Dopo 150 minuti di film che cosa resta di Marty Supreme? Il ritmo: indiavolato, frenetico, ansiogeno, quasi da “screwball comedy”, con una vasca da bagno piena d’acqua che sfonda il pavimento, un mafioso disposto a tutto per recuperare l’amatissimo cane, un contadino che spara su tutto col fucile a pompa, una moglie incinta che non dice esattamente la verità al marito cornificato, un capitalista avido e tronfio che si paragona a un vampiro del 1610, una scopata sull’erba a Central Park interrotta nottetempo da poliziotti corrotti, soprattutto una continua, affannosa, corsa contro il tempo nella speranza di coronare una specie di sogno. Mettere insieme i soldi per arrivare a Tokyo e sfidare, sia pure in una partita non regolare, il campione nipponico di ping pong: il sordastro e micidiale Koto Endo.
Giovedì 22 gennaio esce nelle sale italiane, targato I Wonder Pictures, il molto atteso film di Josh Safdie, classe 1984, fratello maggiore del Benny di The Smashing Machine. I due si sono artisticamente separati e forse è meglio così. Personalmente penso che Josh abbia più talento di Benny, benché entrambi siano ancora prodotti dalla famosa casa A24, ormai una potenza hollywoodiana nonostante quell’aria da audace ditta indipendente.

Come sapete, si parla di ping pong, tornando nella New York del 1952. Laddove Marty Mauser, che ama farsi chiamare “Supreme” per le sue doti sportive e la sua tigna, prova a dare l’assalto al cielo della celebrità, sicuro di essere appunto un dio ebreo del tennis da tavolo. «Da dove vengo io ciascuno pensa per sé» è la filosofia del giovanotto, poco più che ventenne: magro, coi baffetti e un curioso “monociglio” nascosto dagli occhiali, la parlantina facile e una gran capacità di aggirare gli ostacoli, per quanto possibile. Marty non è il vero Marty Reisner (1930-2012), ma certo gli somiglia in molti comportamenti, diventando una sorta di alter-ego più gaglioffo e incasinato, un campione della bugia, dell’infingardaggine, del cinismo, dell’egoismo, pure del menefreghismo, insomma un giovane stronzo più sfigato e resistente di Willy il Coyote.
Credo che Safdie, il quale molto ha covato questo progetto infine riuscendo a realizzarlo con l’arrivo della star Timothée Chalamet, non si ponga il problema di rendere amabile allo spettatore il suo Marty Supreme: semplicemente lo pedina nelle sue picaresche e tragicomiche disavventure, ogni volta inventando un qualche ostacolo da superare, sul filo di una concitazione parossistica che ricorda, ma forse mi sbaglio, certe “tirate” di Martin Scorsese, penso specialmente a The Wolf of Wall Street.
Di sicuro, nella prospettiva “filosofica” di Marty Supreme, la protagonista è una forza della natura, un mix di inettitudine e intraprendenza, e naturalmente sappiamo tutti che prima o poi per quello svogliato venditore di scarpe capace di gabbare tutti arriverà il momento della rivincita nei confronti del campione giapponese che lo batte clamorosamente all’inizio, durante i British Open del 1952. Leggo che il vero Marty vinse la sua prima medaglia ufficiale nel 1948, terzo nella gara a squadre ai Mondiali di tennis da tavolo; l’ultima nel 1997, campione nazionale di hardbat, cioè con la racchetta di legno, senza strati di gomma.
L’amoralità manifesta di Marty, questo lupetto solitario che non guarda in faccia a nessuno, è la chiave scelta dal film per divertire lo spettatore. Non ti spieghi come riesca a imbrogliare tutti restando sempre a galla, ma è anche vero che gli altri non sono da meno: lo usano come lui fa con essi, a partire dall’infelice attrice Kay assetata di sesso, e poi l’amico ciccione Dion impegnato a costruire inutili palline arancioni da ping pong, l’amante malmaritata Rachel ormai all’ottavo mese di gravidanza, il milionario Rockwell che fa affari con il Giappone e gli chiede di perdere a bella posta, eccetera.
Marty Supreme procede per accumulazione di fatti e stramberie: fino a un certo punto ti chiedi cosa voglia raccontare il film, poi capisci che il film racconta solo ciò che mostra, cioè un’infinita lotta contro gli eventi avversi, dove lo stile si fa sostanza, e allora magari ci si può pure divertire, a patto di stare al gioco.
Reduce dall’aver incarnato benissimo Bob Dylan in A Complete Unknown, il trentenne Timothée Chalamet è un attore prodigioso al quale ormai si può chiedere qualunque prova, anche la più estrema: infatti il personaggio non si cura di apparire simpatico, agisce e basta, almeno fino a quando non sentirà di aver acquietato la sua sete di vendetta. Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Luke Manley, Abel Ferrara, Kevin O’Leary e infiniti altri, tra i quali anche il drammaturgo/regista David Mamet, s’intonano al galoppante affresco, esagerando nelle caratterizzazioni, in linea con le richieste del regista. Il quale gioca a scompaginare un certo ricercato realismo (scenografie, abiti, pettinature, automobili, acrobatici colpi di ping pong) piazzando sui titoli di coda la canzone “Every Wants to Rule the World” dei Tears for Fears, che sarebbe stata composta nel 1985, ben 33 anni dopo.
Ha spiegato il regista a Paola Casella, per “La Lettura”, citando perfino i filosofi Mark Fisher e Jacques Derrida. «La ricerca della felicità, che è inserita nella Costituzione americana, è ricerca ossessiva, anche perché la felicità è fuggevole: la inseguiamo, avvertiamo quell’aspirazione dentro di noi, ci domandiamo perché non si realizzi come condizione permanente dell’essere». Tutto vero, forse. Solo che Marty Supreme non spiega e non allude, preferendo chiudere lo spettatore dentro una centrifuga.
In sala dal 22 gennaio 2026.
Marty Supreme – Regia: Josh Safdie; sceneggiatura: Josh Safdie, Ronald Bronstein; fotografia: Darius Khondji; montaggio: Ronald Bronstein, Josh Safdie; musica: Daniel Lopatin; scenografia: Jack Fisk; interpreti: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Fran Drescher, Odessa A’zion, Sandra Bernhard, Abel Ferrara, Penn Jillette, Spenser Granese, Tyler the Creator, Kevin O’Leary; produzione: Josh Safdie, Ronald Bronstein, Eli Bush, Anthony Katagas, Timothée Chalamet per Central Pictures,; origine: Usa, 2026; durata: 149 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.
