Per chi andasse a vedere Hamnet senza sapere nulla di nulla – esiste ancora qualche bontempone che si comporta così come il sottoscritto che qui scrive -, bene, immediatamente dopo il titolo del film, questo spettatore sperduto nel buio capirebbe subito di cosa si tratta da un cartello iniziale su sfondo nero che recita: “Hamnet and Hamlet are in fact the same name, interchangeable in Stratford records in the late sixteenth and early seventeenth centuries”. E poi sotto in corsivo: “The Death of Hamnet and the Making of Hamlet”.
E così si arriva immediatamente all’arcano e al cuore di questo gran bel film diretto dalla cineasta cinese naturalizzata americana Chloé Zhao, giunta al suo quinto lungometraggio – tra cui l’ottimo road-movie Nomadland (Leone d’oro a Venezia 2020) – che ha sceneggiato il romanzo Nel nome del figlio. Hamnet (2020, trad. it: Guanda 2021) insieme alla sua autrice, la scrittrice nordirlandese Maggie O’Farrell. Con l’obbiettivo di offrirci una originale, intima narrazione della nascita di uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale, Amleto (1600-2) appunto. Al che sorge spontanea la domanda: dopo tante opere cinematografiche tratte dalle opere o ispirati alla vita del supremo “Bardo dell’Avon”, da Wells a Kurosawa o Polánski, da Laurence Olivier a Kenneth Branagh o Zeffirelli, e poi a tanti altri tra cui un suo diretto antecedente come Shakespeare in love (1998, di John Madden), valeva la pena di intraprendere un’ennesima operazione del genere? Ebbene sì, visto il notevole risultato. Ma veniamo al nostro film.
Siamo nell’era dura ma felice dell’Inghilterra elisabettiana del tardo Cinquecento, a Stratford-upon-Avon, la cittadina natale di Shakespeare e, dopo qualche minuto, assistiamo allo sbocciare subitaneo di un travolgente amore tra i due giovani protagonisti: lei Agnes (Jessie Buckley) è una donna volitiva e pugnace, in odore di essere o quasi una strega delle erbe, è figlia della foresta in cui si rifugia isolandosi dal mondo e pratica la falconeria; lui (Paul Mescal), innamorato della poesia e inguaribile sognatore fa il tutore di latino per ripagare i debiti del padre conciatore di pelli con cui è sempre in lite dato che aborre il lavoro manuale. Infatuato della donna, William (Shakespeare) la cerca nei pressi di una grotta misteriosa dove Agnes spesso si ritira e la seduce narrandole la leggenda di “Orfeo ed Euridice” mentre lei gli predice il futuro. Seguiamo poi la vita della coppia che si è sposata tra mille difficoltà e con Agnes già incinta della prima figlia Susanna (Bodhi Rae Breathnach); poi a distanza di qualche anno nascono due gemelli inseparabili, Judith e Hamnet (Olivia Lynes e Jacobi Jupe) – Judith sembrava già morta alla nascita e sarà poi quella che sopravviverà a undici anni durante un’epidemia di peste, grazie ad uno scambio con la Morte quasi alla Fritz Lang, ad un sacrificio che ha del magico da parte del fratellino. Nel frattempo, per seguire la sua vocazione William si era trasferito da Stratford a Londra dove aveva iniziato una formidabile carriera teatrale, allontanandosi così, di fatto, dalla famiglia e lasciando la moglie sola con tutte le difficoltà che deve affrontare. La terribile perdita di quel bambino che avrebbe voluto seguire le orme del padre, diventa allora un punto di svolta decisivo nel rapporto e nell’elaborazione del lutto da parte di entrambi. Venuta a conoscenza dalla matrigna che il marito sta per mettere in scena una pièce che porta il nome del figlio, intraprende il viaggio per recarsi alla Prima al Globe Theatre di Londra e giungere a scoprire, dopo diversi mutamenti d’umore nel corso dello spettacolo, come l’arte di Shakespeare abbia narrato e sublimato artisticamente la terribile perdita di Hamnet ormai diventato Hamlet.

Narrato in prima persona dagli occhi di Agnes (grande l’interpretazione di Jessie Buckley) e “agito” dalla complessa, multiforme natura della protagonista sempre in bilico tra mondo magico interiore, effetti familiari che sembrano andare in frantumi, e necessità di trovare un proprio cammino di vita, il film di Chloé Zhao, oltre ad adattare fedelmente il testo di O’Farrell, fa anche riferimento al galdr/galdor l’incantesimo allitterativo o formula magica nell’Inghilterra anglosassone, dell’”Old English Nine Herbs Spell”. Il che contribuisce a caratterizzare il film attraverso uno sguardo cinematografico sensibile, incantato e sur-reale con cui si narrano, tra l’altro, i cosiddetti “Lost Years” shakespeariani, quel periodo (su cui mancano documenti certi) tra il 1585 – anno di battesimo dei due gemelli con la dipartita (o fuga) del Bardo dal luogo natale – e il 1592, quando ormai è ricordato come un affermato drammaturgo londinese.
Anche a prescindere da qualche lentezza iniziale nell’avvio, comunque sempre affascinante, di questa love story sui generis, Hamnet spicca meravigliosamente il volo nella parte finale, in cui una donna delusa e piena di rabbia assiste allo spettacolo del marito nell’atto di mostrare e dimostrare artisticamente il suo inguaribile dolore per la perdita del loro figlioletto – venti minuti e più di grandissimo, commovente cinema, assolutamente da vedere e ammirare.
Oltre a svariati altri premi l’anno scorso, Hamnet ha già vinto a gennaio due Golden Globe (miglior film, migliore interpretazione femminile) e si presenta agli imminenti Academy Awards di marzo con ben otto candidature. Un più che discreto biglietto da visita…
In sala dal 5 febbraio 2026.
Hamnet – Nel nome del figlio (Hamnet) – Regia: Chloé Zhao; sceneggiatura: Maggie O’Farrell, Chloé Zhao; fotografia: Lukasz Zal; montaggio: Affonso Gonçalves, Chloé Zhao; musica: Max Richter; scenografia: Fiona Crombie, Alice Felton; interpreti: Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, Jacobi Jupe, Freya Hannan-Mills, Sam Woolf, Laura Guest, Bodhi Rae Breathnach, Olivia Lynes, Jack Shalloo, Faith Delaney, Elliot Baxter, Zac Wishart, Hera Gibson, Eva Wishart, Noah Jupe; produzione: Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Sam Mendes, Steven Spielberg per Amblin Entertainment, Book of Shadows, Hera Pictures, Neal Street Productions; origine: Gb/Usa, 2025; durata: 125 minuti; distribuzione: Universal Pictures.
