Rental Family – Nelle vite degli altri di Hikari


Qualche anno fa, durante una conversazione con Gianni Amelio a proposito di un possibile seguito di Colpire al cuore, Laura Morante parlando di sé in quanto attrice confidava che, non essendo di base un’esibizionista, aveva bisogno per non vergognarsi di un personaggio che la sostenesse, dentro cui nascondersi  attraverso cui, inconsciamente, rivelarsi. Philip, l’attore americano protagonista di Rental Family – Nelle vite degli altri, opera seconda della regista e sceneggiatrice giapponese Hikari, sembra possedere quel medesimo pudore nella relazione che intercorre tra la sua vita e le vite degli altri che è chiamato ad interpretare, come ribadisce il fin troppo esplicito sottotitolo della distribuzione. Di lui non sappiamo molto, neanche la ragione per la quale si trova in Giappone da sette anni, anche se presumibilmente è qualcosa che potrebbe avere a che fare con una situazione esistenziale di insoddisfazione, sia dal punto di vista professionale che sentimentale.  Il lavoro di attore non è diventato neanche più un modo per nascondersi e cercarsi, ma un vero e proprio mascheramento, la regressione ai minimi termini della versione umanizzata e occidentalizzata del personaggio di un anime in grotteschi spot pubblicitari. La resistenza e gli scrupoli etici durano poco allora di fronte alla bizzarra opportunità che gli viene offerta dall’agenzia di “ servizi” che porta il titolo del film, ovvero affittare degli attori, o anche semplicemente delle persone disposte a farsi credere qualcun altro o qualcun’altra, per fingere di essere mariti o mogli, amanti, fratelli e sorelle, padri e madri, migliori amici; figure emotivamente significative che  possano essere in grado di restituire affetto, presenza, motivazione, o possibilmente anche solo una via di fuga a soggetti impossibilitati a spostare la loro collocazione dentro la strutturata e organizzata società giapponese, se non nella forma di un rituale riconosciuto e accettato, come quella della perfomance.

Se questo presupposto può ricordare, tra gli altri, Alps (2011), una delle opere al tempo stesso più dolorose e stranianti del primo periodo greco di Yorgos Lanthimos, in realtà la visione non potrebbe essere più divergente: mentre l’autore di Dogtooth e The Lobster constatava, in una dimensione progressivamente sempre più astratta e simbolica, il fallito tentativo non di una centrata elaborazione quanto di un obliante rimozione del lutto nella messa in scena da parte di surrogati in carne e ossa dei cari defunti (con il segno spaziale del corpo e del gesto prima di quello narrativo della parola), Hikari si attiene a una più prosaica e decifrabile funzionalità dell’operato di Philip: portare supporto e conforto all’interno di situazioni che richiedono anche e soprattutto una risoluzione di tipo pratico, nell’arco di un tempo che ha un inizio e una fine variabili a seconda del caso. Che si tratti di fare il marito di facciata per una coppia omosessuale o il padre mai conosciuto mandato a incoraggiare una ragazzina in procinto di essere ammessa in una prestigiosa scuola (in un paese dove la programmazione a lungo termine della vita di un individuo comincia già dalle elementari) tutto deve rientrare in un ambito circoscritto e misurato nelle cose fatte e dette. Ma per l’americano dagli enormi occhi blu spalancati e la corpulenta fisicità di Brendan Fraser, che sul proprio reale corpo porta il peso di un’esperienza traumatica subita nel mainstream hollywoodiano,  i confini e le prescrizioni sono troppo limitanti e non tengono in considerazione l’imponderabilità del fattore umano. Quest’uomo tranquillo, che non parla di se stesso, e sa ascoltare e osservare, dietro la facciata della rappresentazione entra in contatto con dei sentimenti che forse non immaginava di possedere: l’istinto paterno e la lealtà amicale ( quest’ultima nei confronti di un vecchio scrittore che prima di morire vuole tornare a visitare i luoghi della sua giovinezza, nonostante la contrarietà della figlia ), in un contesto dove a tenere in piedi le fila di una pantomima permanente sulla scena pubblica del controllo totale sono la capacità affabulatoria e la manipolazione. Da cosa vuole essere abitato lo sguardo degli altri, si chiede la regista? Dalla necessità di ritrovare corrisposte, realizzate, incarnate le aspettative di un obiettivo raggiungibile,  prima di qualsiasi altra cosa, inclusi i desideri e le passioni  (che sono già troppo compromessi con un aspetto pulsionale e sentimentale, e quindi potenzialmente più fallaci su un piano di resa auspicata ed idealizzata).

Rental Family
Brendan Fraser e Takehiro Hira

Un meccanismo che è destinato ad incepparsi sulla superficie liminale del volto ferito di una bambina o di un anziano, i soggetti più esposti e più fragili allo svelamento del processo simulatorio, e che Philip farà strabordare fino alle sponde del ritorno a un passato recuperato e dell’anticipazione di un futuro genitoriale ricostruito. Riprendendo le parole di Morante, si può sostenere che siamo di fronte  al processo contrario: non è l’attore anti esibizionista  che si disvela nascondendosi dentro il personaggio, quanto il personaggio che emerge dalla quieta e progressiva apertura dell’interprete verso le istanze e i bisogni del ruolo, e che a sua volta è scavato nell’impronta della persona reale da cui è scaturita la sua variazione drammaturgica. Se nel recente Sentimental Value di Joachim Trier,  il doppio del mélo familiare tra madre e figlia era (trans) mediato dal teatro e dal cinema, coadiuvato dall’intervento del padre regista, in Rental Family c’è una dismissione di questi dispositivi, percepiti forse come sovrastrutture e verticalizzazioni psicoanalitiche dell’ Occidente a differenza di un’orizzontalità e di una trasparenza di matrice orientale. La giovane diva hollywoodiana interpretata da Elle Fanning nel film di Trier abbonderà infatti il campo e la scena  una volta compreso di voler essere utilizzata come  il surrogato della figlia attrice da quel genitore cineasta che può rapportarsi a lei solo tramite la fiction; mentre Philip vorrà andare fino in fondo e anche oltre la prestazione stabilita nel contratto stipulato, in nome del sentimental value attribuito ai legami familiari, e più che altro alla valenza simbolica dei ruoli : così il padre non deve per forza assumere la portata di un deus ex machina che dirige e sublima le contraddizioni, ma è soprattutto un tangibile e quotidiano punto di riferimento, l’apparizione di uno sguardo e  di un sorriso in mezzo all’ordine esecutivo e prestativo della metropoli.

Rental Family
Brendan Fraser

Quello che manca tra i punti di un simile apparato concettuale che, se non nuovo, presenta delle suggestioni interessanti (in particolare adesso che i Doppelgänger possono essere generati in qualsiasi loro tratto dal maneggiamento di un’applicazione di AI) , è una regia con più personalità e incisività. La restituzione dello stile asettico ed efficiente dell’agenzia Rental Family diventa monocorde, descrittivo, enunciato e non evocativo e lasciato scorrere sottopelle. Invece di essere criticato o quanto meno problematicizzato il voler far funzionare tutto viene inquadrato in un’ottica consolatoria, con la generosità di Philip che, con una certa faciloneria, redime l’efficiente e satura atmosfera neocapitalista nipponica incentrata sul trasformare in obiettivo e risultato anche la più intima e preziosa delle relazioni. Non è d’altronde incoraggiante pensare che dall’altra parte c’è il moralismo conservatore degli yankees a riscattare le migliori intenzioni e i buoni sentimenti. Quasi avremo voglia di tornare a vedere Dirk Bogarde che uccide il suo sosia in maniera spregiudicatamente strumentale e individualista nel fassbinderiano Despair, squarciando il velo altoborghese di una prepotenza psicotica e ossessiva. Qui siamo più dalle parti di un’estetica e di un’etica da campagna pubblicitaria, che vuole rassicurare ciascuno di noi sul fatto che la famiglia e le identità, per quanto in affitto, siano sempre le più accettabili e tollerabili delle menzogne.

In sala dal 19 febbraio 2026.


Rental Family- Nelle vite degli altri  (Rental Family) – Regia: Hikari; sceneggiatura: Hikari, Stephen Blahut; fotografia: Takurô Ishizaka; montaggio: Alan Baumgarten, Thomas A. Krueger; musiche: Jónsi, Alex Somers; interpreti: Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto, Shannon Mahina Gorman, Akira Emoto, Shino Shinozaki, Kimura Bun, Helen Sadler; produzione: Sight Unseen Productions, Domo Arigato Productions; origine: Giappone, 2025; durata: 110 minuti; distribuzione: Walt Disney.

 

 

 

 

 

 

 

 

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