Der Heimatlose di Kai Stänicke (Perspectives)

Ad aprire la nuova sezione Perspectives, dedicata quasi esclusivamente a opere prime, è stato invitato il quarantenne Kai Stänicke che presenta un film forse un po’ troppo lungo (122 minuti, forse si poteva sfrondare) ma piuttosto notevole, intitolato Der Heimatlose, ovvero qualcosa come Il senza patria. Ma già la traduzione in italiano è bella complicata perché non credo esista al mondo, o comunque nella lingua tedesca, un concetto più complicato come quello di Heimat, terra, casa, patria.

Nato nella seconda metà dell’Ottocento come concetto, diciamo così, regressivo, volto a marcare una fiera distanza dalla progressiva modernizzazione delle – almeno in Germania – nascenti metropoli (si parlava per la letteratura/per l’arte, appunto, di Heimatkunst), durante il periodo del Nazismo il concetto, unito a quello più sfacciatamente aggressivo di Vaterland, assume su di sé una connotazione etnica e si direbbe oggi sovranista, uno dei film più famosi del cinema del Terzo Reich, si chiamava appunto Heimat, esce nel 1938 per la regia di Carl Froehlich. Sarà poi la volta negli anni ’50 dello Heimatfilm, cinema colorato e posticcio ambientato nella Foresta Nera e nelle Alpi bavaresi, che racconta una Germania arretrata e fondamentalmente ilare che consapevolmente rimuove il passato, la colpa. Ma sempre negli anni ’50 arriva la più grandiosa definizione di Heimat che è quella con cui si conclude Il principio speranza (1953-1959) di Ernst Bloch, che proprio nelle righe finali del suo capolavoro, definisce la Heimat come il luogo/tempo che “brilla nell’infanzia di tutti e in cui nessuno è ancora stato”, sottolineando la valenza utopica e (sovra)-temporale più ancora che spaziale del testo. Poi è arrivato, nel quadro della rinegozazione dei generi prodotta dal Nuovo Cinema Tedesco, lo Anti-Heimatfilm che decostruisce il valore identitario della Heimat, insistendo su tutte le modalità di emarginazione, di esclusione del diverso, dell’Altro (uno fra tutti Scene di caccia in Bassa Baviera [1969] di Peter Fleischmann). E poi, nel quadro di una riscoperta identitaria ed ecologica del concetto è arrivato quel capolavoro che risponde proprio al nome di Heimat del grandissimo Edgar Reitz, sorta di compendio un po’ di tutto ciò che abbiamo detto.

Il film presentato a Berlino racconta il nostos di Hein (ottimamente interpretato da Paul Boche, una specie di Cillian Murphy virato sul biondo) che dopo quattordici anni di assenza ritorna a casa, novello Odisseo – e infatti arriva via mare. La casa è una non meglio precisata isola del Mare del Nord. Dalle note di produzione sappiamo che in realtà, per ragioni di finanziamento delle film commission, il film è stato girato in due isole: la celebre Sylt e la meno nota Nordeney. A casa? Parola grossa, ché il villaggio è costituito da un gruppuscolo di poche case, con la sola facciata e uno spazio esterno che funge, per così dire, da cortile. Se vi è venuto da pensare a Dogville di Lars von Trier siete nel giusto: stessa scenografia, dunque pronunciata mancata di realismo, mera astrazione, ma al contrario di quanto accade a Grace (Nicole Kidman), la vicenda inizia male anzi malissimo e finisce in modo catartico.

Inizia male perché nessuno riconosce Hein che invece con tenacia afferma di non essere un usurpatore, ma anzi proprio colui che a quel nome risponde, cercando a più riprese di dimostrare che ha ragione, prove alla mano. Ma nulla da fare: non lo riconoscono né la sorella, pur al momento della sua partenza giovanissima, né Greta (Emilia Schüle) la ragazza, ora donna, con cui il giovanotto aveva avuto un accenno di storia sentimentale, né soprattutto Friedemann (Philipp Froissant), che – lo scopriamo abbastanza presto – aveva suscitato nel protagonista chiare pulsioni omosessuali (ricambiate, peraltro), forse una delle ragioni che lo avevano poi indotto a lasciare l’isola cercando fortuna nella terraferma, vista dagli isolani come l’Altrove irraggiungibile e sospetto.

Una donna che funge da capo-villaggio decide così di indire un processo della durata di tre giorni al fine di stabilire se ha ragione Hein o hanno ragione gli abitanti del villaggio, spettatori al completo della udienze, che non hanno nessuna intenzione di riconoscere il protagonista. Ne deriva una vicenda che, di nuovo, al pari di Dogville presenta un chiaro impianto teatrale e fin dal linguaggio in un tedesco del tutto privo di inflessioni dialettale tradisce il suo carattere eminentemente costruito, artificiale. Molti sono i dialoghi, non solo durante il processo, che nascondono una malcelata aggressività, fin quando la verità (la verità?) non viene, ma solo verso la fine, a galla. Ecco: la verità. Der Heimatlose è un riuscito apologo su che cos’è la verità, su che cos’è l’identità e su che cos’è la memoria, questioni, dunque, di capitale importanza che a tratti ricordano Pirandello o venendo più ai giorni nostri a Dürrenmatt oppure a Tabucchi. Ciò scopre interrogazioni vertiginose che il regista, supportato da una solida sceneggiatura e nel suo irrealismo anche di una ottima scenografia, spesso ripresa dall’alto – un’inquadratura che fa diventare il setting, una specie di accampamento o anche un piccolo campo di concentramento che, peraltro, assomiglia molto a Eichwald, la città immaginaria dove era ambientato Il nastro bianco di Michael Haneke. Forse non convince del tutto il fatto che il principale motore della fuga siano state le pulsioni queer e la paura di uno stigma da parte di una comunità chiusa sul piano spazio-temporale e sul piano etico. Ma resta la curiosità di vedere Stänicke cimentarsi con il secondo film, dopo che con questo ha in modo assai originale vuotato il sacco sui suoi rapporti con la provincia e con la diversità.


Der Heimatloseregia, sceneggiatura: Kai Stänicke; fotografia: Florian Mag; montaggio: Susanne Ocklitz; interpreti: Paul Boche (Hein), Emilia Schüle (Greta), Philipp Froissant (Friedemann); produzione: Tamtam Film, Lupo Film; origine: Germania, 2026; durata: 122 minuti.

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