Chronicles from the Siege di Abdallah Al-Khatib (Vincitore delle “Perspectives”)

Chronicles from the Siege

Premessa: Già fin dalle prime immagini di Chronicles from the Siege ci si rende conto che il regista siriano-palestinese Abdallah Al-Khatib non ci racconta di un assedio da un qualsiasi fronte di guerra, ma da una città in particolare, pur senza farne il nome.
Parole pesanti hanno invece gravato il suo discorso alla premiazione del film, vincitore della sezione Perspectives, tanto che la Cancelleria tedesca ha convocato, pochi giorni dopo l’evento, una riunione di crisi. Per il momento sembra che la presidente del festival Tricia Tuttle, da soli due anni in questa posizione, rimanga nel suo ruolo. Ciò avrebbe compromesso, comunque, di molto il nome della Berlinale, considerato da sempre un festival di cinema che lascia ampio spazio alla discussione politica e alla libertà di parola. Il dibattito partito con questa edizione, quindi, particolarmente acceso fin dall’inizio, si conclude tutto sommato con un segno positivo, e l’interessante metafora usata dal regista İlker Çatak nel film vincitore dell’Orso d’Oro Gelbe Briefe di paragonare Berlino ad Ankara, e quindi la politica di censura turca a quella tedesca, pur consentendo diversi margini di riflessione, si rivela ancora per fortuna lontana dall’essere attuata.

Chronicles from the Siege

Ma torniamo al film. Un uomo con una piccola cinepresa, quasi un moderno Dziga Vertov al servizio della verità, riprende e documenta la distribuzione del pane fra le rovine di strade e palazzi di questa non ben specificata città del Medio-Oriente, ma che tutti intuiscono essere Gaza. Mentre registra la cinepresa si sofferma sul volto scheletrico, quasi cadaverico di un uomo, che più avanti verremo a sapere risponde al nome di Arafat (Nadeem Rimawi) – chissà se si tratta di un voluto riferimento al famoso leader palestinese. Vediamo il volto di quest’ultimo riempirsi di tristezza quando il pacco di pane che era riuscito ad agguantare gli viene sottratto, letteralmente rubato dalle mani, da qualcuno fra la folla affamata radunatasi per l’occasione. Ma l’uomo sfiancato non è in grado di reagire. Altra sequenza. Ritroviamo ancora Arafat, ormai del tutto stremato fisicamente, nella cucina di un appartamento alla disperata ricerca di cibo. Qualcuno bussa alla porta: è un vicino o conoscente che ha pensato bene di portargli del pane per riconoscenza. Il volto di Arafat si illumina per un momento, ma si serve del pane in modo diverso da come ci saremmo aspettati.

Le Chronicles raccontano episodi molto diversi fra loro: si va, per esempio, dal gruppo di amici in cerca di legna per scaldarsi che, facendo un buco nel muro, irrompono nell’ormai desolato negozio, che era stato la videoteca di Arafat, dove trovano cimeli e chicche cinematografiche, cumuli di videocassette impolverate, dei quali sanno anche apprezzare il valore, ma che nella disperazione del momento non ci pensano due volte a bruciare per scaldarsi dal freddo, bloccati e circondati dai cecchini appostati fuori, oltre le pareti sottili dell’edificio che li nasconde. Si passa poi all’episodio di una sigaretta diventata oggetto conteso da ben cinque persone, passando poi per il racconto, forse il più discutibile ma anche il più stranamente farsesco e meno drammatico, di un appuntamento d’amore clandestino. Ed infine quello di chiusura, il più tragico, dove, in un tendone allestito da ospedale da campo, il sangue per le trasfusioni viene a mancare e l’infermiera è costretta a fare delle scelte.

Chronicles from the Siege

Accompagnato solo dalla tragica musica degli aerei che sfrecciano e dai boati delle bombe che scoppiano, il film ci parla in tutti i suoi episodi di una estenuante lotta quotidiana alla sopravvivenza e di individui che ogni giorno resistono, e con grande fatica esistono, sotto continue azioni di guerra. Ma mentre la cinepresa torna a comparire in alcuni momenti della narrazione, non è tanto il realismo alla Vertov il movente del regista, anzi si ha più la sensazione che Abdallah Al-Khatib cerchi, anche in modo grottesco, di rappresentare e mettere in scena con Chronicles from the Siege la distruzione non solo fisica e mentale – nella pazzia di Arafat – ma anche materiale e umana – sia nell’episodio dell’ospedale, come in quello del frigorifero smembrato nelle sue parti – di una comunità ormai portata e ridotta allo stremo.

Pur raccontando storie molto diverse fra loro, in quasi ogni episodio sembra che il legame con gli altri sia costituita dalla figura di Arafat, che nonostante il suo attuale stato di  follia era stato in precedenza una figura stimata e conosciuta da tutti, per lo meno nel quartiere dove lui aveva il suo negozio, una videoteca piena di manifesti, frequentata da ognuno nel circondario.

Con questo interessante anche se forse discontinuo lungometraggio di debutto, che segue al doc Little Palestine (2021), il regista Abdallah Al-Khatib, crea uno scioccante bestiario delle possibili (non) scelte e situazioni in una condizione di guerra che annienta qualsiasi tipo di speranza negli individui che la vivono. Arafat, il protagonista, con la sua lucida follia e il suo vagare come uno zombi fra le rovine e le macerie di una – non qualsiasi – città, devastata dalle bombe e dalla fame, è forse la figura più emblematica con cui si chiude quest’edizione di una Berlinale che voleva essere politica tramite le sue scelte cinematografiche e che suo malgrado è stata a più riprese politicizzata.


Chronicles from the Siege  – Regia e sceneggiatura: Abdallah Al-Khatib; fotografia: Talal Khoury; montaggio: Talal Khoury; interpreti: Nadeem Rimawi, Saja Kilani, Ahmad Kontar, Samer Bisharat, Ahmed Zitouni; produzione: Issaad Film Prod., Evidence Film; origine: Algeria/ Francia/ Palestina, 2026; durata: 98 minuti.

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