«Sono sempre stato ossessionato dalla Parigi di fine Ottocento. Il mio primo corto, Ce qui me meut (1989), era già ambientato in quell’epoca. Sono affascinato da quel periodo, probabilmente perché allora furono inventate così tante cose, dal treno all’elettricità al cinema stesso. Inoltre, adoro i costumi, le scenografie e l’estetica di quegli anni».
A parlare è Cédric Klapisch, il regista francese classe 1961, che alla metà degli anni Novanta aveva realizzato un piccolo-grande successo internazionale, il delizioso Ognuno cerca il suo gatto (1996), seguito qualche anno dopo da un altro bijoux, L’appartamento spagnolo del 2002. Poi la sua carriera era proseguita come un lungo fiume tranquillo: film dopo film realizzati a distanza di circa tre anni l’uno d’altro, ma senza opere che si segnalassero in modo così significativo come i due che abbiamo ricordato (e che tutti i cinefili di una certa generazione immagino abbiano fissi nella memoria). Questo nuovo, invece (e meno male!), lo riporta ai vertici della sua filmografia a cavallo del secolo passato, a distanza giusto di tre anni dal modesto La vita è una danza del 2022.
Da sempre Klapisch ha avuto, nella leggerezza del tocco e nella capacità platica di costruire i personaggi, uno degli atout filmici migliori, che in questo caso, ne I colori del tempo, è andato ad applicare a tante altre delle sue passioni, quelle sin da piccolo per la fotografia e la pittura, oltre alla da lui citata ossessione per la Belle Époque. Ma vediamo di cosa tratta questo fascinoso film che si altalena tra presente e passato, con un commosso omaggio alla grande cultura di fine Ottocento e ai suoi protagonisti, da (soprattutto) Claude Monet o Félix Nadar, da Sarah Bernhardt a Victor Hugo, e poi tanti, tanti altri.

Disabitata ormai dai lontani anni Quaranta, una fatiscente casa in Normandia è in procinto di essere demolita nel 2024 per far posto a un parcheggio per un nuovo centro commerciale. Il nutrito gruppo degli eredi, un plotocino di forse una cinquantina di discendenti dell’ex proprietaria, di cui è necessario il consenso per procedere all’abbattimento dell’immobile, nominano quattro di loro a rappresentare i propri interessi: il giovane “content creator” Seb (Abraham Wapler), l’apicoltore Guy (Vincent Macaigne), la spiccia imprenditrice Céline (Julia Piaton) e l’insegnante Abdel (Zinedine Soualem) – quattro teste molto differenti, quattro lontani cugini che prima non si conoscevano per niente. Durante un sopralluogo insieme, nella fatiscente proprietà ereditata, trovano una grande quantità di vecchi documenti, lettere e immagini estremamente affascinanti che raccontano la lunga storia della loro famiglia. In particolare, a colpirli è la figura della misteriosa Adèle Meunier (Suzanne Lindon), che alla fine del XIX secolo, all’età di soli 20 anni, aveva lasciato la Normandia per recarsi a Parigi a cercare la vera madre, che l’aveva data in adozione quando era ancora neonata. E si continua con una serie di incontri celebri che poi spiegano l’esistenza di un celebre e malandrino dipinto…
Insomma, a dirla in breve con le parole del regista, “l’idea alla base del film è il confronto tra i giorni nostri e il 1895, attraverso la storia di una famiglia” quando alcuni contemporanei esplorano le proprie radici, seguendo le tracce, le avventure di una antenata anticonformista con tutte le scoperte, i personaggi storici e le rivelazioni che, nell’arco del film, veniamo a conoscere riguardo le sue origini e la sua vita. E qui ci fermiamo per lasciare allo spettatore il piacere della visione di quanto Klapisch, con la complicità dello sceneggiatore e scrittore argentino Santiago Amigorena, si è inventato per narrare il raffronto serrato tra la nostra epoca e quella di fine Ottocento. In essa si sviluppava, per altro, l’attuale società dello spettacolo, con la fotografia nasceva presto anche il cinema e l’Impressionismo in pittura – e con loro, tutti gli interrogativi riguardo al senso del Dio Progresso, alle aspettative nel nostro futuro, oltre al problema, non proprio trascurabile, di come conservare e trasmettere la memoria, personale e storica.

Presentato Fuori Concorso al passato Festival di Cannes (è stata la prima volta in tutta la carriera di Klapisch!) e campione di incassi in patria, I colori del tempo è un’opera spettacolare e sontuosa, sempre (o quasi) molto piacevole da seguire grazie al livello della recitazione di tutto il cast – in particolare la performance sottile e suadente di Suzanne Lindon – e grazie alla qualità eccelsa della messa in scena, in primis scenografie e costumi – uno vero splendore per gli occhi. È dunque un film che rende al meglio quella soave grazia nel tocco, quella impalpabile leggerezza in cui sta, come si accennava, la virtù migliore della narrazione cinematografica del regista francese. Volendo trovare, invece, dei difetti in questo film sfarzoso e accattivante, si potrebbe forse obbiettare che Klapisch si lascia, in certi momenti, prendere la mano dall’abilità del proprio tocco, esagerando in qualche situazione un po’ facile, un po’ “piaciona”. Ma si tratta solo di “nei di bellezza” in un’opera che consigliamo soprattutto (ma non solo) a chi ama la tradizionale qualità, la brillantezza di messa in scena sempre espressa dal cinema francese. Che tramite piccoli, centrati colpi di pennello (in questo caso impressionista) riesce a ricreare gli echi e la memoria di un mondo di lontano, estatico fascino. Come è stato appunto, almeno esteriormente, quello della Belle Époque. In un riuscito insieme, pop e ricercato, al tempo stesso.
Ps. Peccato per il titolo italiano che non restituisce il gioco di parole dell’originale francese ed è mutuato da quello internazionale (Colours of Time)– ma forse non si poteva fare altrimenti.
In sala dal 13 novembre 2025.
I colori del tempo (La Venue de l’Avenir) – Regia: Cédric Klapisch; sceneggiatura: Cédric Klapisch, Santiago Amigorena; fotografia: Alexis Kavyrchine; montaggio: Anne-Sophie Bion; musica: Robin Coudert (Rob); scenografia: Marie Cheminal; interpreti: Suzanne Lindon, Abraham Wapler, Julia Piaton, Vincent Macaigne, Zinedine Soualem, Paul Kircher, Vassili Schneider, Sara Giraudeau, Cécile De France; produzione: Bruno Levy per Ce Qui Me Meut, Studiocanal, France 2 Cinéma; origine: Francia, 2025; durata: 125 minuti; distribuzione: Teodora Film.
