40° Torino F.F.: La generazione perduta di Marco Turco

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Nelle prime scene di La generazione perduta si vede un footage degli anni Settanta di un – presumibilmente – notiziario televisivo in cui una pattuglia della polizia ritrova un corpo esanime in un’automobile dell’epoca: da fuori della vettura la telecamera cerca di trovare il viso del giovane, dal vetro del finestrino mezzo aperto, dalla portiera accanto a quella guidatore.

Quando nell’inquadratura finalmente appare il morto, il ragazzo è bellissimo, i lineamenti non sfigurati dalla morte, piuttosto pacificati dalla fine di un percorso tragico come quello del tunnel dell’eroina, la droga più in voga in quel periodo. Un documentario che indaga un fenomeno dilagato rapido e infingardo, sottile e capillare nel mondo della contro cultura giovanile che veniva da Woodstock e arrivava alla lotta armata, diviene, nel suo farsi, un documento fondante da distribuire nelle scuole di oggi e di domani.

Attraverso la vicenda personale del giornalista Carlo Rivolta, firma politica di punta nelle prime pagine di “La Repubblica”, il film racconta il mondo di una generazione perduta, alla ricerca quotidiana del denaro per la dose, la facilità con cui dalle droghe leggere si finiva al primo buco (facilità manovrata dall’alto), il senso di perdita di senso che ha percorso gli anni post sessantottini. Un senso di angoscia e disillusione, spreco e disperazione, trapelano dalle lettere del reporter che, da insider nell’universo dello spaccio e della malavita che c’è dietro, ci cade dentro con coscienza, inizialmente quasi convinto di riuscire a tenere testa al mix di alti e bassi causato dalla mescolanza sapiente di eccitanti e calmanti. La voce fuori campo di Claudio Santamaria dà spessore alle lettere indirizzate all’amore della vita, alle pagine di diario, agli articoli di un uomo geniale e sfaccettato, complesso e autodistruttivo che ha finito per dare spazio al buio che lo attanagliava da dentro.

Film tutto di montaggio di materiale di archivio (di registi off come Alberto Grifi e Antonello Lambro), trasmissioni televisive del passato (di Sergio Zavoli) e interviste attuali (si – e ci – raccontano dettagli privati la compagna di Rivolta, Emanuela Forti, il figliastro Andrea Lapponi, il compagno di strada Enrico Deaglio, direttore del giornale “Lotta Continua”, il fratello della madre, tra gli altri), in un crescendo di tensione narrativa: le testimonianze di giovani tossicomani – da un documentario dell’epoca – portano intera l’angoscia esistenziale di chi ha vent’anni e vive rubando ogni giorno per recuperare cinquecentomila lire, giuste per farsi (l’ex operaia del nord Italia fuggita da un matrimonio combinato dalla famiglia e finita per le strade milanesi a far piccole rapine con un compare tossico; la ex pornostar che, con i film, si paga la droga – e che dichiara l’insensibilità nel girare le pellicole in stato di totale alterazione; la ragazza che ha tentato più volte il suicidio, quella molto lucida che proclama la totale inutilità dei centri di accoglienza che sostituiscono l’eroina con il metadone).

Crudo nel mostrare dettagli della siringa che entra nella vena, nella reazione ospedalizzata alla crisi di astinenza, nello sbarellare di persone per la strada o nei parchi e cadere violentemente a terra: gli anni Settanta avevano sdoganato l’abuso di droga nell’immaginario collettivo quotidiano. Una generazione si è perduta strada facendo, qualcuno è sopravvissuto, i più fortunati, qualcuno no.

Bravo Marco Turco, nella regia composta da un percorso narrativo di giustapposizione delle immagini di repertorio, brava Annalisa Schillaci nel sapiente decoupage al cardiopalma, buon uso delle musiche e della voice over.


La generazione perdutaRegia: Marco Turco; sceneggiatura: Marco Turco, Wu Ming 2; fotografia: Andrea Jose Di Pasquale; montaggio: ; Annalisa Schillaci; musica: Teho Teardo e Lorenzo Corti; produzione: MIR Cinematografica, Istituto Luce, Rai Cinema, AAMOD; origine: Italia, 2022; durata: 80’; distribuzione: Istituto Luce.

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