Sciatunostro di Leandro Picarella


Sciatunostro del regista Leandro Picarella, siciliano con studi in musicologia e diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo – ricordiamo il bel documentario Triokala (2015), suo saggio di diploma-, è un notevole Coming of Age ambientato nell’isola di Linosa durante un’estate fulgida e indimenticabile, in cui due ragazzini, Ettore e Giovanni, sono ripresi poco prima della partenza di Ettore per Agrigento, dove l’attenderà la “scuola migliore” scelta dai genitori. E un film a metà strada tra realtà e finzione – Docufiction? Documentario partecipato? Cinema del reale? Domande forse capziose- , in cui, come chiarisce il regista, a riprese di tipo documentaristico si alternano la messa in scena e l’uso di found footage. Ed è un film di formazione, come si accennava, dalle cui cornici sporgono le avventure dei due ragazzini, la loro pelle bruciata dal sole, le turbolenze emotive e la permeabilità che rendono i loro corpi come carte assorbenti, cartine di tornasole per desideri, attese e ferite.

Leandro Picarella racconta l’adolescenza come scoperta e insieme come il senso di una perdita. Ma non attardandosi sulla nostalgia, che pure attraversa e trascolora molte sequenze, il regista, grazie anche alla densità del found footage, risemantizza la vicenda singolare dei due ragazzi trasformandola in un’esperienza più collettiva e ampia, laddove la compresenza di immagini d’archivio e di corpi vivi e aperti a un futuro rendono la visione al contempo emozionale, memoriale e rituale, forse anche sciamanica. Perché Linosa è un’isola, una piccola isola, ed è un luogo a cui corrisponde una psicogeografia che vede, e non solo nei linosani, ogni volta una partenza che racconta di desideri, timori e senso di abbandono. Ed è quindi anche un luogo, fisico e mitico, dove poter ritornare, quasi sempre d’estate.

Picarella, con i suoi slittamenti tra reale e finzionale, tra la visibilità della percezione a fior di pelle e la riflessione propria al tempo della scrittura (sua la sceneggiatura), restituisce mirabilmente l’unicità quasi senza tempo di uno spazio esposto a cielo, terra e mare, separato dal resto della crosta terrestre più grande e meglio organizzata, che attira e respinge, soffia potenze e soffoca, include e non riconosce più -indimenticabili, in assonanza, gli astratti furori e i ritrovamenti sanguigni e sperimentali di Elio Vittorini in uno dei più bei romanzi del ‘900, Conversazione in Sicilia.

Il ruolo di guaritore – di separazioni umane, di immagini perdute e ritrovate e anche di forme di vita animale, altro elemento, quest’ultimo, con cui il regista dinamizza il rapporto tra corporeo e linguistico-, la figura di sciamano, dicevamo, che rievoca il passato ma con l’intenzione magica di trasformarlo in soglia ancora percorribile e reversibile, è incarnata da Pino (Pino Sorrentino). Non più un ragazzo, seppure solo anagraficamente, Pino è soprattutto un imperituro videoamatore, forse l’alter-ego del regista, che nel corso degli anni ha filmato familiari e amici, aspri contesti isolani e feste di paese, eventi minimi e frammenti di una natura vivida e mutevole -”ma che bella”, dice a un certo punto di una veduta notturna, con uno stupore che, e si perdoni la stonatura, diffonde un’atmosfera ontogenetica.Sciatunostro

E a proposito di suoni, le musiche del film sono dello stesso Picarella, il quale racconta come, nell’elaborarle, si sia lasciato ispirare sia dalle sonorità che mano a mano emergevano dai giochi dei ragazzi, dai suoni dell’isola e dalle immagini d’archivio, che da una tensione rispetto alla ricerca di un linguaggio proprio, trovato alla fine nelle frequenze di vecchi synth, che amalgamano magnificamente una texture dal sapore sincretico.

La processualità e la relazionalità, che Picarella attua con una delicatezza così precisa riguardo, inoltre, la misura necessaria (fra vicinanza e distanza, narrazione di sostegno e improvvisazione libera) a far sì che le vite dei giovani protagonisti fluiscano -ricordiamo che nel film sono tutti dei non professionisti-, sono anche quelle attivate dall’uso del found footage custodito e attraversato, come una topografia vivente, dallo sguardo di Pino/Leandro.

Le immagini d’archivio, i filmini di famiglia in questo caso (prima la grana porosa del super 8 e più tardi l’indefinitezza del video), montati con sapienza da Picarella, ci mostrano infatti, e senza correre il rischio della didascalia implicita in una narrazione convenzionale, il recupero di vissuti stratificati o dimenticati, l’esperienza della simultaneità di tempi e spazi, la possibilità di raccontare il passato, che va da sé non sarà solo, né mai esattamente, ciò che è stato, ma anche e soprattutto ciò con cui lo si continua a immaginare e desiderare -la materia del cinema.

Il traghetto che salpa e ritorna ogni volta, collegando Linosa a Porto Empedocle, è allora il tempo della separazione e del ritorno; ma, e di più, è anche il luogo di un Aperto che non smette mai di accadere.

“La memoria ci fa soffrire ma ci fa anche vivere”, così nel 1977 il grande Patricio Guzman ne La memoria ostinata. Riflessione che risuona vedendo Sciatunostro perché, oltre al rapporto tra ricordo e oblio, suggerisce anche l’interrogazione del regista sul come poter raccontare la memoria (ostinata, cioè di fondo impossibile da rimuovere; vedi le conseguenze sulla superfice della pelle, che, indifesa e priva di logos, può farsi sintomo) attraverso la ricerca visuale e in particolare mediante l’uso, e la pelle, delle immagini d’archivio.

E’ evidente, allora, come le immagini percepite, ricordate e raccontate da Picarella siano anche le tracce di passaggi di corpi, affetti, tempi e fantasmi, sospese a mezz’aria nei labirinti del reale, in cerca di un incontro ancora possibile: come nella intensa sequenza finale dell’abbraccio tra i due ragazzini, o come nello stesso montaggio d’archivio, luogo dove le immagini si rigenerano, trovando un loro (e nostro) nuovo respiro -”sciatunostro”.

Ma guarda, sono da mia madre” pensai di nuovo; e lo trovavo improvviso, esserci, come improvviso ci si ritrova in un punto della memoria, e altrettanto favoloso, e credevo di essere entrato a viaggiare in una quarta dimensione (da Conversazione in Sicilia).

In Anteprima alla Festa del Cinema 2025  (Concorso Progressive Cinema).

In sala dal 9 aprile 2026


Sciatunostro  – Regia, sceneggiatura e musica: Leandro Picarella; fotografia: Andrea Josè Di Pasquale; montaggio: Chiara Dainese; interpreti:  Ettore Pesaresi, Giovanni Cardamone, Teresa Randazzo, Pino Sorrentino; produzione: Quoomoon, Rai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 86 minuti; distribuzione: PostMov Distribuzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *