La notte più lunga dell’anno di Simone Aleandri

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Forse qualcuno ricorderà L’ultimo capodanno di Marco Risi, tentativo audace e in parte compiuto, seppur totalmente incompreso quando uscì in quel crepuscolo di secolo (parliamo del 1998),di riproporre i defunti codici della commedia all’italiana  attraverso la lente distorta di un grottesco pulp derivato da un racconto di Niccolò Ammaniti. E anche se apparentemente La notte più lunga dell’anno, primo film di finzione di Simone Aleandri, dopo una significativa esperienza nel documentario, non ha niente in comune con quello sguardo eccessivo e deflagrante, vi si trovano delle segrete risonanze per sottrazione ed implosione, da cui prendere gli spunti per aprire una riflessione .

 Ambientato in una Potenza sprofondata nel buio e nel silenzio del solstizio d’inverno (la notte tra il 21 e il 22 dicembre) ,  squarciata dalle luci artificiali prenatalizie perlopiù sul blu e  sull’arancione/viola come in un susseguirsi di albe e tramonti fuori dal tempo , questo altrettanto audace e insolito film  ha in comune qualcos’altro con quello di Risi, a parte l’assolutismo del titolo e la struttura corale del racconto: è infatti  permeato al pari di un senso di precarietà e di desolazione , da fine del mondo appunto , che ne ribaltata però  il clima sardonico ed isterico in una chiave introspettiva e laconica.

Cosi entriamo nella dimensione fisica ed emotiva di ogni personaggio: c’è  Luce, un ossimoro fin dal nome,  lap dancer di cupa e disperata bellezza nelle fattezze da eternamente donna-ragazza di Ambra Angiolini,  con padre anarchico e morente a carico, capace di ribaltare in disgusto e repulsione  l’ammirazione degli avventori squallidi e rapaci dell’anonima discoteca di provincia in cui si esibisce sempre più asettica ed alienata ogni sera; c’è poi il vile politico “piccolo, piccolo” , con il ghigno e la stazza di Massimo Popolizio, che passa dalla voracità dello squalo durante il luculliano banchetto di partito (in cui i dialoghi su cibo e spartizioni di potere si sovrappongono senza soluzione di continuità) alla fuga da chierichetto parrocchiale braccato dal complesso di colpa di una classe dirigente locale  malata di ruberie e avidità.

Quasi a fare da contraltare  alla sua pesantezza, c’è il fisico scattante e nervoso dell’insofferente giovane neodiplomato  che insegue ostinato il desiderio  nella carnalità della sua ex prof mal maritata e  reagisce all’umiliazione fedifraga con una furia fragile e incendiaria verso l’auto del coniuge ottuso e mummificato di lei; ci sono poi i tre apatici perdigiorno  di una gioventù privata oramai perfino del carburante per sentirsi bruciata , al capolinea di qualsiasi malinconia e disillusione:  vagabondi senza meta per l’interminabile notte, emblematicamente alla guida di un  carro funebre rubato , con uno di loro chiuso a turno nella retrostante bara per provare l’ebbrezza o, meglio, l’anestesia di una morte ridotta a stanco rito goliardico senza una reale carica dissacrante e iconoclasta ; solo loro ignavi  a condurci in una perlustrazione amara attraverso gli estesi non luoghi di un mondo per cui facciamo fatica ad immaginare un hemingwayano sole che sorgerà ancora.

Custode paziente di ogni tassello del mosaico esistenziale, unico sopravvissuto a una parvenza di calore e di contatto, è Sergio, il proprietario della pompa di benzina a cui tutti approdano in maniera transitoria, prima del detour verso l’ennesimo giro a vuoto o la sterzata finale della resa dei conti con la propria rimossa verità. La tensione verso il definitivo o l’apocalittico che trascendono il senso dell’ordinario e del quotidiano, se in Risi veniva trasfigurata fino all’ horror e al grandguignolesco, in Aleandri rimane latente sul filo di una ricerca formale, in particolare a livello cromatico e compositivo dell’inquadratura, che a tratti può dare l’impressione di una sublimazione un po’ stucchevole, ma spesso regala momenti di una fissità intimamente lacerata, pronta ad esplodere al primo o all’ultimo urlo, a un guaito di dolore o a un soprassalto di desiderio,  o ancora a un fugace momento di consapevolezza.

Il limite del film, che ne compromette in parte l’esserne conquistati in maniera più convincente, sta, più che altro, nei dialoghi che rivelano poca fiducia verso le  immagini e talvolta spiegano ed enunciano quello che è li, a portata di sguardo , lucido e ambiguo insieme. La scena del colloquio tra il politico che va chiedere  l’aiuto e la grazia al fantomatico “presidente”, il quale dal canto suo gli fa una sorta di comizio privato sul problema della politica e dei suoi rappresentati,  sembra ad esempio  un tentativo maldestro e ambizioso di replicare una situazione alla Sorrentino de Il Divo senza il respiro metafisico e simbolico; mentre lo stesso Sergio, che sarebbe stato più efficace mantenere figura quasi completamente silenziosa,  dichiara esplicitamente la sua funzione di testimone comprensivo e accudente.

Meglio focalizzarsi sull’uso intelligente della presenza della televisione, quella generalista dei quiz preserali, con la sua invadenza ancora determinante sull’immaginario domestico-familiare , in particolare di una provincia rimasta immobile, intrisa di una noia e  di un’indolenza che neanche la saturazione virtuale dei social sembra aver raggiunto e azzerato nel suo multiverso di infinite ed effimere possibilità; uno spazio dai confini slabbrati,  limitato e immenso , riconoscibile e minaccioso, dove quanto meno si continua a vagare con il proprio corpo e con la stessa vaghezza  tra nichilismo e ricerca di un altrove indeterminato che possedevano anche i protagonisti del capodanno del 1998 , magari con una voglia più anarchica e feroce di far esplodere tutto in un enorme , caotico fuoco d’artificio. Ma non è più tempo neppure  di anti-eroi: i ripetuti totali sullo skyline urbano di tante piccole case illuminate rendono troppo distante anche la possibilità di intravedere un qualsiasi orizzonte comune.

E allora chi illumina la grande notte?, potremmo chiederci parafrasando in forma interrogativa il titolo di un progetto rimasto incompiuto di Elio Petri: forse il richiamo rassicurante di un fischiettio a cui però ormai non risponde più nessuno, neanche un cane bastonato.

Dal 27 gennaio in sala

 


La notte più lunga dell’anno– Regia: Simone Aleandri; sceneggiatura: Simone Aleandri,Andrea Di Consoli e Cristina Borsatti ; fotografia: Vincenzo Carpineta; montaggio: Alessio Doglione; interpreti: Mimmo Mignemi, Ambra Angiolini,Luigi Fedele, Francesco Di Napoli, Michele Eburnea, Nicolò Galasso, Massimo Popolizio, Alessandro Haber, Anna Ammirati, Antonio Petrocelli produzione: Clipper Media con Rai Cinema in collaborazione con Sky;  origine: Italia,2022; durata: 90’; distribuzione: Vision Distribuition

 

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