
Josephine di Beth de Araújo è molte cose insieme: thriller psicologico splendidamente realizzato, dramma giudiziario, studio sulla famiglia moderna, una disamina della società americana e della violenza che la pervade. Ed è stato il vincitore indiscusso del Sundance Film Festival, dove si è aggiudicato sia il Gran Premio della Giuria sia il Premio del Pubblico come miglior film drammatico. Ed ora – decisione abbastanza bizzarra – è stato messo in Concorso anche alla Berlinale.
La storia inizia con uno stupro a cui assiste una bambina di otto anni, la Josephine del titolo, e prosegue come uno studio sulle conseguenze che questo drammatico evento ha poi sulla bambina e la sua famiglia. Il focus viene posto sull’incapacità di Josephine di elaborare la violenza a cui ha assistito e le derive che ne seguono: il suo comportamento diventa sempre più instabile, mentre i tentativi dei genitori per tenere unita la famiglia si sgretolano davanti alla burocrazia invasiva e sconcertante del sistema giudiziario penale americano. Josephine è un film che dovremmo vedere e, nonostante l’argomento devastante, è avvincente e coinvolgente. Affrontando con maestria un tema di rilevanza sociale, de Araújo realizza un’opera intensa e toccante.
Nella sua eleganza visiva Josephine è ambientato sulle colline di San Francisco, nella zona residenziale dell’upper class. Gli attori Gemma Chan e Channing Tatum, sono i premurosi e competenti genitori Claire e Damien, che ben presto si trovano a scontrarsi con i propri limiti nella gestione del trauma capitato alla figlia, mettendo in luce le loro diverse personalità e approcci genitoriali. Mentre la giovane Mason Reeves ci offre un’interpretazione impeccabile nei panni della protagonista, grazie all’attenta regia di de Araújo. Fin da subito viene messa in scena una metafora chiara, seppur semplice, di ciò che sta per accadere. E forse è proprio questa la chiarezza di cui abbiamo bisogno per affrontare poco dopo il danno psicologico ed emotivo causato dalla violenza che ci attende. Nel garage buio di una villetta a schiera, troviamo Damien mentre incoraggia Josephine ad un gioco: premere il pulsante del portone automatico del garage per poi correre fuori prima che la porta metallica si chiuda con fragore. La sfida è superare la paura e, almeno nella sua rappresentazione cinematografica, fuggire dall’oscurità verso la luce; pur fallendo inizialmente, Josephine ci riesce al secondo tentativo.
I due corrono poi per le strade di San Francisco e nel Golden Gate Park per giocare a calcio. Quindi mentre la figlia si nasconde dietro un albero, perde di vista il padre. È da quel punto che si ritrova ad osservare una radura dove si consuma uno stupro: una donna viene aggredita da un uomo in pieno giorno. Josephine – e con lei il pubblico – assiste al crimine dall’inizio alla fine. Pochi istanti dopo, Damien ritrova Josephine, tenta di inseguire lo stupratore (Philip Ettinger), chiama soccorso e un’autopattuglia arriva rapidamente. Si delineano le prime fasi di un’indagine di polizia. Per un momento, Josephine e la vittima (Syra McCarthy) siedono in silenzio sul sedile posteriore dell’auto della polizia.
Da qui in poi, assistiamo al progressivo disfacimento di una famiglia mentre la bambina cerca, senza successo, di rielaborare la violenza traumatica e di dare senso a quello a cui ha assistito nel parco, ma si ritrova ancora più confusa e senza spiegazioni di prima. I genitori cercano di gestire la situazione in modo responsabile, ma si capisce che faticano a spiegare a Josephine ciò che ha visto e ciò che prova. Quali parole usare per descrivere uno stupro a una bambina? Possono rassicurare Josephine sulla sua sicurezza? E inoltre qual è l’obbligo di Josephine di testimoniare in tribunale? L’approccio di Damien tende a essere più diretto, concentrandosi sull’autodifesa di Josephine (che frequenta un corso di arti marziali), Claire invece è più attenta al danno psicologico subito dalla figlia. Anche perché giorno dopo giorno il comportamento di quest’ultima diventa sempre più preoccupante, se non addirittura incontrollabile. I suoi genitori reagiscono in modi comprensibili – con pazienza e premura, con frustrazione e rabbia – ma senza un manuale delle istruzioni, litigano tra loro davanti a Josephine arrivando a peggiorare la situazione. È apprezzabile che de Araújo eviti di mostrare i genitori nel loro peggiore comportamento – anzi, attribuisce a entrambi una notevole resilienza, intraprendenza e un amore sconfinato l’uno per l’altra e per la figlia. Eppure, a quanto pare, tutto ciò non è sufficiente.
La sceneggiatura è avvincente, snocciola conversazioni a tavola e chiacchiere da cortile, conducendoci con rapidità da una scena all’altra mentre la suspense cresce. Pur mantenendo l’attenzione su Josephine per tutta la durata del film, de Araújo inserisce dettagli fugaci sull’infanzia di Claire e Damien, che influenzano coi loro diversi approcci il sempre più instabile comportamento della figlia. Decisamente la regista non teme l’ambiguità, l’incertezza morale e le allusioni sui retroscena dei suoi personaggi e i loro traumi passati. In una delle scene chiave la bambina chiede alla madre della sua esperienza personale con lo stupro, e qui grazie all’interpretazione assolutamente straordinaria di Chan, la scena rivela la complessità delle dinamiche familiari e solleva ulteriori interrogativi.
Inevitabilmente, tutta la famiglia deve confrontarsi con la legge, comprese le dichiarazioni dei testimoni, l’identificazione del colpevole e la testimonianza in tribunale. De Araújo è generosa nella sua rappresentazione del mondo legale, in particolare del ruolo dei consulenti per minori, dedicati e ben preparati, che lavorano con la bimba. Ma il sistema di giustizia penale americano – con i suoi investigatori inflessibili, i pubblici ministeri ambiziosi, gli avvocati difensori astuti e la burocrazia impenetrabile – è un ambiente ostile per qualsiasi cittadino, a maggior ragione per una bambina. Questo cambiamento narrativo, incentrato sulla ricerca della giustizia e su domande relative a ciò che è giusto e ingiusto nella nostra società, arricchisce ulteriormente una storia già avvincente.
De Araújo commette forse qualche passo falso verso la fine del film, più per compiacere il grande pubblico o forse per far concludere la storia in modo appropriato. Ma sono questi solo pochi, rari momenti che si fanno notare per la perfezione e la fluidità nel complesso della narrazione. Le magnifiche interpretazioni di Chan e Tatum ci raccontano, in modo avvincente, il turbamento dei genitori: ansia, compassione, frustrazione, rabbia e amore. Nel complesso de Araújo ha creato un film notevole, di pubblico e culturalmente rilevante, insomma un vero dramma coinvolgente.
Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, 2026.
Josephine – Regia: Beth de Araújo; sceneggiatura: Beth de Araújo; fotografia: Greta Zozula; montaggio: Anisha Acharya, Nico Leunen, Kyle Reiter; musica: Miles Ross; interpreti: Gemma Chan, Phillip Ettinger, Syra McCarthy, Mason Reeves, Channing Tatum; produzione: David Kaplan, Josh Peters, Beth de Araújo, Marina Stabile, Mark H. Rapaport, Crystine Zhang; origine: Stati Uniti, 2026; durata: 120 minuti.
