Rosa sceglie una messinscena limpida, quasi priva di chiaroscuri morali. Le relazioni sono sempre leggibili, anche quando i personaggi tacciono. La famiglia di Iván non è caricatura conservatrice, ma luogo di affetto e aspettative; il padrone non è un furfante senza scrupoli, bensì l’incarnazione di un ordine economico che si perpetua attraverso legami personali. In questo spazio ambiguo, l’amore tra Iván e Hadoum appare come l’unico territorio autentico, ma anche il più fragile.

Determinante per la qualità della pellicola è il lavoro sugli interpreti. Silver Chicón, performer noto nella scena drag londinese, conferisce a Iván una vulnerabilità trattenuta, fatta di sguardi e posture più che di parole. Herminia Loh, musicista marocchina attiva in Andalusia, restituisce a Hadoum una forza nervosa e luminosa insieme, capace di trasformare la rabbia in desiderio di altrove. Le scene di intimità – compresa quella, suggestiva, girata in serra con uso di infrarossi – non cercano scandalo, ma verità: il corpo di Iván non è mai esibito come “eccezione”, bensì abitato con naturalezza crescente.

La forza del film risiede proprio nel rifiuto di ridurre i personaggi a simboli. Iván & Hadoum è un’opera sull’amore alla periferia dell’Europa, dove identità, lavoro e appartenenza si intrecciano in modo inestricabile. Ma è anche un racconto universale sulla scelta tra ciò che conviene e ciò che rende vivi. Nel porre Iván davanti alla domanda su “che tipo di uomo” voglia essere, De la Rosa – che ha vissuto lui stesso un’esperienza di transizione sessuale – firma un esordio di eccellente qualità mettendo in scena la responsabilità individuale dentro le strutture del potere. E lascia allo spettatore il compito – non semplice – di riconoscersi in quella scelta.


Iván & Hadoum Regia sceneggiatura: Ian de la Rosa; fotografia: Beatriz Sastre; montaggio: Yannick Leroy; scenografia: Laia Ateca; costumi: Lourdes Fuentes; interpreti: Silver Chicón (Iván), Herminia Loh (Hadoum); produzione: Stefan Schmitz, Emilia Fort, Jose Alba, Odile Antonio-Baez, Carlotta Schiavon per Avalon (Madrid), Pecado Films (Málaga), Vayolet Films (Barcellona); origine: Spagna/ Germania/ Belgio, 2026; durata: 100 minuti.

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