Uscì domani (31 gennaio 1963): Gli Ultimi di Vito Pandolfi

Abita un tempo avverso, cammina controvento, il film Gli Ultimi, diretto da Vito Pandolfi a partire dai ricordi di Padre David Maria Turoldo, sacerdote e poeta, anche autore della sceneggiatura insieme al regista. Tratto dal racconto autobiografico del presbitero friulano, Io non ero un fanciullo, il film va controcorrente perché abita il tempo del boom economico, gli anni di un’Italia che ha da poco salutato – in pericolosa fretta – secoli di civiltà contadina.

Siamo nei primi anni Sessanta – il film uscì domani: il 31 gennaio 1963 – e siamo in anticipo di quasi quindici anni rispetto a quello che sarà un ritorno del mondo contadino nel cinema italiano: una riflessione collettiva, slegata, spontanea, alta, sull’epica umile di un’Italia rurale, spesso povera, eppure viva. Arriveranno, infatti, dopo la metà degli anni Settanta, una manciata di opere sull’argomento, diverse tra loro ma con questo grande tema in comune. Non solo L’albero degli Zoccoli, 1978 – il film a cui Gli ultimi è più vicino – ma lo stesso Novecento, 1976, e Padre Padrone, 1977, fino a Cristo s’è Fermato a Eboli, 1979, e a Fontamara, 1980. Opere di autori – Olmi, Bertolucci, i Fratelli Taviani, Rosi, Lizzani – rappresentanti indiscutibili dell’eccellenza del nostro cinema. Intellettuali che si interrogano, in una stagione difficile per l’Italia, ognuno a modo proprio, ma contemporaneamente, su un territorio culturale ormai dissolto, più lontano di quanto il poco tempo trascorso non dica.

Gli ultimi, con attori non professionisti raccolti sul posto, racconta i contadini poveri del Friuli degli anni trenta, con il fascismo molto sullo sfondo (su un muro c’è la faccia del Duce e c’è una frase sparata da un tizio dentro l’osteria) e i fragili in primo piano: gli ultimi, appunto, dentro un paesaggio umano dove l’unica alternativa alla terra faticosa è la miniera da emigranti, ma in cui la sofferenza è attraversata con vigore e dignità. Guarda indietro di trent’anni, Gli ultimi, mentre il suo presente, almeno quello della commedia all’italiana, ma non solo, racconta prevalentemente le città, lasciando fuori campo il mondo contadino. Sfiorandolo solo raramente, per pochi istanti, con alcune delle sue vette: in Io la conoscevo bene, 1965, Adriana (Stefania Sandrelli) torna per un attimo in campagna dai genitori, stanchi, spenti, segnati dalla fatica, e quella dura condizione aggiunge dettagli importanti alla descrizione della fragilità della protagonista. In una sequenza di Il sorpasso, 1962, Bruno e Roberto (Gassman e Trintignant) assistono dall’auto a una festa contadina, e il primo, infervorato dalla sua corsa senza meta, assetato di qualcosa di intangibile, ironizza, più o meno bonariamente, sul modo di danzare di quei campagnoli in un terreno illuminato alla buona.

Nella sua solitudine, Gli ultimi racconta la storia di un ragazzino: Checo, intelligente e povero, sensibile e vessato dai ragazzini meno poveri di lui, figlio maschio al tramonto di un’infanzia fugace, dentro una famiglia radunata la sera davanti al fuoco e a un piatto di polenta, con una vacca e qualche pecora, con le preoccupazioni di un padre presente e combattivo davanti al futuro. Parte dalle rievocazioni dello stesso Turoldo, questo film magro come i protagonisti, girato in un bianco e nero essenziale, ma cammina anche, se non principalmente, per tenere viva la memoria di un mondo certamente faticoso, non facile, non idealizzato dal film, ma anche conduttore di valori importanti per l’essere umano, entrati in crisi nella società della fabbrica, dei consumi e dello spettacolo. Per quanto lineare e privo di grandi colpi di scena, il film di Turoldo/Pandolfi trae forza dalla sua asprezza delicata, poggiata su una campagna spoglia e sui suoi esili interni domestici. In questi spazi dal valore documentario, respira il volto di un ragazzino sensibile e dimesso, confidente di uno spaventapasseri, osservatore dei grandi, rispettoso delle loro richieste, ma anche sanamente attratto dai bisogni della sua età. Il suo continuo sentire silenzioso diventa il potente veicolo emotivo di un film sobriamente poetico. Più ruvido che morbido, più vero che elegiaco, con una sua identità di forma e di sostanza dall’inizio alla fine.

Qui sotto per vedere la versione restaurata del film su You Tube

 

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