Verso gli Oscar: JUDAS AND THE BLACK MESSIAS

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In questo biennio maledetto il cinema americano ha fatto a più riprese i conti con il passato, col passato scomodo, con uno dei periodi più turbolenti, quello della guerra del Vietnam, quello in cui il paese è andato più vicino alla guerra civile, quello in cui il governo non importa se fosse in mano ai Democratici o ai Repubblicani ha provato senza andar troppo per il sottile a reprimere ogni e qualsivoglia forma di antagonismo politico, che fossero pacifisti, che fossero hippie, che fossero di sinistra, che fossero neri, mettendo in campo la polizia, l’esercito e – sempre presenti – CIA e FBI. Cinema storico, cinema politico, cinema d’impegno civile dunque con una enorme quantità di materiale video a disposizione, con alcuni (ormai pochi) testimoni ancora vivi, con atti processuali non più secretati, e con la scelta che il regista e lo sceneggiatore devono di volta in volta compiere sull’equilibrio fra documento e finzione, insomma quale spazio l’autore del progetto intende ritagliarsi rispetto alla fattualità, alla messe di dati e di immagini. Uno dei film più belli di questa tipologia, fra quelli usciti quest’anno, l’equilibrio lo ha trovato eccome, ed è Il processo ai Chicago 7 di cui abbiamo già avuto modo di parlare (http://www.close-up.it/il-processo-…).

È proprio a questo film che viene fatto di paragonare l’altro, ovvero Judah and the Black Messias (entrambi peraltro si svolgono a Chicago), anch’esso finito nella short list degli Oscar in ben 6 categorie, in realtà 5, perché in quella come miglior attore comprimario ci sono finiti in due, sia Daniel Kaluuya nel ruolo di Fred Hampton che Lakeith Stanfield nel ruolo di William ‘Bill’ O’Neal. Le altre 4 categorie sono: miglior film, miglior sceneggiatura originale, migliore fotografia e miglior canzone. Il regista (nonché co-sceneggiatore) è Shaka King, nero originario di Brooklyn, che è nato nel 1980, e questo è solamente il suo secondo film. Ben più del Il processo ai Chicago 7 , Judah è un film molto legato alla fattualità, prova ne sia che Bill O’Neal, la persona che funge da modello a uno dei due protagonisti, ci viene presentato in carne e ossa all’inizio e alla fine del film, allorché diede la sua prima e unica intervista televisiva, al termine della quale – apprendiamo e spoileriamo un minimo – si suicidò stravolto, evidentemente, dai sensi di colpa.

Perché Bill O’Neal si suicidò? Perché per evitare guai seri ma alla fine non serissimi (è questo l’aspetto in fin dei conti tragico del film) si prestò, lui ladruncolo nero di mezza tacca, a fungere da informatore dell’FBI nel quadro di uno dei momenti salienti del famigerato Counter Intelligence Program (abbreviato con COINTELPRO) ovvero la campagna dapprima di controllo e poi di autentica eliminazione della sezione di Chicago delle Pantere Nere, riunite intorno alla carismatica figura di Fred Hampton. L’aspetto più interessante del film consiste nell’ambiguità in cui Bill O’Neal versa per quasi tutto il tempo: non sarà che a furia di controllare le Pantere Nere, il protagonista ha finito per condividerne le istanze cessando di essere un finto affiliato e diventandone uno vero, anzi un dirigente, anche a fronte del fatto che molte figure di spicco, prima della finale resa dei conti, trascorrono molto tempo in galera? Questo dilemma avvince il pubblico assai più delle dinamiche interne alle pantere (o più in generale fra le Pantere Nere e gli altri gruppi/gang nere di Chicago da colonizzare) o anche della relazione di Hampton con la compagna incinta, ascesa dal rango di groupie a madre del figlio, che successivamente erediterà il mandato di politico del padre (com’è nella realtà Fred Hampton Jr. è diventato un importante attivista politico).

Sul piano visivo il film è un po’ faticoso, svolgendosi quasi tutto in ambienti chiusi e poco illuminati, con un uso marcato del piano sequenza e della camera a mano. La sceneggiatura, pur nominata, non ci convince del tutto: 126 minuti sono davvero troppi. Gli attori tutti, oltre ai due nominati, sono bravi, sia Jesse Piemons nel ruolo del reclutatore, sia Martin Sheen, truccatissimo, nel ruolo del famigerato capo della FBI J. Edgar Hoover.


Judah and the Black Messias – Regia: Shaka King; sceneggiatura: Shaka King, Will Berson; fotografia: Sean Bobbitt; montaggio: Kristan Sprague; interpreti: Daniel Kaluuya (Fred Hampton), Lakeith Stanfield (Bill O’Neal), Jesse Piemons (Roy Mitchell), Dominique Fishback (Deborah Johnson), Martin Sheen (J. Edgar Hoover); produzione: Warner Bros, Macro, Participant origine: Usa 2020; durata: 126’.

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