Perdere l’attimo – Storia di una crisi bianconera

Summary

Le difficoltà della Juventus dopo quasi un decennio di successi. Breve cronaca di un declino e di poteri che si dissolvono

È quasi la primavera del 2018. Il Movimento 5 Stelle ha appena vinto le elezioni ma è costretto a governare con la Lega che oramai si specchia nella figura di Matteo Salvini. Sarà solo la prima di molte coalizioni apparentemente inverosimili che, peraltro, affronteranno guerre, pandemie e ancora guerre. Silvio Berlusconi non può nemmeno candidarsi e la sua creatura, Forza Italia, è ai minimi storici. È la fine di un’epoca che non dovrebbe produrre rimpianti se non fosse che qualcosa di peggio pare profilarsi all’orizzonte del nostro convivere.

 

Lo stesso giorno, il 4 marzo, Davide Astori giace senza vita in una camera d’albergo a Udine. Il capitano della Fiorentina doveva giocare contro l’Udinese e, invece,  improvvisamente scompare da questo mondo. Si rinviano le partite della domenica e poi si riprende, dopo le obbligatorie parole di circostanza, gli applausi, i cori e qualche coreografia. La morte, al tempo della vita, si affronta così.

Passa una settimana e la Juventus supera in classifica il Napoli. La seconda gioca e diverte ma non riesce a fare l’ultimo passo. La prima vive dei suoi numerosi trionfi in Campionato e di due finali in Champions League disputate, anche se perse nel 2015 e 2017. Ha uno stadio, i soldi che provengono dalla massima competizione europea, una squadra rodata alla quale sono sufficienti pochi innesti per proseguire la propria striscia vincente. E poi tutte le altre arrancano, non riescono a ricostruire, vittime di avventurosi passaggi di proprietà che hanno l’effetto di creare maggiori dissesti. Non a caso, in quel momento, l’unica realtà credibile e alternativa alla Juventus, è proprio il Napoli di Aurelio De Laurentiis costruito con saggezza nel corso degli anni.

In questo panorama, il possibile trionfo del Napoli di Maurizio Sarri, che in aprile si aggiudica persino lo scontro diretto in trasferta, darebbe al calcio italiano la cosiddetta boccata d’ossigeno. Le cose invece vanno in un altro modo. In quello solito, almeno da sette stagioni. E non si immagina come in un prossimo futuro la situazione possa mutare. Questo è quello che pensano più o meno tutti, in primo luogo i vertici della società torinese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Juventus, dunque, si aggiudica il settimo titolo consecutivo, a fatica e più per demeriti altrui. Massimiliano Allegri gode ancora dei benefici prodotti dall’impianto di una squadra ricostruita a partire dal 2006, l’anno delle condanna per i numerosi illeciti compiuti nelle stagioni precedenti e della forzata retrocessione in Serie B.

La vicenda che doveva siglare la fine di una dinastia si trasforma in una lenta ma inesorabile occasione per riconquistare il potere. A dire il vero, sono necessari numerosi allenatori presi e cacciati. E poi si comprano e si cedono giocatori che indossano e si tolgono le diverse maglie della squadra neanche fossero entrati nel camerino di un grande magazzino.

Nel 2011, arrivano Antonio Conte e il nuovo stadio, quello di proprietà. Soprattutto prendono le redini del centrocampo Andrea Pirlo, giudicato dal Milan di Allegri una specie di pre-pensionato, Arturo Vidal, acquisto ampiamente sottovalutato, e Claudio Marchisio, il giovane che proviene dal vivaio e che matura definitivamente accanto ai nuovi e più esperti compagni. A sbocciare sono anche Leonardo Bonucci, a un passo dall’essere svenduto prima che iniziasse quel campionato, e Giorgio Chiellini che con Andrea Barzagli e Gianluigi Buffon dà vita a una delle migliori difese di sempre in Serie A. Risultato: zero sconfitte. Una squadra talmente aggressiva e dura da superare che può fare a meno dell’attacco. Il miglior realizzatore è Alessandro Matri con sole dieci reti.

Senza sminuire l’apporto del tecnico livornese, i titoli conquistati e le finali europee sono state anche il prodotto di una squadra che oramai giocava a memoria e che assorbiva i nuovi innesti, migliorandosi progressivamente. Quando arrivò un po’ a sorpresa nel 2014, non fece alcuna fatica ad assumere il comando delle operazioni. Si trattava di alleggerire la tensione rispetto al suo predecessore, di contare una volta di più su una difesa eccezionale, di far girare la squadra intorno a un centrocampo che nel frattempo si era rinforzato con la presenza di Paul Pogba, e di finalizzare il gioco grazie a un fuoriclasse come Carlos Tévez affiancato dai due attaccanti spagnoli, Fernando Llorente e Álvaro Morata. E poi, quando l’argentino decise di tornare in Sudamerica, ne arrivarono altri due: Paulo Dybala e Gonzalo Higuaín.

È l’estate del 2018. Il paese è in lutto, oltre che essere governato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini con la mediazione di Giuseppe Conte. La nazionale ha clamorosamente mancato la qualificazione ai Mondiali in Russia. Due partite incolori con la Svezia e si può proclamare l’ufficiale dipartita del calcio italiano. Discussioni, dibattiti, approfondimenti, promesse di riforme dei campionati e di interventi sui settori giovanili, progetti a medio e lungo termine. E poi, come spesso accade, si riparte sostituendo alla tragedia, il comico.

La Juventus, dunque, ha appena vinto il suo settimo titolo consecutivo. Non si prendono sul serio alcuni rumorosi scricchiolii. La difesa è invecchiata, il centrocampo non sembra più in grado di controllare il gioco, l’attacco conta su validi giocatori che, però, non ricevono rifornimenti adeguati dai reparti arretrati. Ed è a questo punto che si compie il destino della squadra torinese. Che si inverte la rotta. Saranno ancora due anni di successi ma la parabola ha preso la via della parte discendente.

Il 10 luglio Cristiano Ronaldo è un giocatore della Juventus. Sarebbe ingeneroso e falso attribuire al campione portoghese la responsabilità della fine del ciclo iniziato nel 2011. Tuttavia, è abbastanza chiaro che in quella fase storica i vertici non dimostrano particolare lungimiranza. Non pensano a uno come David Trezeguet, che nel Duemila arrivò ventitreenne e che, accanto ad Alessandro Del Piero, diventò uno dei più grandi realizzatori della storia bianconera. I dirigenti preferiscono compiere operazioni spregiudicate di puro stampo finanziario. Il fatto tecnico-sportivo passa in secondo piano. Probabilmente, si dà per scontato che la vittoria sia un diritto naturale, una disposizione divina. E, così, invece di puntare su un’autentica ricostruzione, si sceglie di prelevare da Madrid un fuoriclasse a fine carriera interessato più alla sua immagine e ai suoi record che al destino del nuovo club, e di puntare sui cosiddetti parametri zero per sviluppare plusvalenze. Certo, si vendono maglie in giro per il mondo e i marchi possono contare su un testimonial d’eccezione. Ma, contemporaneamente, in un contesto del genere, Allegri dimostra di non essere in grado di ripartire da capo. Se valorizzare ed esaltare una squadra già forte gli era risultato semplice, navigare nelle difficoltà non è nelle sue corde.

A Torino si ostinano a non cogliere alcun segnale d’allarme. Unica decisione: separarsi dall’allenatore dei cinque scudetti consecutivi. Mentre a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte si appresta a dirigere un nuovo governo, questa volta di centro-sinistra, abbandonando Salvini al Papeete, allo Stadium inizia un nuovo corso con Sarri. Il collettivo juventino è chiamato a inventare gioco, a far viaggiare la palla, a produrre geometrie. Dura poco, anche se in modo rocambolesco i bianconeri si aggiudicano il nono scudetto di fila. È un macabro ultimo ballo, nel cuore della pandemia, con un virus planetario, in mezzo a dolorosi lutti e a sopravvissuti che hanno perso tutto. Così va la vita al tempo della morte.

Altro giro, altro restyling. Tocca a Pirlo prendere la guida tecnica della Juventus. I risultati sono mediocri, anche se il fatidico quarto posto è raggiunto per gentile concessione del Napoli. Nuovamente, invece di puntare su un’autentica rivoluzione, si insegue la zona Champions (per poi farsi eliminare puntualmente agli ottavi), ci si arrampica a delle fragili certezze. La difesa si è sgretolata, il centrocampo non comanda, anche perché ora avere un uomo in meno pesa troppo, e l’attacco potrebbe pure essere il migliore al mondo, ma senza palloni rende felici solo i cultori di Michelangelo Antonioni e di Blow-Up.

Il ritorno di Allegri non è altro che l’epilogo preannunciato nella primavera del 2018 e compiutosi con quattro anni di ritardo, solo perché la concorrenza non si è presentata puntuale all’appuntamento. Nel frattempo sale al governo Mario Draghi e completa uno strano girone all’italiana tra PD, Movimento 5 Stelle e Lega.

Sono stati persi anni importanti. Quando le avversarie puntavano su Nicolò Barella,  Sandro Tonali, Lautaro Martínez e Rafael Leão, solo per citare alcuni dei protagonisti di quest’ultimo biennio di marca milanese, a Torino si è dilapidato un notevole vantaggio tecnico, prima accaparrandosi centrocampisti come Adrien Rabiot, Arthur Melo, Aaron Ramsey, poi cercando in tutti i modi di disfarsene. E persino i più giovani Matthijs de Ligt e Dejan Kulusevski hanno preparato le valige anzitempo per un repentino cambio di strategie. E ora che Inter, Milan, Napoli e forse la Roma e la Lazio hanno trovato maggiore stabilità, pur in un campionato dove momentaneamente a primeggiare sono Atalanta e Udinese, invertire la direzione sarà un’impresa complicata. Tanto più che i vertici e l’allenatore hanno dimostrato di non avere grandi (e piccole) idee.

La clamorosa sconfitta con il Monza perciò ha origini lontane. Un po’ come il futuro governo presumibilmente affidato a Giorgia Meloni. Certi accadimenti, pur non necessari, non sono affatto casuali. Le vittorie e le sconfitte si alimentano vicendevolmente, anche se ce ne accorgiamo sempre in ritardo, perché non siamo in grado di comprendere il presente, l’attimo. E d’altro canto, non era scritto da qualche parte quanto fosse più difficile conservare che conquistare il potere?

 

 

 

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