Truly Naked di Muriel D’ansembourg (Perspectives)


Come nel terzo capitolo di James Bond Goldfinger i dettagli del corpo di una donna dorata riempiono l’inquadratura di Truly naked mentre scorrono i titoli di testa. Non appena l’immagine si allarga, però, ecco emergere lo scenario di un porno amatoriale in piena azione: un uomo muscoloso, rasato, che ci dà dentro in una stanza anonima, su un materasso spoglio. Ansimante imperversa sulla ragazza, la costringe in ginocchio fino al fiotto finale, il tutto ripreso dall’obiettivo di un giovane fotografo che sorride e gira attorno alla scena in cerca della poesia di un coito. Si chiama Alec e suo padre Dylan è l’impresario pornografico in scena, quello che mette se stesso e le sue performance erotiche a servizio di un canale streaming a pagamento.

L’esordio di Muriel D’ansembourg presentato nelle Perspectives della Berlinale pone al centro la questione urgente del libero accesso alla pornografia, della sua fruizione illimitata, e di conseguenza, della perdita d’aura del proibito che normalizzato e moltiplicato sugli schermi del nostro quotidiano si trasforma in unica pratica sessuale possibile. Alec va al college e all’interno del progetto ‘addiction‘ propone di indagare ciò che meglio conosce: il sesso in rete. Quello che non si aspetta però è che l’insegnante – in cerca di un punto di vista femminile – gli affianchi l’esuberante compagna Nina. Un incontro forzato che la D’ansembourg adopera per mostrare le distanze relazionali di un ragazzo abituato alla brutalità del contatto. Alec è un giovane silenzioso e delicato da sempre assuefatto a guardare piuttosto che vedere. In questo scarto di significato sta la sua incapacità di avere un contatto, quello che Nina, da provetta mental coach, cerca di colmare muovendo calcolati passi di avvicinamento.

Truly naked seduce lo spettatore dentro e fuori dal set pornografico, in un ipnotico movimento pelvico che è cifra di una società incapace di riconoscere la differenza tra realtà e messinscena. C’è una ragazza che ha bisogno di soldi e chiede a Dylan di girare un video, ma non va, lei dovrebbe gridare oscenità, ma invece – ammette – per eccitarsi avrebbe bisogno di essere baciata sul collo. Lo stesso accade a Dylan, al contrario, lui che nella penombra del suo primo approccio con Nina crede di dover raggiungere l’apice come fosse dentro un film sadomaso: venendo sul volto della persona che dovrebbe guardare negli occhi. C’è amore e c’è appunto hardcore. Ma siamo ancora capaci di riconoscere la differenza? Gli stessi ruoli sono cristallizzazioni del patriarcato, lui sempre sopra, dominante, lei sempre sotto, costretta a soffrire in privato e a sorridere in pubblico. Se il sentimento si fa materia – sembra suggerire Truly naked – non resta spazio per lavorare d’immaginazione. Ed è qui che il film centra il bersaglio prendendo parole a senso unico e convertendole in acronimi ribaltati: così ‘bitch’ sta per being in total control honey. Come a dire che nell’universo dell’esplicito esiste sempre un margine di inafferrabile.Truly naked

Ma appunto l’immaginazione. Nei nostri tempi di concretezza della visione, in cui ogni informazione deve necessariamente passare per i nostri occhi per essere degna di considerazione, può esistere un numero speciale di “Playboy” in versione braille, da sfiorare come pelle da esplorare, dove il quadro completo è molto di là da venire perché prima occorre avventurarsi nell’inesplorato, trovare, come fossimo a caccia di un tesoro, un indizio dopo l’altro. Questa è la catarsi di Alec, che, come la messa in scena di D’ansembourg, oscilla tra la carezza leggera di un Coming of Age e il frontale spicciolo di un orgasmo tridimensionale. Il suo turbamento nei confronti di Nina è il vertiginoso superamento della paura del contatto e della sua proiezione performativa. Compiere il gesto è molto diverso che vederlo proiettato. Come per i due ragazzi, intendi finalmente ad amarsi eppure ancora sottoposti alla visione dell’obiettivo rimasto inavvertitamente acceso di fronte alla loro intimità. Decidono di guardare, ma non si riconoscono. La meccanica del gesto è lontana da loro e adesso anche per noi spettatori è tempo di smettere d’essere voyeur.


Truly NakedRegia e sceneggiatura: Muriel D’ansembourg; fotografia: Myrthe Mosterman; montaggio: Emiel Nuninga; musica: Evgueni Galperine, Sacha Galperine; interpreti: Andrew Howard, Kate Kennedy, Lyndsey Marshal, Alessa Savage, Safiya Benaddi, Caolán O’Gorman; produzione: Isabella Films, BVBA, Cinéma Defacto and Ici, Là Productions; origine: Olanda/ Belgio/ Francia, 2026; durata: 102 minuti.

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