Teatro Argentina: Crowd di Gisèle Vienne

  • Voto
4.5

Non siamo pronti a perdere il senso di qualcosa. Ne abbiamo bisogno, lo cerchiamo e se non lo troviamo nella retta via lo cerchiamo nella contraddizione, pur che una quadra si trovi e ciò che si para davanti possa essere in qualche modo classificato. Poi, c’è Gisèle Vienne. Dai primi anni Duemila Gisèle Vienne, artista regista coreografa burattinaia franco-austriaca, forza i confini del sapere, ricerca il non sapere e lo pone di fronte al proprio spettatore, anzi, al proprio non-spettatore. È infatti destino e compito di quest’ultimo, di noi, perdersi e smarrirsi. Il significato non è nel tirare le somme di ciò che vediamo bensì nell’arrendersi all’incomprensione di qualcosa che incomprensibile lo è perché contemporaneo eppure arcaico, che richiama il sacro e sperimenta il rituale per riportare il sacro tra noi. Qui, il sacro, di nuovo in questo mondo del capitale. Ne esce un baccanale postmoderno, annichilimento vitale e pulsionale, che prende il nome di Crowd e scardina il palcoscenico sulla platea e vomita i corpi degli attori, performati, sul pubblico.

La musica inizia. Una ragazza con scarpe brillanti ai piedi e corpetto dorato calca la scena. Un ragazzo, cappuccio scuro e andatura dinoccolata, la segue. È l’inizio di un Rave party particolare, a ralenti. La musica sale. Seguono altri tredici corpi per un totale di quindici e iniziano le vere danze. Scomposte, rotte, spezzate. Prima ognuno per conto suo, poi a cercare l’altro, che sia singolo o coppia o trio o gruppo, poi ancora tutti verso uno, poi tutti lontano da tutti, a concentrarsi e deconcentrarsi mentre la musica continua a battere e il ritmo cambia. I corpi si adattano a loro volta. Rimane poi una sola persona, e tutti se ne vanno, verso l’angolo, verso la fuga. La musica scende. È silenzio. È tutto morto, è finito. Ma è sufficiente una bottiglia di plastica, stritolata e spremuta, e musica ritmo corpo danze ricominciano. E tutti sono travolti, di nuovo, per il rilancio. Intanto è forse notte, forse è già mattina, non si sa, c’è comunque una cassa di risonanza spaziale, il teatro, un suolo di terra su cui scatenarsi e loro, battiti di farfalla a creare uragani nello spazio del solo palcoscenico. Poi si sente un suono, un qualcosa, è lontano, ma si avvicina…

C’è qualcosa di estremamente bello nel dover riassumere Crowd in poche parole: un rave party di un’ora e mezza portato su un palco, il tutto rigorosamente in ralenti con variazioni di ritmo. La descrizione sta tutta qua, e in effetti aggiungere altro è superfluo, perché è inutile spiegare ciò che non deve essere capito, ma deve essere vissuto. L’opera di Vienne è infatti uno spettacolo per orecchie e occhi, da gustarsi con entrambi i sensi aperti o chiudendo uno dei due, a turno, per avere maggiore percezione del singolo. Osservarli con la musica o senza, soffermarsi sui ballerini che compongono il grumo centrale o guardare invece l’isolato che in quel esatto momento è solo osservatore degli altri protagonisti. Osservatore o ascoltatore di una musica elettronica underground (Underground resistance) che prende loro come te stesso, non salva nessuno e così, senza remore, la domanda che aleggia su di loro, i performati, la dirotta verso di te: perché stanno ballando? Perché lo fanno?

Esisteva un tempo in cui i boschi della Grecia Antica erano sconvolti dalle feste dionisiache. Corpi nudi nei boschi che si lanciavano in balli feroci in uno stato di esaltazione, ebbrezza spirituale e fisica, nel quale le membra si intrecciavano e perdevano qualsiasi ricordo dell’ordine per rilanciarsi nello scomposto. Poi arrivò l’arte della guerra. I romani fecero diventare le dionisiache pratiche di violenza da stadio o Colosseo, ma prima che loro giungessero, i romani, e l’ordine limitante del loro Pantheon, le dionisiache erano furori sacri. Furori sacri che non avevano una spiegazione perché una spiegazione non dovevano averla. Al massimo si può indovinare cosa celebrassero, ma anche questo quesito è di difficile risposta: quale spiegazione si può mai dare? Forse la giovinezza? La vitalità? Eppure ballavano giovani e vecchi, indifferentemente, e si scatenavano fino allo sfinimento, sino all’annichilimento. Non c’è ancora risposta e non c’è perché siamo nei campi dei misteri e ciò che è mistero è sacro, e il sacro non ha definizione che possa tenere, sia magica religiosa o altro. Il sacro non è da spiegare ma da vivere, il sacro è da subire, il sacro è ricerca con lo sguardo di qualcosa che sta lassù, in alto, e poi è qui tra di noi, e nessuno lo vede se non incarnato nel corpo dell’altro che balla.

Che ruolo ha allora Crowd? Che utilità può avere lo spettacolo di Vienne se dopotutto non ha nulla da insegnarci? Appunto non serve a nulla, e al contempo a così tanto. Alla fine dal teatro noi non-spettatori non usciamo con una morale, non usciamo sapendo qualcosa in più, anzi, ne usciamo sapendo qualcosa in meno: più ignoranti nello scibile, più colti nell’umano. In un’ora e mezza di musica elettronica, nel tempo dilatato di un rave a rallentatore, tra uomini e donne che si uniscono e poi si distaccano, si fanno del male e poi del bene, usciamo da Crowd, e quindi dalla mente di Gisèle Vienne, con l’impressione che c’è ancora dell’inspiegabile nei nostri giorni e di quell’inspiegabile abbiamo una sola certezza nel mezzo dell’incertezza: l’arte, lo spettacolo teatrale nello specifico, se non crearlo, può almeno riprodurlo. Cosa? Il mistero. Ne abbiamo anche un’altra e cioè che il furore sacro è ancora di questo mondo. Furore sacro al tempo del capitalismo occidentale. Dobbiamo solo saperlo vedere, e allenare occhi e orecchie a farlo.

Come nell’antica Grecia così nell’attuale il limite del sacro sono le parole, in primis, e in secondo luogo il tempo. È già mattina. La musica elettronica è tagliata dal pendolo, e il suono di un aereo rompe l’orizzonte scenico. Poi di nuovo il silenzio, e l’ingombrante senso.

Spettacolo andato in scena il 17 e 18 settembre al Teatro Argentina, Roma.


Crowdideazione, coreografia e scenografia: Gisèle Vienne; aiuto-regia: Anja Röttgerkamp e Nuria Guiu Sagarra; luci: Patrick Riou: drammaturgia: Gisèle Vienne e Denis Cooper; selezioni musicali: Underground Resistance, KTL, Vapour Space, DJ Rolando, Drexciya, The Martian, Choice, Jeff Mills, Peter Rehberg, Manuel Göttsching, Sun Electric e Global Communication; selezione della playlist: Peter Rehberg; responsabile del sound diffusion; Stephen O’Malley; performer (performati): Lucas Bassereau, Philip Berlin, Marine Chesnais, Sylvain Decloitre, Sophie Demeyer, Vincent Dupuy, Rehin Hollant, Georges Labbat, Theo Livesey, Maya Masse, Katia Petrowick, Linn Ragnarsson, Jonathan Schatz, Henrietta Wallberg in alternanza con Morgane Bonis e Tyra Wigg.

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