Furore di Massimo Popolizio

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Considerato uno dei più importanti scrittori a livello mondiale del Novecento, John Steinbeck non può che rappresentare una fonte d’ispirazione potente per chi come Massimo Popolizio ama confrontarsi e misurarsi con un livello alto di letteratura a teatro.

Il celeberrimo testo The Grapes of Wrath (in italiano Furore) venne pubblicato nel 1939, ricevette il Premio Pulitzer e divenne ben presto un best-seller sensazionale; in Italia arrivò quasi subito, pubblicato nel 1940 dall’Editore Bompiani su consiglio di Elio Vittorini, che con coraggio lo fece uscire anche se in una traduzione che doveva fare pesantemente i conti con la censura fascista. Sempre dello stesso anno è la  versione cinematografica, per la regia del grande John Ford e con Henry Fonda nei panni del protagonista, che pur dovendo anch’essa sottostare alle regole del Codice Hays e a delle modiche importanti del testo, è diventato uno dei grandi capolavori del cinema americano classico.

Il romanzo narra l’epopea di un popolo in fuga, la ricerca di una terra promessa tra fatica ed emarginazione avendo come fulcro narrativo la rappresentazione di una condizione storica e geografica ben precisa: la crisi agricola, economica e sociale che stritolò gli Stati Uniti nel 1929.  Ed è evidente la presenza e la riproposizione di una condizione di miseria e povertà sempre uguale a se stessa nonostante i protagonisti siano incessantemente alla ricerca di un cambiamento generale.

Lo stile adottato da Steinbeck è quello documentaristico, in cui emergono dati chiari e attendibili, provenienti da un lavoro di ricerca molto attento e che il futuro premio Nobel (1962) aveva già dimostrato di aver concluso, avendo denunciato più volte sulle pagine del “San Francisco News”, la drammatica situazione della crisi agraria negli Stati Uniti e le sue conseguenze nefaste.

Lo spettacolo (in scena dal 18 al 30 maggio al Teatro Argentina di Roma) è un esempio di perfezione stilistica ma anche di grande esperienza testuale rafforzata dalla collaborazione di Emanuele Trevi e dei suoi adattamenti drammaturgici, attraverso un narratore onnisciente, il quale racconta con candore la dolorosa immigrazione avvenuta dall’Oklahoma alla California lungo la Route 66.

Un affresco narrativo colmo di verità poiché frutto di un lavoro di inchiesta preciso e minuzioso.

Popolizio può, grazie alla sua forza scenica, affidarsi a una Reading senza troppi elementi scenici, ma supportando la narrazione solo attraverso delle interessanti e preziose proiezioni documentaristiche  e tramite la musica del batterista e percussionista Giovanni Lo Cascio. Così l’elemento musicale si combina, senza squilibri sonori, alla possente voce dell’attore, dando vita a un’atmosfera pregna di significato e emozioni esaltanti.  E riesce a trasformare la parola in immagine e a rappresentare con forza l’umanità più disperata, costretta a combattere per la sopravvivenza, in un luogo apparentemente accogliente.

La California si trasforma allora da Terra Promessa in Terra Desolata, viste le alluvioni che la stravolsero, spazzando via oltre ai raccolti, anche le speranze dei contadini. Le disgrazie della famiglia Joad sono rese in modo realistico dall’interpretazione convincente di un testo dalle mille sfumature, senza che venga lasciato mai nulla al caso. Si evince dal racconto di un capitalismo schiacciante come tutti i semi del Furore vengano inesorabilmente piantati e la morte sia spesso vista come un elemento ricorrente…

Nonostante ciò la vitalità e la sua forza sono sempre presenti, in modo poetico e struggente come nella scena finale, quella di una donna, che disperata per aver perso il proprio bambino, dona il latte di madre ad un vecchio quasi morto di fame, un segno che diventa speranza di vita.

 

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