Il divin Codino

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Più di quattrocentocinquanta partite in serie A condite da duecentocinque reti, cinquantasette partite in Nazionale con ventisette reti, più altre cinquanta marcature tra Coppa Italia, Supercoppa italiana e coppe europee. Tra i trofei, due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa  Uefa e il Pallone d’Oro 1993. Sono questi i numeri di colui che l’Avvocato Agnelli definì Raffaello, di fatto Roberto Baggio da Caldogno, classe ’67 e talento tra i più cristallini di tutta la storia del calcio italiano.

Il divin codino diretto da Letizia Lamartire alla sua seconda prova nel lungometraggio dopo Saremo giovani e bellissimi  (2018)  sembrerebbe però non affidare la sua diegesi alle performance sportive del nostro quanto piuttosto ad un microcosmo intimo del campione, in gioco tra risvolti esperienziali e necessità dell’uomo Roberto Baggio di relazionarsi continuamente al mondo esterno.

Il plot parte dal primo infortunio al crociato, all’età di diciotto anni, e si conclude con il saluto al calcio nel teatro di San Siro con alcune immagini di repertorio. Nel mezzo, il rapporto del protagonista (interpretato da Andrea Arcangeli) con la figura paterna Florindo Baggio – quest’ultima metafora delle origini umili e di quella cultura veneta legata alla discrezione e al sacrificio –  la fede nel buddismo (elemento cardine della struttura psicologica del soggetto) e quel maledetto rigore di USA ’94, con annesso elettrocardiogramma emotivo connesso al rapporto (pessimo) con l’allenatore Arrigo Sacchi.

Il film (targato e visibile su  Netflix) utilizza un montaggio classico, che sfrutta i salti temporali utilizzati spesso senza un filo logico, da qui un’impossibilità a creare una profondità di scrittura su alcuni personaggi che gravitano attorno al protagonista. I dialoghi simbolizzano, con strumentali metafore, le “gesta” emotive, sportive del nostro ma non sempre trovano un registro organico. La colonna sonora, che fa da commento, alza il tiro durante le immagini dei goal, realizzate in digitale e con delle tecniche video in cui è troppo evidente, di fatto straniante, l’artificio estetico.

Un’operazione riuscita male questo focus su un talento unico: da un lato non comprendiamo realmente la posizione autoriale nel raccontare l’uomo Baggio e dall’altro lato, più sportivo, le
vere gesta si perdono nel romance della storia e così perdono di significazione. Come nota positiva, però, citiamo almeno la performance attoriale di Andrea Pennacchi, che mostra in quadro una figura paterna ricca di elementi in gioco tra mimica facciale e registro emotivo.

 


Il divin codino – Regia: Letizia Lamartire; sceneggiatura: Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo; fotografia: Benjamin Maier; montaggio: Pietro Morana; scenografia: Francesco Bronzi; musica: Matteo Buzzanca; interpreti: Andrea Arcangeli (Roberto Baggio), Valentina Bellè  (Andreina), Thomas Trabacchi (Vittorio Petrone), Andrea Pennacchi (Florindo Baggio), Antonio Zavatteri (Arrigo Sacchi), Anna Ferruzzo (Matilde), Riccardo Goretti (Maurizio Boldrini), Martufello (Carlo Mazzone), Simone Colombari (:dirigente della Fiorentina); ; produzione: Marco De Angelis, Nicola De Angelis per Fabula Pictures; origine: Italia 2021; durata: 92’; distribuzione: Netflix.

 

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