3 km alla fine del mondo di Emanuel Pârvu

3 km alla fine del mondo – terzo bel lungometraggio da regista dell’attore Emanuel Pârvu che ricordiamo di recente nell’ottimo Miracle – Storie di destini incrociati di Bogdan George Apetri.

Intrappolato nel perimetro di uno spazio geograficamente e antropologicamente determinato, Adi, il diciassettenne protagonista di 3 km alla fine del mondo, è costretto fin da subito a fare a pugni con la frontalità brutale di quell’ambiente e di chi lo abita: un villaggio isolato lungo le sponde rumene del Danubio, dove il ragazzo, studente di città, torna per le vacanze estive.

Il suo rendez vous teneramente sensuale con un altro ragazzo viene bruscamente pedinato e interrotto dall’avventarsi dei due figli dell’arrogante affarista locale, corrotto e corruttore, che lo picchiano con l’implicita accusa di aver manifestato troppo esplicitamente un bisogno di desiderio e di affetto non conforme al fatto che ai maschi devono piacere le femmine. Una buona parte di questi accadimenti appena descritti non viene però mostrata dal regista Emanuel Pârvu, che si ferma al momento del delicato flirtare tra Adi e il suo compagno, dove si concentra tutta l’intensità di un amore giovanile nel voler trovare un luogo per stare insieme, al di là dei limiti, dei rischi, delle privazioni.

3 km alla fine del mondo

Già si respira la voglia di evadere dei due giovani, ma non tanto da una situazione  segnata dall’incombente presenza dietro l’angolo di botte e di insulti, nonostante l’ambientazione notturna e il tono basso delle voci suggeriscano già la possibilità di una minaccia: c’è in prima battuta una sospesa, quasi latente dimensione esistenziale che travalica la cornice statica e schiacciante dei rigorosi piani sequenza di 3 km alla fine del mondo e preannuncia, con un sussulto soffocato, la felicità per la prospettiva di uno spazio condiviso e non celato nel vicolo di un’oscurità.

La risposta a questo coming out appena accennato è, invece, l’innescarsi di una serie di violenze a catena, che toccano i nervi scoperti di una struttura socioculturale ancora arcaica nelle manifestazioni e nell’attuazione delle sue regole: l’attacco fisico diretto ai corpi portatori di un desiderio divergente, l’ottusa repressione dell’istituzione familiare che travalica il bene e la comprensione, la connivenza omertosa del potere ecclesiastico, giudiziario, politico. E la scelta di tenere fuori campo il pestaggio omofobo, facendolo riemerge dall’oscurantismo della casa rabbuiata dove vive Adi del primo piano del suo volto tumefatto, amplifica le conseguenze a vista di quel primo ignobile atto. Tutti sono implicati e affannati nel rimuovere ed estirpare l’accaduto, compresi un padre e una madre raramente cosi terrificanti e spietati nel far valere la loro ansiogena premura pervertita in dilagante prepotenza:  “l’ho creato io, lo posso distruggere solo io“, dice il padre, laconico, al poliziotto servile e meschino che vorrebbe convincerlo a ritirare la denuncia, stabilendo il primato gerarchico e familista nell’imposizione della violenza patriarcale, non certo la richiesta di un principio di giustizia.

E assieme all’accanita volontà di far sparire le tracce di quella rozza resa dei conti interna, che non vuole certo coprire le maldicenze di uno status borghese esposto platealmente a un fatto considerato sconveniente, quanto assecondare la credenza ignorante a proposito di una malattia da curare per imposizione della volontà divina, viene introdotto in 3 km alla fine del mondo un elemento ancora più inquietante e spaventoso: la famiglia, più che mai riflesso di un’istituzione totalitaria, diventa l’estensione del più arcaico potere religioso, nella sua manifestazione ritualmente più barbara: l’esorcismo che viene imposto ad Adi, legato al letto e trattenuto con la forza, sequestrato e umiliato come un posseduto, un atto mostrato passaggio dopo passaggio, per renderne emblematica e processuale la sadica metodicità, il senso fenomenologico di tortura e di abuso.

3 km alla fine del mondo

Assai significativo è anche il lavoro che Pârvu compie sul sonoro di 3 km alla fine del mondo, sia quello ambientale che quello dei dialoghi, mettendolo in continua relazione con la posizione dei personaggi all’interno dell’inquadratura e del paesaggio rural-lagunare: l’allontanarsi dall’inquadratura verso lo sfondo diminuisce il volume delle voci e dei rumori ambientali, che sovente si sovrappongono e sfumano l’uno dentro l’altro, producendo un effetto naturalista nella percezione acustica, che al contrario induce una forma di straniamento. In particolare, quando entra in scena la rigorosa assistente sociale per i servizi all’infanzia, questa pratica confusiva e depistante restituisce il senso desolante di un ‘indagine costretta alla resa fin dal suo esordio. Manipolata dal prete esorcista, dalla polizia, dagli arroganti ras di quella piccola, omertosa comunità, la donna è costretta a spostarsi da una parte all’altra del villaggio, girando a vuoto intorno al nucleo di una verità che non può essere detta e che viene ridotta a merce di scambio con la complicità dello stesso Adi per ottenere la “scarcerazione” dai suoi aguzzini.

Le parole che omettono sono dunque distanziate dal centro dell’agone e si fanno evanescenti, superflue, strumentali al controllo e all’inganno. Anche la parte sana e virtuosa delle strutture pubbliche, che sembra seguire ancora i dettami di una coscienza umana prima di qualsiasi pregiudizio o forma di discriminazione, deve arrendersi alla formale e dovuta procedura di un verbale che archivia il caso, impotente di fronte a una tale, fitta ramificazione di verticali anatemi e assoggettamenti. La scena pubblica è lontana, distante anni luce, o tre chilometri alla fine del mondo, appunto, dal poter evidenziare e denunciare il sopruso in atto, che arriva alle porte dell’ arbitrio della ufficiale giustizia cittadina come una eco lontano di un’altra realtà. Un atto di accusa cosi potente e cristallino nell’asimmetria del rapporto tra soggetto e istituzioni era venuto sempre dal cinema rumeno contemporaneo in una delle opere più lucide di un grande cineasta come Christian Mungiu: Oltre le colline (2012) presentava anch’esso la storia di un esorcismo imposto con la coercizione ad una delle due giovani protagoniste dai monaci di un monastero ortodosso del profondo entroterra. Anche se la conclusione era più tragica e l’ impeto della denuncia emergeva da un’ alternanza maggiormente sincopata di tempi distesi e accelerati, portati all’ esaurimento psicofisico, Pârvu mantiene in 3 km alla fine del mondo la stessa, sgomenta indignazione, evitando le scorciatoie e le tentazioni, pur radenti un certo schematismo della trama e dei personaggi, della retorica pro giusta causa.

Più di tutto, restano come plastica testimonianza in rilievo, i lividi e i rigonfiamenti sul viso di Adi, il paesaggio tumefatto di un’eredità machista tramandata di cazzotto in cazzotto da carnefice a vittima, memento mori di chi è stato costretto a girarsi dall’ altra parte per non guardare l’altra faccia dell’ amore.

In sala dal 14 maggio 2026.


3 km alla fine del mondo (Trei kilometri până la capătul lumii) – Regia: Emanuel Pârvu; sceneggiatura: Emanuel Pârvu, Miruna Berescu; fotografia: Silviu Stavilă; montaggio: Mircea Olteanu; interpreti: Ciprian Chiujdea, Laura Vasiliu, Bogdan Dumitrache, Ingrid Micu-Berescu, Adrian Teteni, Valeriu Andriuta; produzione:Miruna Berescu per FAMart Association; origine: Romania, 2024; durata: 105 minuti; distribuzione: Academy Two.

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