Berlino F.F.: Zum Tod meiner Mutter di Jessica Krummacher (Encounters)

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Ci ricordiamo di Jessica Krummacher per le disturbanti costellazioni familiari messe in scena a Venezia 2011: Totem, presentato in laguna ormai più di dieci anni fa, documentava lo scardinamento dei legami borghesi con la stessa freddezza di un bisturi atto a sezionare le sue inermi vittime. Il cinema della regista tedesca, qui al timone del suo secondo lungometraggio, è riservato ai palati forti: Zum Tod meiner Mutter, nella sezione Panorama, – parte di un ciclo materno insieme a opere come Cinco Lobitos (https://close-up.info/7133-2/) o Ta Farda (https://close-up.info/7306-2/) – ne è la conferma. Attenzione! Prima di aprire il sipario occorre mettere avanti, secondo il detto, entrambe le mani.

Come già si evince dal retrogusto quasi cronachistico del titolo, l’intera pellicola vortica intorno alla morte – una morte, per giunta, affatto edulcorata dalla vita che invece continua a scorrere come se nulla fosse: in questa sorta di parabola visiva dalle sfumature metafisiche, non ci sono bambini (se non per brevi istanti), né famiglie o amici che possano considerarsi tali. Juliane (un’apatica e fulgida Birte Schnöink), sospesa da mesi – o forse anni? – fra i gelidi corridoi di una clinica per anziani, deve fare i conti con l’imminente perdita della madre Kerstin (Elsie de Brauw). Quest’ultima, ritrovatasi all’improvviso prigioniera di un corpo irrimediabilmente malato e percosso da ferite di varia natura, ha deciso di prendere congedo dal mondo. L’eutanasia, in Germania così come nel nostro Paese, è ancora illegale – l’ultimo Referendum, in Italia, è stato bloccato giusto un paio di giorni fa.

In assenza di una legge umana capace di accompagnare il paziente nel suo impervio e solitario cammino verso l’ignoto, ognuno si arrangia come può: così Kerstin smette di mangiare e di bere, adattandosi implicitamente ad un sistema di valori che, alla cosiddetta buona morte, predilige sempre e comunque un’esistenza travagliata – o, secondo le parole dello stesso medico curante (qui interpretato da un impassibile Christian Löber), un’esistenza vissuta a metà. A metà è anche il corpo della donna, sospesa in un antinferno esperibile soltanto in parte: “Ho ancora il lato destro?” è l’inquietante (e, forse, indecifrabile) quesito che la madre pone alla figlia nell’oscurità delle tenebre estive. Le carezze della ragazza faticano a raggiungere il suo volto, la quotidianità si dipana “wie im Traum”: come in un sogno.

La cinepresa, in effetti, si muove sulla superficie di una notte dell’animo, traducendo in immagine il linguaggio del lutto – un idioma che, all’interno di un universo in cui la morte non è o non deve essere contemplata, risulta alquanto lacunoso, frammentario, incompleto. Eppure, l’autrice non intende girare un film politico, ma raccontare una vicenda personale, intima e, di conseguenza, desolante. Opponendosi manifestamente alle aspettative del pubblico in sala, il personaggio che più si adatta alla nera foschia qui immortalata è proprio quello di Juliane: giunti all’epilogo di questa tragica via crucis, potremmo quasi affermare di conoscere meglio Kerstin, pur riuscendo a scorgerla solo attraverso lo smisurato senso d’abbandono e d’inutile procrastinazione che la circonda.

L’ordinaria normalità dello spaziotempo precedente, ormai confinato all’esterno, si assottiglia fino a scomparire, fino a quando non rimangono che le quattro pareti spoglie della stanza in cui l’esile corpo della madre giace. Varcata la porta, penetriamo all’interno di un’altra dimensione, imparando a memoria i dettami che ne regolano il corretto funzionamento: qui non ci si può permettere di chiudere gli occhi nemmeno per un istante, eppure si comunica esclusivamente con gli occhi chiusi, senza uscire dal proprio limbo, né tantomeno dal proprio dolore. L’effetto è raccapricciante – chi, come la sottoscritta, non possiede uno stomaco particolarmente robusto, avrebbe volentieri abbandonato questa inconsueta camera ardente. Ma Juliane non lo fa, e da martire si trasforma suo malgrado in carnefice: lo sguardo spento, le bottiglie di birra stappate in modo compulsivo sull’angolo di un balcone, la felpa celeste che la giovane non cambia mai sono gli unici scampoli di un’esistenza a pezzi. Abbiamo l’impressione di osservare un fantasma, di assistere ad una doppia dipartita (quella della madre e quella della figlia che, senza la madre, non sarà mai più figlia).

Una volta scalato questo Monte Calvario cinematografico, non ci sentiamo certo sollevati. La scomparsa di Kerstin non è una vera scomparsa, ma continua a tormentarci oltre il grande schermo: Jessica Krummacher intesse un arazzo dai colori torbidi, lo intuiamo già dai primi fotogrammi, dal rifiuto che il suo alter-ego Juliane oppone ad ogni mezzo di sussistenza, ad ogni piacere terreno, ad ogni piccola gioia in grado di trasformare la semplice sopravvivenza in vita. Il cibo, il tiepido sole autunnale, il fragore degli ultimi acquazzoni, il vento fra gli alberi, un calice di spumante condiviso fra amici, la sigaretta consumata sull’uscio della clinica: tutto si fa intollerabile, nauseabondo, ripugnante. Eppure, non riusciamo a distogliere completamente lo sguardo – non si tratta di bieco voyeurismo, ma di una strana empatia verso ciò che preferiremmo non comprendere. Al termine della pellicola, finiamo per diventare estranei persino a noi stessi: solo allora l’impervio cammino di Kerstin e Juliane verso l’ignoto potrà dirsi completo.


Cast & Credits

Zum Tod meiner Mutter/The Death of my Mother  –  Regia: Jessica Krummacher;  sceneggiatura: Jessica Krummacher; fotografia: Gerald Kerkletz; montaggio: Anne Fabini; interpreti: Birte Schnöink (Juliane), Elsie de Brauw (Kerstin), Johanna Orsini (Christa), Susanne Bredehöft (Birgit), Gina Haller (Nurse Katharina), Christian Löber (Dr. Philipp Plath), Nicole Johannhanwahr (Franka), Thomas Wehling (Stefan), Wolfgang Rüter (Kalle), Ann Göbel (Elisa); produzione: Walker+Worm Film; origine: Germania 2022; durata: 135’.

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