A proposito del leggendario scrittore boemo (di lingua tedesca e origini ebraiche), nato a Praga nel 1883 e morto nel 1924 in un sanatorio di Kierling, nei pressi di Vienna, la studiosa franco-ceca Maia Hruska, riflettendo sulla tendenza-Kafka nella contemporaneità (nel bel Dieci versioni di Kafka, 2025), scrive: “lo evochiamo talmente spesso che oramai facciamo fatica a concepire come un tempo fosse un emerito sconosciuto. Nel 1924 lo scrittore moriva in un quasi totale anonimato, senza lasciare nessuna eredità, se non un foglio scritto a matita e una pila di manoscritti disordinata”. Non bastasse il completo misconoscimento in vita, prendendo pretestuosamente alla lettera la disperazione dello scrittore, che lo indusse a più riprese a dichiarare di desiderare di veder bruciati i propri libri, alcuni anni dopo la sua morte, nel 1946, vale a dire a guerra finita da un anno e con molti corpi e luoghi ancora da ritrovare, un settimanale comunista, Action, aprì una specie di grottesco (ma coerente con la logica sinistra del tempo) sondaggio: Dobbiamo bruciare Kafka? Tuttavia, come scrive Georges Bataille in un famoso saggio sullo scrittore boemo (Kafka devant la critique communiste, 1950), “Kafka si attenne ad una decisione equivoca, affidando l’esecuzione dell’autodafé a quello fra i suoi amici (Max Brod) che lo aveva avvisato: non si sarebbe mai presa di certo questa incombenza”.
Questa indecisione, questa generale tendenza di Kafka a sottrarsi all’ambito dell’’azione – una sottrazione avversa a quello che è, appunto, il tratto principale dell’individuo moderno, votato alla hybris nel segno dell’autonomia e della funzionalità – è probabilmente una delle tracce più persistenti del sorprendente e brillante film di Agnieszka Holland, che ha aperto, Fuori concorso, il Trieste Film Festival di quest’anno.
La regista, nata a Varsavia nel 1948 e una delle figure più importanti del cinema polacco (ha studiato alla prestigiosa FAMU di Praga con Forman, e ha collaborato, talvolta come sceneggiatrice, con Zanussi, Wajda e Kieslowski), e non dimenticando, nella sua storia di formazione, la partecipazione alla Primavera di Praga, che le causò anche un periodo di carcere, sembra infatti essere stata attratta, nel concepire Franz, da questa istanza del personaggio a sfuggire da quella che oggi chiameremmo tendenza del capitale alla sussunzione strumentale delle vite (e del lavoro cognitivo).

Nel film vediamo un giovane Franz Kafka (Idan Weiss) alle prese, appunto, con varie forme di inoperosa ‘sparizione’ (che una lettura solo psicoanalitica potrebbe invece ascrivere a un tratto marcatamente masochista). La seguiamo, dunque, in (una non) azione nell’ambito del lavoro utile e del riconoscimento sociale; in quello proprio ai legami coniugali; ma ancor prima, in una sfera più esistenziale, vincolante e anche politica (seppure, di quest’ultima almeno, Kafka quasi certamente non ne avrebbe voluto sapere), la vediamo emerge, incontenibile, nel desiderio di Franz di restare in quella apertura indecidibile e mai compiuta propria del bambino -”Kafka voleva restare nell’infantilità del sogno”, così sempre Bataille. Elemento, quest’ultimo, da cui discende anche il radicale rifiuto kafkiano nei confronti dell’autorità – paterna e non solo. Il tratto della radicalità per cui Kafka, come appare spesso nel film, non si oppone quasi mai al padre nel senso di quella che chiamiamo ‘lotta per il riconoscimento’ – dalla quale un soggetto moderno trarrebbe linfa per la sua identità-; la sua azione, insomma, del tutto inidonea a finalizzare una vittoria contro il padre e l’autorità, la quale avrebbe peraltro l’esito di una sostituzione del figlio al padre, restando pertanto all’interno della razionalità capitalistica e dell’identità edipica, è ciò che forse, oltre alla grandezza dello scrittore praghese, ha stimolato Holland nella scelta di dar forma al suo caleidoscopico, frammentato e pulsante biopic. Perché la radicalità è anche ciò che connota la prassi femminista della differenza, apparentata a Holland: non lottare contro il potere per sostituirlo (in modo derivativo), ma immaginare altri modi originali e radicali di vivere, e soprattutto attuarli in un’atmosfera di “folle allegria” che discende dal dar vita a qualcosa di nuovo. Ed è evidente che qui si sta parlando anche, pur rimanendo nell’immaginario collettivo (sennò non staremmo a parlare di Kafka), di sfuggire agli stereotipi per arrivare a tracciare un proprio stile. Due elementi che certo non mancano al cinema della regista polacca.
“Niente è definitivo con Kafka”, così appunto Holland, che a proposito della costruzione del film, concepita con lo sceneggiatore Marek Epstein, ha con suggestione precisato: “abbiamo parlato della struttura un po’ come nella fisica quantistica, con tempo e spazio non ovvi e lineari, e che sarebbe stata un po’ punk, non seria e triste”. Da qui allora Franz, un mosaico insieme elegante e bruciante, letterario e viscerale, fatto di traversate nello spazio -che è quello della scrittura di Kafka, sempre deterritorializzata, e dell’uso di riferimenti e generi da parte di Holland – e andirivieni nel tempo – con le figure ad esso più proprie, quali apparizioni, fantasmi e presenze. Un lavoro debordante in cui la regista fa muovere in modo estremamente libero e originale sia la storia dell’Europa centrale, affacciata sul baratro della prima guerra mondiale, che la Praga di oggi, dove Kafka è diventato un brand piegato all’utile e all’intrattenimento (situazione assai kafkiana). Così come fatta di salti, detour e simultaneità impreviste è la storia principale, che vede il giovane Franz indeciso tra la scrittura – una scrittura che per lui è tutto, come per Borges che più volte lo tradusse: scrittori con quel fuoco lì, insomma- e la sicurezza di un lavoro noioso e paradossalmente, per lui ipocondriaco, assillante (le compagnie che assicurano contro il rischio di morte); tra la solitudine e la presenza di una relazione affettiva costante -con Felice Bauer prima e con Milena Jesenska dopo; tra la sparizione dalla vita e la vita postuma mobilitata dalla letteratura.
Ci sono delle scene magnifiche in questo film. Quella che lo apre: lunga sequenza in cui lo schermo viene invaso dal corpo di un adulto intento a fare ombra su quello di un bambino -Hermann e Franz Kafka-, immagine-massa asimmetrica, opaca e ingombrante fatta di sfocature e angoli di ripresa insoliti, attivanti una percezione stratificata e un fuori campo che eccede e insieme preme sul quadro. È quasi una dichiarazione d’intenti: esistono i corpi, l’inconscio e la sensorialità, ed esiste la relazione con un insieme più ampio. Così come magnifico è il carrello nelle due stanze del bordello, dove su uno stesso piano vediamo Max Brod fare sesso sbrigativo e strumentale, con una donna sottomessa e distratta, e invece Franz danzare una coreografia morbida e sensuale, composta di esitazioni, avvicinamenti e insolite carezze, verso la ragazza che ha di fronte. Che infatti apprezza. Anche la nudità dei corpi maschili, che ricorre a più riprese nel film, finisce per diventare un elemento caratterizzante e politico: i corpi nudi assumono infatti sfumature molteplici e lo sguardo di Holland non rimane mai fisso – dunque si trasforma insieme agli stessi corpi.
Più che per alcune sbavature o ridondanze, pure presenti, ricorderemo questo film per la schiettezza, empatia e intelligenza con cui, da ultimo con la sequenza in chiusura, la regista interagisce tanto con lo scrittore, il linguaggio e la soggettivazione, quanto con chi guarda: nei piani stratificati di un long take con sguardo alla mdp del protagonista, emerge, con calligrafia porosa e meraviglia infantile, il nome “Franz”.
Franz – Regia: Agnieszka Holland; sceneggiatura: EAgniesza Holland e Marek Epstein; fotografia: Tomasz Naumiuk; montaggio: Pavel Hrdlicka; musiche: Mary Comasa, Antoni Comasa; scenografia: Henrich Borasos; costumi: Michaela Horackova Horejsi; interpreti: Idan Weiss, Jenovefa Bokova, Peter Kurth, Ivan Trojan, Sandra Korzeniak, Katharina Stark, Sebastian Schwarz, Aaron Friesz; produzione: Marlene Film Production; origine: Repubblica Ceca/ Germania/Polonia, 2025; durata: 127 minuti; distribuzione: Movies Inspired.
