L’ultimo film della regista franco-libanese Danielle Arbid, Only Rebels Win (“Solo I ribelli vincono”), presentato come apertura della sezione “Panorama”, può essere definito come “melodramma politico”: una storia d’amore difficile, ai limiti dell’impossibile, vissuta sullo sfondo della Beirut contemporanea. Fin dalle prime immagini, lo spettatore è avvertito: quella Beirut che scorre sullo schermo è un’illusione. A causa dei bombardamenti israeliani che hanno reso impossibili le riprese in Libano, la regista ha scelto di filmare gli sfondi nella capitale e proiettarli in retroproiezione in studio, a Parigi. Non è solo un espediente tecnico, ma una scelta estetica e politica radicale. La Beirut di Only Rebels Win è un luogo sospeso, fragile, come i suoi protagonisti: esiste e al tempo stesso potrebbe scomparire.
Al centro del racconto c’è Suzanne, interpretata da una magnetica Hiam Abbass, attrice palestinese di cittadinanza israeliana, nota per le sue interpretazioni in film quali La sposa siriana (2004), Paradise Now (2005), L’ospite inatteso (2007) o Il giardino di limoni (2008). Qui interpreta una vedova sessantacinquenne di origine palestinese, madre di due figli adulti. Conduce una vita apparentemente ordinaria nella classe media della capitale libanese. L’incontro casuale con Osmane (Amine Benrachid), giovane migrante sudanese senza documenti che lei salva da un’aggressione razzista, incrina però l’equilibrio. Da quel gesto di solidarietà nasce presto un’intimità inattesa, poi una passione che travolge convenzioni, differenze d’età (li separano quarant’anni), gerarchie di classe, pregiudizi etnici.
Arbid, riconosciuta autrice di lungometraggi e documentari presentati in festival internazionali, già vincitrice del Pardo d’Argento e del Pardo d’Oro al Festival di Locarno (rispettivamente nel 2000 con Seule avec la guerre e nel 2004 con Conversations de salon), non cerca la verosimiglianza sociologica, ma l’urto simbolico. Il film si iscrive consapevolmente nella tradizione del melodramma classico, evocando pellicole quali Secondo amore di Douglas Sirk o La paura mangia l’anima di Rainer Werner Fassbinder: amori scandalosi che mettono a nudo l’ipocrisia della comunità. Come nei modelli citati, la pressione sociale si manifesta attraverso figli indignati, colleghi sospettosi, vicini ostili. Eppure Only Rebels Win non si limita a contrapporre amore e società. Con intelligenza e delicatezza, Arbid lascia emergere anche le asimmetrie interne alla relazione: le differenze di età, di stabilità economica, di cittadinanza non scompaiono per magia. L’amore è insieme rifugio e campo di tensioni. La regista evita spiegazioni didascaliche, preferendo suggerire incrinature attraverso silenzi, distanze impercettibili, cambi di sguardo. La retroproiezione contribuisce a questo senso di straniamento. La profondità di campo ridotta, la grana delle immagini, la leggera artificialità degli sfondi sottraggono il racconto a un realismo immediato e lo collocano in una dimensione quasi onirica. È come se Arbid volesse ricordarci che ciò che vediamo è artificiosamente costruito, proprio come sono costruite le norme sociali che imprigionano i corpi. «È una storia basata sul contrasto, volevo difendere l’idea femminista che una donna di 70 anni possa innamorarsi di un uomo di 30. Niente lo impedisce», ha commentato la regista, la quale ha inoltre precisato «volevo creare opposizione a tutti i livelli: età, colore, etnia, religione. E poi, alla fine, far vincere l’amore. Suzanne e Osmane sono due eroi esemplari, ai miei occhi, proprio come nei vecchi film di Hollywood. Due anime ferite, al limite, ma che continuano a lottare».
Straordinaria è la prova attoriale di Hiam Abbass, come si diceva, che dona a Suzanne una complessità vibrante: fragilità e ostinazione, pudore e desiderio, senso di colpa e improvvisi slanci di libertà. Accanto a lei, Amine Benrachid restituisce a Osmane una dolcezza ferita, mai ridotta a semplice vittima. Insieme compongono una coppia credibile proprio nella loro improbabilità, incarnando due solitudini che si riconoscono. Ma il film è anche un ritratto impietoso e ironico del Libano contemporaneo. La società descritta da Arbid è attraversata da linee di faglia religiose, etniche, economiche; aperta in superficie, ma rigidamente compartimentata. In questo contesto, l’amore tra Suzanne e Osmane diventa una provocazione lanciata contro il conformismo. Il film non offre allo spettatore alcuna forma di consolazione catartica o rassicurante. Piuttosto, lo invita a interrogarsi sui nostri privilegi e sulle paure insite nelle nostre relazioni. Quanto siamo disposti a rischiare sentirci per sentirci vivi? E davvero amare può trasformarsi, in determinate circostanza, in un atto politico?
Only Rebels win – Regia e sceneggiatura Danielle Arbid; montaggio: Clément Pinteaux; musica: Bachar Mar-Khalifé; scenografia: Izaac Lacoue-Labarthe; interpreti: Hiam Abbass (Suzanne)), Amine Benrachid (Osmane), Shaden Fakih (Sana), Charbel Kamel (Georges), Alexandre Paulikevitch (Layal); produzione: Omar El Kadi, Nadia Turincev, Georges Schoucair per Easy Riders Films (Parigi) e Abbout Productions (Beirut); origine: Francia/ Libano/ Quatar, 2026; durata: 98 minuti.
