La lezione di Stefano Mordini

Era passato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025, La lezione di Stefano Mordini, thriller psicologico con più di una bizzarra corrispondenza con l’ultimo film di Luca Guadagnino, After the Hunt – Dopo la caccia; a partire dai riferimenti alla filosofia di Michel Foucault, di cui qui si citano le elucubrazioni sui “parresiasti”: coloro che dicono la verità anche contro sé stessi.
Si tratta dell’undicesimo lungometraggio, tra documentari e film di finzione, di Mordini, nato nel 1968 a Marradi, territorio di confine “già un poco Romagna e in odor di Toscana” (per dirla col maestro), in certo senso speculare alla curiosa propensione “liminale” della produzione del regista, che potremmo definire senz’altro indugio un “adattatore di romanzi”. Scorrendo la sua filmografia, infatti, si nota come essa sia profondamente segnata dal debito letterario della maggior parte dei suoi copioni, quasi tutti frutto di riduzioni cinematografiche di più o meno celebri opere di narrativa. Tra gli altri, si ricordano Acciaio dal bestseller di Silvia Avallone, Pericle il nero dall’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino, e soprattutto La scuola cattolica dal Premio Strega 2021 di Edoardo Albinati. Questa volta è la volta de La lezione tratto dal romanzo omonimo pubblicato da Mondadori nel 2022 e scritto da Marco Franzoso, autore con sguardo decisamente iconografico se è vero che già Saverio Costanzo nel 2014 aveva ricavato dal suo Il bambino indaco lo spunto per Hungry Hearts.
La lezione narra la storia di una brillante avvocatessa di Trieste, Elisabetta (Matilda De Angelis) costretta a fronteggiare i fantasmi ossessivi di un passato violento che a volte ritorna nella persona di un ex compagno (Marlon Joubert) già condannato per stalking, e l’ambigua presenza di un professore universitario (Stefano Accorsi) da lei già difeso con successo da un’accusa di violenza sessuale. Un thriller psicologico tutto giocato su un prismatico e spiazzante gioco di specchi identitari, di rimandi labirintici tra passato e presente, di slittamenti impercettibili tra realtà e immaginazione, separate da un confine che nell’attimo esatto in cui sembrerebbe delinearsi nitidamente si torna a fare improvvisamente labile.
A determinare questo clima inafferrabile, sta anche il territorio dove la vicenda si svolge; ancora una città di frontiera come Trieste, con lo spettacolare appuntamento della Barcolana a far da corredo e la Film commission del Friuli Venezia Giulia a sostenere le spese produttive. Con i suoi boschi fuori città da favola nera, il capoluogo giuliano non si limita a fungere da mero scenario: è un insolito protagonista del film, grazie anche alla incessante bora da cui viene battuta, che contribuisce a rendere l’atmosfera ancora più insidiosa: quel vento agita anche i personaggi del film, sempre ambigui, illeggibili nei loro trascorsi passati e nei comportamenti presenti che determinano le scelte future. È lo stesso Mordini a sottolinearlo nel pressbook del film: “La città in cui si svolge il racconto è Trieste, che, come scriveva Umberto Saba nel 1912 in una poesia dedicata al capoluogo friulano, appare ancora oggi “popolosa in principio, in là deserta, chiusa da un muricciolo dove seggo rimpetto al mare e al sole calante… Un’aria strana, un’aria tormentosa, l’aria natia”. È proprio quell’aria tormentosa e originaria che ho preso in prestito per mettere in scena, il turbamento di Elisabetta e l’ossessione di Walder.”

Oltre alla città di Trieste vi è un altro protagonista occulto del film: è la celeberrima La canzone dei vecchi amanti versione italiana del classico francese La chanson de vieux amants di Jaques Brel curata ed eseguita da Franco Battiato (“Certo ci furono tempeste, e vent’anni d’amore sono follia. Mille volte tu dicesti “basta”, mille volte io me ne andai via”); che non esaurisce la sua funzione nel connotare  la colonna sonora, interviene invece come “attante” a connotare l’entrata in scena di alcuni personaggi e a determinare certe dinamiche narrative e drammaturgiche del plot nelle sue spire più recisamente thrilling.

La lezione
  Matilda De Angelis e Stefano Accorsi

E poi però ci sono i protagonisti in carne e ossa; un cast di classe, che rinnova quasi dieci anni dopo il felice precedente di Veloce come il vento di Matteo Rovere, che segnò il debutto cinematografico di Matilde De Angelis, sempre più capace di riempire lo schermo in maniera convincente, essendo dotata di una presenza scenica direttamente proporzionale alla sua emotività contagiosa, che arriva quasi sempre allo spettatore qualunque copione ella si trovi di volta in volta a recitare. Ma a meritare un focus a parte è Stefano Accorsi, che ha costruito la sua carriera per anni (direi sin dai tempi del celeberrimo spot balneare del Maxibon “two gust is megl che one”) su una certa avvenenza fisica indiscutibile che l’attore ha preso vieppiù a strutturare grazie a dosi massicce di fitness che ne hanno scolpito la muscolatura in maniera statuaria, accetta qui di immiserire la sua fisicità nei panni modesti e nella stazza piccina di un docente universitario dal passato oscuro e dai modi untuosi. Non aliena da questa trasformazione anche la calvizie ormai più che incipiente dell’attore bolognese, che viene qui enfatizzata grazie a un coiffage utile a definire la gentile meschinità del personaggio oltre che a incidere decisamente sul dato anagrafico del personaggio.
E poi c’è il tema, che insiste ancora patentemente su argomenti orami irrinunciabili nella pubblicistica e trattatistica contemporanea, come quelli orbitanti attorno al macro-tema delle discriminazioni di genere, coi suoi corollari più o meno tragici che vanno dallo stalking alle molestie sessuali, dal femminicidio alle ripercussioni che questi reati hanno sulle vite dei colpevoli veri o presunti. E’ qui che balza agli occhi l’analogia pressoché identica con la trama del film di Luca Guadagnino sopra menzionato: se lì era il professore di Yale interpretato da Andrew Garfield ad essere invischiato in una vicenda dai contorni imprecisi che finisce per emarginarlo dal mondo accademico di cui fa parte; qui accade qualcosa di molto simile al non meno sinistro professor Walder interpretato da Stefano Accorsi.

L’aspetto più rilevante di un film, cui avrebbe forse giovato qualche semplificazione drammaturgica in sede di riscrittura per lo schermo, consiste – ciò che, a prescindere dalle intenzioni, lo lega ancora curiosamente ad After the hunt – Dopo la caccia – proprio nella attingibilità della verità, che continua a sfuggire agli stessi protagonisti della vicenda (oltre che ovviamente a noi spettatori) fino all’ultima sequenza. E ciò ha a che vedere naturalmente con la natura stessa del cinema che come è noto è un medium espressivo che si fonda sullo sguardo, qui dichiarato come non sempre necessariamente attendibile. Legato com’è, ontologicamente, alla soggettività dei punti vista (lo aveva spiegato magnificamente, raggiungendo una delle vette assolute della Settima Arte, sir. Alfred Hitchcock, col capolavoro La donna che visse due volte).

In anteprima alla Festa di Roma 2025 (sezione Grand Public).

In sala dal 5 marzo 2026.


La lezione Regia: Stefano Mordini; soggetto e sceneggiatura: Stefano Mordini e Luca Infascelli; fotografia: Luigi Martinucci; montaggio: Davide Minotti; musiche: Redi Hasa, Edizioni Musicali 2BE Music SRL; interpreti: Matilda De Angelis, Stefano Accorsi, Marlon Joubert, Eugenio Franceschini; produzione: Picomedia e Vision Distribution in collaborazione con SKY; ; origine: Italia, 2025; durata: 107 minuti; distribuzione: Vision Distribution.

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