L’arte della gioia, serie-tv che Vision ha distribuito in sala tra lo scorso maggio e giugno 2024 (cosa insolita seppur non inedita, ma le doti eminentemente cinematografiche dell’adattamento di Valeria Golino hanno reso plausibile l’operazione) arriva finalmente sul piccolo schermo di Sky, per cui in definitiva era stata concepita.
Quando la vedemmo ci parve che essa fosse considerabile un’opera persino “tipica” nel senso in cui tale vocabolo era inteso dal teorico marxista György Lukács, contenendo in sé molti dei temi che hanno caratterizzato la stagione cinematografica che si stava allora concludendo.
Innanzitutto perché – come ben sapranno coloro che hanno letto il romanzo di Goliarda Sapienza, da cui la serie è tratta – L’arte della gioia narra le vicende di una donna “animata da un insaziabile desiderio di conoscenza, di amore e di libertà disposta a tutto pur di perseguire la sua felicità, senza piegarsi mai alle regole di una società oppressiva e patriarcale a cui sembra predestinata”; ovvero, grossomodo, il tema di C’è ancora domani di Paola Cortellesi, il film che nel 2023 ha sbancato il botteghino con incassi impensabili, divenendo una sorta di manifesto politico dell’Italia ferita dai femminicidi.
Non solo: la protagonista della serie, Modesta, è una ragazza “affamata di desiderio e di sapienza” proprio come la Madonna femminista raccontata da Barbara Alberti nel romanzo scandaloso Vangelo secondo Maria (divenuto un omonimo film con Benedetta Porcaroli e la regia di Paolo Zucca) più o meno negli stessi anni in cui Goliarda Sapienza scriveva L’arte della gioia: romanzo fluviale e magmatico redatto tra il 1967 e il 1976, anch’esso ritenuto scandaloso al punto da essere pubblicato postumo.
Ancora: per ottenere la sua emancipazione sociale ed erotica, Modesta non esita a ricorrere a espedienti estremi e cruenti, proprio come un altro anti-eroe, prima letterario e poi televisivo, che ha segnato indelebilmente la scorsa stagione: il Tom Ripley di Patricia Highsmith, adattato nel 2024 da Steven Zaillian.
C’è, infine, un ultimo dato da rilevare, che attiene però in questo caso alle più pragmatiche pratiche produttive, le quali hanno tuttavia un’evidente ricaduta anche sul versante artistico. Per ovvi motivi (Catania e dintorni sono protagonisti assoluti della vicenda), L’arte della gioia è stata realizzata con il sostegno della Regione Siciliana e della Sicilia Film Commission, paesaggio che ha funto da teatro di moltissime narrazioni filmate: da The White Lotus, la serie tv girata a Taormina che è diventato un fenomeno da Tripadvisor, alla serie Rai, Màkari, che ha rinverdito i fasti de Il commissario Montalbano, con Scicli e Ragusa trasformate in mete di pellegrinaggio; dall’imminente nuovo Gattopardo targato Netflix, con Kim Rossi Stuart nei panni che furono di Burt Lancaster; a I leoni di Sicilia di Paolo Genovese, che ha trasformato il best-seller di Stefania Auci in una applaudita serie.
Una “tipicità”, quella su cui si è tentato sin qui di congetturare, di cui sembra essere consapevole anche la regista della serie, Valeria Golino, che la presenta così: “L’arte della gioia è un inno alla libertà, all’autocoscienza e all’autodeterminazione, ma anche al dissenso e alla disobbedienza. Personalmente non credo ci sia messaggio più forte e contemporaneo per il pubblico di oggi.”
Ciò premesso, si seguiti col dire che la serie di cui parliamo ha avuto l’onore di essere proiettata in anteprima mondiale alla 77esima edizione del Festival di Cannes, che è già un certificato di qualità. Anche se la Golino è una habitué sulla Croisette: i suoi precedenti lungometraggi da regista, Miele e Euforia, erano entrambi passati per la sezione “Un Certain Regard”. 
La serie narra la storia di Modesta, nata nel 1900 in una Sicilia aspra e spietata; arcaica e retriva, come era pure nel XVIII secolo raccontato da un’altra scrittrice contemporanea, Dacia Maraini, in Marianna Ucria, da cui Roberto Faenza trasse l’omonimo film. Qui come lì si staglia la figura fiera di una donna che trae la forza del proprio riscatto, prima umano e poi sociale, dopo aver subito il più orribile degli abusi sessuali, quello incestuoso. Così ci appare al principio della saga: rinvenuta esanime dopo la violenza carnale; lacera e scalza, sordida e lercia, come Il ragazzo selvaggio di Truffaut; abusata da un maschio aguzzino che forse uccide sua mamma e sorella perché “non si stavano mai mute” (torna in mente il suocero di Giorgio Colangeli ancora di C’è ancora domani, che rimproverava la nuora di “parlare troppo”). Dopo quel delitto esecrando, saranno ancora altri crimini orrendi, indicibili, irriferibili persino, non solo per ragioni di spoiler. Quindi le tappe di questa via crucis di resurrezione, dalle stalle sulla Chiana del Bove, alle pendici dell’Etna; alle stelle dei palazzi nobiliari, ricreati nei gioielli architettonici del capoluogo etneo: la serie è stata girata tra la Cattedrale e Porta Uzeda; e ancora in piazza Asmundo, via San Benedetto, via Crociferi, sulla scalinata Alessi, in piazza Dante e a Palazzo San Giuliano di piazza Università.
Adottata da un convento popolato soltanto di novizie provenienti dalle famiglie della migliore nobiltà siciliana, Modesta viene accolta sotto l’egida amorevole (e qualcosa di più) di Madre Leonora, interpretata da Jasmine Trinca. Dalla lettura di Sant’Agostino, la giovane apprende che il desiderio (la vita, come lo chiama lei) è “peccato, male, inferno”. Ma lei, come l’Ewan McGregor di Trainspotting, sceglie la vita. Perché, ora è chiaro – ricordate il “tipico” lukàsiano? – in queste narrazioni dei nostri anni ’20, la donna negletta e vessata più non cede, mai prona. Come l’eroina di Cortellesi, Modesta si alza fiera e reagisce, punisce i suoi carnefici, in una morale vindice da Antico Testamento. Reagisce però – e qui sta lo scarto scandaloso della storia di Sapienza, che le ha a lungo precluso le vie editoriali – anche alla tradizione della decenza. All’esempio tragico di Sant’Agata, la santa patrona di Catania, modello virtuoso di castità e temperanza fino al sacrificio della vita, Modesta – affamata di appetiti elementari sin da giovane, anzi giovanissima età – opporrà l’arte della gioia, per l’appunto.
Trasferita presso il palazzo nobiliare di una famiglia blasonata, l’eroina di Sapienza e Golino (interpretata con trasognata intensità da Tecla Insolia, nata a Varese da genitori siracusani e vista nei panni di Nada ne La bambina che non voleva cantare) conoscerà ancora le gioie dell’amore saffico e l’orrore di una fantomatica “la cosa”, che non ha nulla a che vedere col film di Nanni Moretti sulla fine del Pci… La sua identità verrà svelata dalla protagonista grazie all’espediente del voice over che permette alla serie di recuperare a sua origine letteraria. Come in un monologue interieur, un “a parte” teatrale, Modesta ci narra la sua stessa vicenda a posteriori, mettendola per così dire “en abîme”. Come un “angelo sterminatore” bunueliano o come ”L’ospite” del Teorema pasoliniano, Modesta irrompe in questa famiglia tarlata dai propri stessi agi, squassandola come un’erinni vendicatrice; però sa al tempo stesso essere anche Afrodite, la dea dell’amore: latrice e oggetto di una pansessualità dirompente che toglie i peccati del mondo. È Eros e Thanatos, Modesta, che dà e riceve piacere da Beatrice, e riesce qui come una nemesi dell’antichità classica a donare serenità e amore, scandalosamente, persino a un freak. Già perché, via via che la serie procede nei suoi 6 episodi si fa vieppiù strada un erotismo audace e poetico, dove “il sudore profuma di zagara”, come si legge nel libro e ascolta in tv. Giacché, come dice la stessa Valeria Golino: “Io sono stata scabrosa, ma la Sapienza lo è stata molto più di me.”

In un cast molto appropriato, spicca il gabellotto bello e ruspante, interpretato da Guido Caprino, che smette qui i panni e l’idioma lombardo del leghista di 1992, e relativi sequel (la serie-tv su Tangentopoli che gli diede la fama), per recuperare il suo dialetto naturale, essendo nato a Taormina. Menzione speciale per Valeria Bruni Tedeschi, che ormai sembra recitare con un tasso di veridicità persino imbarazzante. Interpreta una nobildonna piemontese di origine francese, che ama il bello e odia il brutto, compreso il nome della nostra eroina (“Modesta? Che aggettivo deprimente!”). Insomma un personaggio modellato a sua misura – si direbbe – con la sua alterigia, le sue idiosincrasie, la sua stizza, un certo dispotismo aristocratico e molta isterica joie de vivre. Assottigliando sempre di più il diaframma che separa la veridicità dalla verosimiglianza, l’attrice torinese si dona qui a noi spettatori con una generosità dimentica di ogni pudore, dando vita a un personaggio spaventosamente realistico e teneramente abominevole; in cui si lascia andare senza freni, accettando di invecchiarsi e di imbruttirsi. Una performance che mette quasi a disagio per quanto è intimamente sentita, lasciando echeggiare alcuni retaggi scespiriani da Lady Macbeth che valgono da soli la visione.
Su Sky dal 28 febbraio 2025.
L’arte della gioia – Regia: Valeria Golino; soggetto: tratto dal libro omonimo di Goliarda Sapienza; sceneggiatura: Valeria Golino, Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella, Stefano Sardo; fotografia: Fabio Cianchetti; montaggio: Giogiò Franchini; musica: Tóti Guðnason; interpreti: Tecla Insolia, Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi, Guido Caprino, Alma Noce, Giovanni Bagnasco, Giuseppe Spata; produzione: Sky Studios e Viola Prestieri per HT Film; origine: Italia, 2023; durata: 6 episodi da 60’ circa; distribuzione cinema: Vision Distribution; distribuzione: Sky.
