La giovane regista indiana Payal Kapadia (autrice del cortometraggio Afternoon Clouds, 2017), dopo aver vinto L’Œil d’or nel 2021 per il miglior film documentario con A Night of Knowing Nothing, è tornata, quest’anno in Concorso al Festival di Cannes dove si è aggiudicata il Gran Premio della Giuria, con un’opera-prima dal poetico titolo All We Imagine as Light. È infatti una delicata poesia composta di immagini, colori e ritmo che si diparte sul grande schermo davanti ai nostri occhi quando inizia la proiezione. E a voler spiegare il titolo, come racconta la voce narrante, è solo quando è buio che, inevitabilmente, si cerca la luce.
Nell’urbano caos di una metropoli di più dodici milioni di abitanti come Mumbai, la delicata figura dell’infermiera Prabha (Kani Kusruti) è quasi invisibile fra la massa di individui e la loro congestione negli spazi urbani, nel traffico sovraffollato dei mezzi pubblici. Gli occhi segnati dalla troppa dedizione al lavoro, nei suoi lenti ma sicuri movimenti impariamo a conoscerla per la pazienza e la calma sicurezza che mostra nella cura di pazienti anche difficili. Prabha condivide insieme ad Anu (Divya Prabha), una collega più giovane di lei, un piccolo locale di pochi metri quadrati. Entrambe si sono trasferite dalla provincia e lavorano nel reparto di ginecologia di un grande ospedale e giornalmente si confrontano con piccoli e grandi problemi, spesso non solo di salute, delle degenti. Ma mentre Prabha è sposata, Anu, di religione hindu, vive al momento un’importante, anche se volutamente tenuta segreta, storia d’amore con il giovane musulmano Shiz (Hridhu Haroon). Quando inaspettatamente arriva un pacco dalla Germania, probabilmente un regalo del lontano marito assente, Prabha, comunque riservata e di poche parole, rimane particolarmente scossa. La lussuosa pentola elettrica per cuocere il riso riporta alla memoria di Prabha ricordi dolorosi che, allo stesso modo dell’oggetto, preferisce nascondere alla vista e dimenticare in un angolo. Nemmeno il timido medico di turno che, con la scusa di imparare la lingua hindu, cerca la sua compagnia riesce a scuoterla dalla sua apparente indifferenza e dal muro difensivo che si è costruita. Lo straniamento di Prabha si ripercuote anche nella sua ‘amicizia’ con Anu. Nonostante le due donne condividano lo stretto spazio casalingo, infatti, l’estraneità e la lontananza fra loro è spesso sottolineata dalla mdp e dai loro sguardi fuggenti. Invece di confidenze, si scambiano frasi sospese e risposte non date. Il bollitore di riso assurge a simbolo di questa alienazione, non solo per il suo venire da un luogo lontano, ma anche per il freddo design e la forma in sé chiusa e impenetrabile che lo caratterizza.

Nel loro giorno libero le due protagoniste intraprendono una gita sulla costa con la scusa di accompagnare ed aiutare la collega vedova Parvaty (Chhaya Kadam), quest’ultima costretta a tornare al suo villaggio natale perché sfrattata da casa dopo la morte del marito. Lontano dal trambusto e dalle costrizioni sociali della grande metropoli, l’occasione si rivela essere un momento di riflessione e avvicinamento per le tre donne. Sennonché durante una passeggiata serale, un incidente sulla spiaggia forza Prabha, ancora una volta, a confrontarsi con un passato finito nel dimenticatoio e mai rielaborato fino in fondo.
Kapadia utilizza con grande maestria mdp e montaggio per mettere in evidenzia l’antitesi fra il concitato caos metropolitano e il vasto paesaggio marino. Nella seconda parte del film gli spazi e il tempo si dilatano per lasciare più respiro a una nuova dimensione non solo estetica ma anche interiore. Il viaggio in treno dalla città alla costa, lo spostamento fisico delle tre donne, si riempie di significati metaforici, e segna lo spostamento verso l’aprirsi ad una conoscenza intima del sé nella quale grazie al sogno, chiave di accesso ai dolorosi ricordi del passato, veniamo a scoprire la verità caduta nell’oblio del passato di Prabha.
All We Imagine as Light ha la raffinatezza di un prezioso tessuto di seta indiana, pur trattando di problemi comuni alla popolazione meno ricca di Mumbai, gli hindu, che costretti ad abbandonare i loro villaggi ed emigrare nell’area metropolitana per trovare lavoro, sono poco protetti dalle regole tradizionali ancora vigenti nella capitale. Inoltre, parla della condizione delle donne lavoratrici, che in una grande città riescono con più facilità a rendersi indipendenti rispetto alla famiglia di origine. Prabha e Anu, ma anche Parvaty, sono le rappresentanti di tre diverse generazioni e l’esempio di tre modi antitetici di vivere la propria indipendenza, sia economica che sessuale. Kapadia realizza così, in questo film, una storia piena di umanità e di grande rispetto per l’individuo, la dignità del quale, purtroppo molto spesso, rischia di perdersi nei meandri e nella congestione delle grandi metropoli dei nostri giorni. Eppure, nonostante il loro realismo, le sequenze filmiche si caricano di poetiche visioni e anche lo spettatore, lasciatosi indietro la realtà della narrazione del quotidiano, si trova smarrito, immerso in quella che appare essere solo l’illusione – o il brutto sogno – di questa.
Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2024.
In sala dal 10 ottobre 2024.
All We Imagine as Light – Amore a Mubai (All We Imagine as Light) – Regia e sceneggiatura: Payal Kapadia; fotografia: Ranabir Das; montaggio: Clément Pinteaux; musica: Dhritiman Das; interpreti: Kani Kusruti, Divya Prabha, Chhaya Kadam, Hridhu Haroon; produzione: Petit Chaos, Chalk & Cheese Films, BALDR Film, Les Films Fauves, Another Birth, Pulpa Films, Arte France Cinéma; origine: India/ Francia/Luxemburg/ Olanda/ Italia, 2024; durata: 115 minuti; distribuzione: Europictures.
