Staatsschutz (Prosecution) di Faraz Shariat (Panorama – Premio del pubblico)

La salvaguardia della neutralità della giustizia è, o dovrebbe essere, un principio fondamentale di ogni stato democratico. La sua indipendenza assicura l’imparzialità e l’obiettività dei tribunali e promette che, come da Costituzione, ogni cittadino sia uguale davanti alla legge. Staatsschutz (Prosecution) di Faraz Shariat indaga e mette in discussione proprio questo dato di fatto in un film di genere giudiziario, un legal thriller leggermente caricato, dove la messa in scena in certi momenti risulta plateale ed eccessiva, ma che nel suo complesso funziona e intrattiene.

La procuratrice tedesca Seyo Kim (Chen Emilie Yan) è in prova per quattro anni nel tribunale di una città tedesca. A differenza della sua collega Alexandra Tiedemann (Julia Jentsch) che si dedica alla difesa di vittime di fenomeni di razzismo, crede nell’iter della giustizia tedesca e si occupa di difendere anche accertati colpevoli. Tutto bene fino a quando si ritrova lei stessa vittima di un attentato che il procuratore assegnatoli per il caso, Osta Forch (Arnd Klawitter), vorrebbe far passare come un banale, singolo incidente di percorso. Poco persuasa Kim si ritrova ad indagare privatamente, in un complesso e articolato sistema di connessioni, una rete ben costruita di piccoli incidenti di matrice razzista messa a punto da un locale e conosciuto gruppo di estremisti di destra. Poco intimidita da minacce e attacchi alla sua persona, scopre che in molti processi già archiviati sono stati volutamente tralasciati indizi importanti che rivelavano l’impronta di una rete terrorista nazionalista. Decisa a capire cosa o chi si nasconde dietro ad un dispositivo di parte, che lascia impuniti i colpevoli, mette a rischio la sua stessa carriera per portare alla luce la verità. E uno sguardo agli atti processuali seppelliti negli archivi del tribunale si apre come un vaso di Pandora.

Shariat realizza un film politico nel quale si scaglia contro la banalizzazione di un estremismo di destra a livelli istituzionali, fenomeno non nuovo ma che in Germania con l’entrata in Parlamento del partito di estrema destra AfD purtroppo rischia di intensificarsi e di non venir riconosciuto e contenuto per tempo. L’opera si basa sui risultati a cui sono giunte recenti commissioni d’inchiesta che si sono occupate di mettere chiarezza nei terribili attentati di matrice razzista di Halle nel 2019 e di Hanau l’anno dopo, sull’organizzazione criminale NSU e su altri casi meno eclatanti ma accertati.

Dopo il suo film di debutto Futur Drei (2020), Shariat ammette di aver fatto fatica a trovare un soggetto abbastanza incisivo e che ben descrivesse la situazione attuale, l’impotenza e la minaccia crescente, che cittadini come lo stesso regista, i cui nonni sono emigrati dall’Iran, e quindi con una storia di emigrazione alle spalle, avvertono in Germania. Staatschutz è nato grazie alla collaborazione con la sceneggiatrice Claudia Schaefer, già autrice di Elbow.

L’interpretazione di Chen Emilie Yan è di forte intensità e partecipazione, credibile e allo stesso tempo le permette di osare anche dei momenti di stravaganza: viene in mente il suo scorrazzare per le strade di provincia su una nera e rumorosa berlina turbo, scimmiottando per l’occasione thriller e film d’azione, con l’intento di intimidire i suoi aggressori. Un ruolo che le sta a pennello. La sua figura esprime una raffigurazione perfetta fra mondo queer e migranti di seconda generazione, proprio quel mix esplosivo, quella cultura woke che fa tanta paura ai militanti e agli esponenti di partiti di destra. Forse troppo vicino al film di genere thriller per poterlo considerare vero cinema militante, Staatsschutz riesce comunque ad aprire una discussione su cosa significa la neutralità nell’apparato della giustizia, se sia veramente lecito mantenere un equa distanza tanto dalla vittima quanto dal carnefice, e quanto sia possibile controllare abusi di credo politico, religioso e ideologico in uno Stato di diritto.


Staatsschutz  (Prosecution ) – Regia: Faraz Shariat; sceneggiatura: Claudia Schaefer, Jee-Un Kim, Dr. Sun-Ju Choi; fotografia: Lotta Kilian; montaggio: Friederike Hohmuth; musica: Gabríel Ólafs; scenografia: Dario Mendez Acosta; interpreti: Chen Emilie Yan, Julia Jentsch, Alev Irmak, Arnd Klawitter, Sebastian Urzendowsky; produzione: Jünglinge Film; origine: Germania, 2026; durata: 113 minuti.

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