Yellow Letters. Voto ***(*)
Quando gli Usa erano ancora una mitologica potenza, ed i premier americani erano in grado di esercitare il loro mestiere, capitava che dall’altra parte dell’Atlantico risuonassero frasi celebri. Come quella che, in mezzo alla tempesta della Great Depression, Franklin Delano Roosevelt pronunciò, nel 1933, forse la frase più memorabile dell’intero sogno americano: “The only thing we have to fear, is fear itself”.
Ecco, il giovane regista Ilker Çatak, nato 42 anni fa a Berlino da genitori turchi, ha realizzato un film che te la fa sentire tutta la paura che la politica può generare. Ad ogni scena il suo film, come una dinamo negativa, si carica di terrore, devastando lentamente sogni ed illusioni di una famiglia”‘perfetta” come quella di Derya, Aziz e della loro 13enne figlioletta Egzi. Yellow Letters è il titolo di questa fenomenologia del disastro politico che Çatak ha montato, per 127 minuti di seguito, intorno alla vita della attrice Derya – Özgü Namal è splendida nelle vesti della tostissima Prima donna – e del suo più candido consorte Aziz. Anche Tansu Biçer è convincente nel ruolo del drammaturgo di grido, dell’intellettuale tutto di un pezzo che produce teatro radicale, convinto con le sue creazioni “di cambiare il mondo”, come Aziz ripete a sua moglie, e alla loro ribelle figlioletta (più scettica dei genitori sulle potenzialità palingenetiche del teatro e del mondo). Se non fosse per l’apocalisse della politica, appunto. Una drammatica svolta autoritaria che, all’improvviso, stravolge la vita, il lavoro e i destini della nostra creativa (e benestante) famiglia. Di colpo, la compagnia di cui Derya è la Star è costretta a fermare la produzione. All’università in cui Aziz tiene i suoi corsi, il pugno della politica si abbatte su lezioni e seminari. E tutti, docenti universitari e scuole così come gli attori e le compagnie si ritrovano in mano non solo delle tetre “lettere gialle”, di licenziamento, ma accusati dal giorno alla notte di praticare il “terrorismo”, e quindi sotto processo per oltraggio all’autorità statale.
Ilker Çatak la ricostruisce sempre più assillante, ammorbante la spirale di violenza statale che soffoca le ambizioni artistiche di Aziz e Derya, e precipita il loro amore e nucleo familiare nel vortice oscuro delle fobie, dei tormenti, della lotta per il pane quotidiano. Per sostenere la famiglia, da regista di successo, Aziz si ritrova a guidare di notte un taxi. Mentre Derya, per tamponare l’angoscia che la svuota, molla il sipario d’avanguardia per girare (con tanto di parrucca bionda in testa) serie alquanto banali in tv. Chiusi in macchina e sotto la pioggia, Çatak è spietato a mostrarci Aziz e Derya che – per oltre 10 minuti – se le rinfacciano di tutti i colori, sabotando dalle fondamenta il loro amore.
Già nel suo capolavoro precedente – La Sala professori del 2023 -il regista turco-tedesco aveva fissato l’obiettivo sulla lenta, inesorabile deriva che spacca un’istituzione sociale: una scuola media, in cui un’ostinata professoressa di matematica è alle prese con una serie di furti. Alla fine, la sua strenua ricerca della giustizia mette in crisi non solo il rapporto docente/studenti, ma la stessa istituzione Scuola.

In Yellow Letters, girato per lo più ad Amburgo e dintorni o fra le strade di Berlino, è la sfera della politica nella sua forma peggiore, dell’arbitrio e strapotere dello Stato, al centro della mdp di Ilker Çatak. Cosa accade dentro di noi, nelle nostre case e relazioni, quando la politica si fa dittatura ed entra come un panzer nelle nostre biografie? E che succede alle più eteree forme della cultura, agli artisti stessi quando le (fragilissime maglie) della società democratica cedono ad asfittici sistemi autoritari? Lo choc spiazzante del film è vedere questa catastrofe inesorabile montare nella capitale della Repubblica Federale, e cioè a Berlino, trasformata in Yellow Letters in una sorta di Ankara, la capitale di un Sultano spietato come Erdogan. Per poi vedere come una metropoli così aperta e tollerante come Amburgo – lì dove Derya ed Aziz si rifugiano dopo aver perso i rispettivi lavori – mutare in una sorta di Istanbul tedesca.
D’altronde, le drammatiche questioni che Aziz, e Çatak, ci pongono dalle prime battute del film sono quelle sempre più urgenti ed inquietanti che respiriamo davvero e quotidiane in un emisfero occidentale in preda ai più foschi rigurgiti di sovranismi e tentazioni autoritarie: può il teatro, la letteratura, il cinema o l’arte salvare il mondo quando la politica va in fiamme? Può l’austerità morale del singolo frenare le ondate collettive di odio, maschilismo e razzismo che si riprendono sistematicamente il potere, e il sopravvento sulle libertà e dignità umane?
La cinica quanto sprezzante risposta del giovane Bertolt Brecht, in una delle più suggestive Ballate della sua Opera da tre soldi (del 1928, in piena crisi di Weimar), era notoriamente che : “Erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral”. Prima di tutto, la pienezza del cibo, e solo poi semmai la morale. È questa la strada che, in mezzo al regime del Terrore, la più pragmatica Deyra imbocca scivolando nei ruoli più dozzinali delle operette in Tv. Più difficile dire per quale delle due opzioni – per la pancia piena o la morale; l’arte o la salvezza individuale – opta un nostro giovane regista. Quel che è sicuro è che il suo piccolo-grande film sulle spinte di un nuovo fascismo già striscianti in mezza Europa è “un esperimento filmico”, ha spiegato lui, “su una coppia turca che si ritrova come in esilio”. Sì, nel tempo dell’odio diffuso e delle dittature riemergenti sono le arti le prime manifestazioni umane a venire stuprate e spente, e a costringere gli artisti ad imboccare le amarissime fughe nella banalità, o dell’esilio.
L’ultimo Brecht comunque, nelle sue Elegie di Buckow (1953), lo disegnava molto diversamente il ruolo dell’arte, rispetto alla morale e alle necessità dei bisogni quotidiani. Nella poesia Il fumo tratteggiò una “piccola casa sotto gli alberi sul lago.
Dal tetto sale il fumo.
Se mancasse
Quanto sarebbero desolati
La casa, gli alberi, il lago!”
Certo, Yellow Letters non ha forse tutta quell’energia compatta che Çatak aveva riversato nell’opera precedente ( La Sala professori è di 98 minuti, non i 127 di questa sua ultima fatica). Eppure, il candido Aziz si avvicina ai versi del sommo Brecht quando, testardo, ricorda alla figlia ribelle l’importanza del teatro per la vita: se spegnessimo quell’esile “fumo”, il filo di speranza e bellezza dell’arte, quanto sarebbero desolanti le nostre società, ore e gesti quotidiani? Se sei nato nel 1984, non sei più un enfant prodige; il cinema di Ilker Çatak resta uno dei più interessanti del ‘nuovo cinema tedesco’, e la sua ultima fatica un film – anche se non proprio perfetto – da vedere. Tanto più che sarà Lucky Red a distibuirlo nelle nostre sale dal prossimo 30 aprile.
In anteprima al Festival di Berlino (Orso d’oro).
Yellow Letters (Gelbe Briefe/ Sarı Zarflar) – Regia e sceneggiatura: Ilker Çatak; fotografia: Judith Kaufmann; montaggio: Judith Kaufmann; musica: Marvin Miller; interpreti: Özgü Namal (Derya); Tansu Biçer (Aziz); Leyla Smyrna Cabas (Ezgi); Ipek Bilgin (Güngör Hanim); produzione: Ingo Fliess, if…Productions Film; origine: Germania/Francia/Turchia, 2026; durata: 127 minuti; distribuzione: Lucky Red.
