Per Baz Luhrmann Elvis Presley sembra essere qualcosa di più che il soggetto di una storia da scandagliare nelle sue inesauribili possibilità, dal punto di vista non solo del racconto ma anche, e forse soprattutto, per il significato potente e radicale del suo mettersi in scena, dell’incarnare, volente o nolente, il più preciso e reiterato meccanismo della società della spettacolo statunitense: un contesto fatto di luce, materia, carne, la stoffa e il design di scenografie e costumi pirotecnici, il delirio di urla e mani tese di un pubblico eroticamente declinato alle spinte del desiderio e delle pulsioni . Una brama di vivere contagiosa che, nella circolarità tra il palco e il controcampo spettatoriale, si manifestava nella forma di un abbraccio che poteva diventare una morsa, un soffocamento, il confine perennemente superato tra l’esaltazione di una vita, quella del Presley archetipo della star pagana e divinità nazional popolare, espansa sulla scena pubblica e collassata nello spazio privato, sotto il peso di pressioni e proiezioni di quel sistema articolato e verticalizzato (l’industria musicale e cinematografica, il management, il pubblico) che a partire da lui ha iniziato a considerare il corpus dell’artista, da feticcio di un culto laico a prodotto da consumare in modalità cannibalesca e compulsiva.

Così Luhrmann, dopo aver lavorato sulla dimensione finzionale del film biografico con Elvis (2022), in Epic: Elvis Presley in Concert, si confronta in maniera diretta con una parte notevole del vasto archivio di immagini raccolte, nel corso del tempo e di migliaia di esibizioni dal vero, di questo eccedente, bulimico, strabordante performer. Si tratta di spezzoni che erano stati estromessi dal montaggio finale di due documentari, Elvis: That’s the Way It Is di Denis Sanders (1970) e Elvis on tour di Pierre Adige e Robert Abel (1972) , concentrati più sul climax della parte finale della carriera, su quel flusso continuo di esibizioni senza nessuna fermata intermedia, senza nessun dubbio o riflessione su quanto potesse essere rischiosa e mortale quella proliferazione di apparizioni sul palcoscenico. D’altronde, That’s the Way It’s, è così che va, uno stato delle cose che, per paradosso, non tanto nella staticità ma nello sfrenato dinamismo esprime il senso nevrotico, implacabile, disperato di uno spirito di conservazione, del voler fermare il momento nell’atto più estremo della performance dentro il contenitore del footage, rivedibile e riascoltabile nella ricostruita e ricollocata visione di uno sguardo intergenerazionale. A parte le già citate fonti, Luhrmann, nella fase preparatoria per Elvis, ebbe infatti la possibilità di visionare la mole di materiale audiovisivo in possesso della Warner Bros e di selezionare ulteriori short cuts delle performance presleyane, tra le quali quella celebre con la giacca dorata alle Hawaii, nel 1957, agli inizi della messa a punto o, meglio, della messa in movimento (“the pelvis”) del suo personaggio.
Fin dall’aggettivo “epico”, non ci troviamo però di fronte all’assemblaggio di blocchi che offrono una carrellata piuttosto esaustiva dell’Elvis live in… , perché, come raramente è capitato in epoca recente di vedere, soprattutto rispetto a documentari su figure già tanto esplorate, analizzate e rappresentate , per le quali suona abusato e artefatto (per quanto in questo caso sarebbe assai pertinente, il termine iconico, si tratta di partecipare alla fenomenologia di un’esperienza audiovisiva nel suo farsi. Alla stessa stregua di una concezione organismica dell’opera filmica, Luhrmann si avvale della pratica del montaggio non nell’ordine di una funzionalità che costruisce un discorso a circuito chiuso, legando tra di loro i frammenti di una vita transitata attraverso e travasata dentro il dispositivo dell’atto performativo. Ritornando ad una concezione ejzenštejana, il cineasta australiano, spesso tentato dal gioco a incastri del collage post moderno, del quale Moulin Rouge! (2001) resta probabilmente il crocevia più dirompente nel bene e nel male, plasma nell’accezione di una materia viva e fumante il girato dell’epoca, imprimendovi la propria visione che non segue le durate e gli snodi di una linea narrativa, ma il portato poetico ed evocativo delle attrazioni (siamo d’altronde nel performativo puro, nella sua espressione più figurativa e scenica). Luhrmann ne fa così, tra le altre cose, in un rimando fitto tra realtà e finzione, il backstage del suo film su Elvis, lo svelamento di un processo che lo ha portato a percepirlo e rappresentarlo nella sua ricostruzione quantomai immaginifica e fantasmatica ( dove il punto di vista era proprio quello del colonnello Tom Parker, il tirannico manager, fantasma quantomai materializzato nella sua corpulenta e prostetica presenza). Con Epic rivela un altro approccio: la volontà, piena di amorosa e straziante dedizione, di volergli restituire lo spessore corporeo del suo sciogliersi di sudore sotto i riflettori sparati di bianco e rosso, e la consistenza degli abiti pesanti, corredo di un mascheramento smascherato dall’interferenza umana e più umana dei close up di un volto gigantesco, deformato dal desiderio che gli è stato gettato addosso.

Ma, oltre all’umanizzazione carnale e viscerale del monumentum Elvis, c’è la radicale, nel senso di affondamento fino alla radice, esplorazione di un linguaggio musicale che nasce dalla mescolanza del blues, del folk, del country, della musica corale sacra e dei protomi di quella popolare da juke box, cantata e ballata nei bar e nei locali notturni; ecco allora che ogni frame/footage è raccolto nella durata unica di una sequenza nel quale interpreta una ballad struggente o un febbricitante pezzo rock , che sia Suspicious minds o Can’t Help Falling in Love. Un’apoteosi non meramente celebrativa o conclusiva, neanche con quell’impressione di deterministico o di terminale che toccava la versione fiction del 2022, ma con una tensione ed estensione senza fiato che ancora prima del fare spettacolo e del vivere, appartiene al sopravvivere. E che proprio quel tipo di musica, con le sue successive e multiforme declinazioni, ha saputo esprimere nella scattosità, nell’indeterminatezza, nell’apparente stortura, stonatura, dissonanza dei movimenti di Elvis che, viene audacemente da pensare, potrebbero essere transitati sul corpo epilettico di Ian Curtis dei Joy Division. L’espressione nuda e cruda di un disagio trasformato nel minimalismo anti epico di un celebration day sempre al bivio tra esaltazione e dissoluzione. E la voce non cantante dell’Elvis ragazzone che risponde alle domande delle conferenze stampa tra lo scherno e la reverenza fa emergere uno smarrimento fanciullesco, una malinconia mista a stupore; la consapevolezza, magari solo vagheggiata, di aver anticipatamente ed esaustivamente dato, “tutto, là fuori, per lo show”, come disse Jodie Foster durante il discorso per il Golden Globe alla carriera di qualche anno fa (lei che al contrario ha saputo passare dalla condizione di vittima del fanatismo mainstream ad artefice della propria visione su sé se stessa e sulla realtà che la circonda).
Prima di perdersi, ancora un volta, nel furore technicolor di un acuto e di un braccio prolungato fino a toccare le mani della gente in quell’immenso fuori campo e fuori scena. Per un attimo pare veramente di sentire il desiderio di una gioventù che non voleva essere bruciata ma che voleva continuare ad ardere e che per fare questo, come ebbe a dire John Cassavetes tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 agli esordi del suo fulminate cinema (anche se Ombre si riferiva a una generazione più jazzata e sincopata) era disposta anche a morire.
In sala dal 5 marzo 2026.
Epic: Elvis Presley in Concert – Regia: Baz Luhrmann; montaggio: Jonathan Redmond; produzione: Baz Luhrmann, Colin Smeeton ,Schuyler Weiss, Jeremy Castro, Matthew Gross per Sony Music Vision, Bazmark Films, Authentic Stuidos; origine: Australia/ Stati Uniti, 2026; durata: 97 minuti; distribuzione: Universal Pictures Italia.
