La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley di Guillermo del Toro

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Qualche cinefilo sicuramente ricorderà la prima versione cinematografica del romanzo di William Lindsay Gresham, Nightmare Alley (1946, pubblicato adesso, con lo stesso titolo, in traduzione per i tipi della Sellerio, 2021), che l’anno dopo la sua uscita, nel 1947, era già stato trasportato sul grande schermo per la sapiente regia di Edmund Goulding.

All’epoca eravamo nel pieno della fioritura del noir americano con le sue pericolose e affascinanti femme fatale, e il film proprio per le sue componenti costitutive, morbose e scabrose, mutuate dal testo di partenza, funzionava perfettamente anche grazie ad un divo, Tyrone Power, che alla ricerca di personaggi più complessi e sfuggenti si voleva scrollare di dosso l’aura del suo personaggio bello e romantico.

Ne era sortita un’opera che malgrado il tradizionale happy-end obbligatorio all’epoca (e comandato dalla 20th Century Fox) sfidava le leggi del Codice Hays e pur non essendo paragonabile al leggendario Freaks di Tod Browning nato in un’epoca più liberale, cinematograficamente parlando, il 1932, ne eguagliava almeno in parte il fascino “malato” e decadente.

Varrebbe sicuramente la pena rivedere questa prima versione che in italiano si intitolava La Fiera delle Illusioni, non solo per fare dei doverosi paragoni di qualità (e non ci vuole tanto a capire chi vincerebbe il confronto) ma anche per capire le motivazioni che oggi hanno spinto il buon Guillermo del Toro (anche co-sceneggiatore del film) a riprendere in mano questo rutilante classico.

Rispetto all’era splendente del noir, parecchie sono oggi le armi spuntate che, invece, una volta funzionavano: in epoca di “#Me Too” la raffigurazione della “donna fatale” che porta il protagonista maschile al tracollo e/o alla morte, lascia il tempo che trova; i confini del visibile e dell’orrore fisico si sono allargati a dismisura, anzi non esistono più, non funzionando più a sottrazione come arma – la lingua degli schiavi – per attivare la fantasia attiva dello spettatore (mentre vale l’assoluto contrario: lo splatter); ecc. ecc.

Cosa restava dunque al regista messicano-americano per riproporre la storia di un uomo,  Stanton Carlisle (Bradley Cooper), che diventa un giostraio in un Luna Park ambulante, ma che anche ha il dono naturale di essere un abile truffatore? Come vedremo subito, ci sembra poco o nulla.

L’innata capacità di Stan, dunque, lo porta man mano a manipolare e abbindolare la gente con grande facilità grazie al suo grande senso di intuire psicologicamente l’antagonista che ha di fronte e alla sua brillante parlantina.  Salendo via via nella scala sociale e abbandonando per trasferirsi a New York il circo ambulante di pezzenti dove ha affinato le sue capacità grazie al raggiro, si imbatte in una affascinate psichiatra, Lilith Ritter (una patinatissima e bionda Cate Blanchett), ancora più perfida di lui. Fatta comunella, con la sua complicità si appresta allora ad estorcere con l’inganno del denaro a persone sempre più ricche, facoltose nonché pericolose. Tralasciamo i dettagli e il proseguo della storia per non togliere allo spettatore il gusto della sorpresa (anche se a metà film si è già capito tutto o quasi di come proceda), salvo aggiungere che ovviamente siamo agli inizi degli anni Quaranta con l’America rooseveltiana che si appresta ad entrare in guerra – anzi nel corso del film lo fa davvero.

Dunque, a del Toro non restava altro che la chance dell’operazione nostalgia e del calco del cinema classico vintage. Un’arma spuntata dato che purtroppo non sembra possedere la statura e l’abilità registica di rifare alla grande il neo-noir come, in epoche passate, Roman Polansky con il grandissimo Chinatowon (1974) o più di recente, ad esempio, in casi come (sono solo alcuni titoli che ci vengono in mente) Memento (2000) di Nolan, Collateral (2004) di Mann o persino di Sin city (2005) di Rodriguez e The black swann (2010) di Aronofsky, per non parlare dei Fratelli Coen e compagnia cantando.

A differenza della buona accoglienza della stampa americana (almeno così sembrerebbe), siamo rimasti abbastanza delusi da questa nuova versione della Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley, per di più confrontandolo con il precedente La forma dell’acqua  (https://www.closeup-archivio.it/the-shape-of-water ), Leone d’oro al Festival di Venezia 2017, di cui ribadisce diverse ossessioni per la mostruosità.

Scontate la splendida fotografia di Dan Laustsen, la lussuosa ambientazione d’atmosfera o l’interpretazione di spessore di Bradley Cooper e di un’altra parte del cast (da Rooney Mara a un sempre efficace Willem Dafoe), ci mancano troppe cose all’appello. Cate Blanchett sembra fare il verso allo stereotipo dello stereotipo della famme fatale come fosse una Jessica Rabbit in versione carne e ossa (ma questa volta non la hanno disegnata così nessuno!); la storia, come si accennava, dopo un inizio molto promettente e figurativamente affascinante si perde nell’ovvio mentre ad un certo punto l’incalzare del ritmo narrativo scende pericolosamente sotto zero. Ma soprattutto i 150 minuti di durata si fanno sentire sino alla noia in tutta la parte conclusiva del film e alla sua troppo prevedibile conclusione…

Comunque, in tempi di rarefazione e penuria dell’offerta cinematografica come gli attuali, non ne sconsigliamo la visione, oltre ad aggiungere che questa è (ovviamente) la nostra personale opinione del film.

Ps.: Ci piacerebbe però rivederlo in una versione che quasi sicuramente non approderà mai in Italia e cioè quella disautorata del colore, tutta in bianco e nero, vero vintage  al 100%, quindi, che a quanto pare è uscita nelle sale di Los Angeles con il titolo Nightmare Alley: Vision in Darkness and Light.

In sala dal 27 gennaio 2022


La Fiera delle Illusioni – Nightmare Alley (Nightmare Alley) Regia: Guillermo del Toro; sceneggiatura: Kim Morgan, Guillermo del Toro; fotografia: Dan Laustsen;  montaggio: Cam McLauchlin; musica: Nathan Johnson;  scenografia: Tamara Deverell; costumi: Luis Sequeira; interpreti: Bradley Cooper (Stanton “Stan” Carlisle), Cate Blanchett (Lilith Ritter), Rooney Mara (Molly), Toni Collette (Zeena Krumbein), Willem Dafoe (Clem Hoately), Ron Perlman (Bruno), David Strathairn, Holt McCallany, Jim Beaver, Richard Jenkins, Mark Povinelli;  produzione: Guillermo del Toro, J. Miles Dale per Fox Searchlight Pictures; origine: Usa, 2021; durata: 150’; distribuzione: Walt Disney Pictures Italia.

 

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