17° Bif&st (Bari, 21-28 marzo 2026): Cattiva strada di Davide Angiuli (Migliore Interpretazione Maschile Malich Cissè e Giulio Beranek)

Il più evidente pregio di Cattiva strada, opera prima di Davide Angiuli, sta nel fatto che pur avendo una dichiarata e localizzata ambientazione, la periferia della Bari contemporanea, sembra collocata in una dimensione astratta che evita quasi sempre il didascalismo di un simbolismo troppo facile. Fin dall’inizio ambientato in un garage, nel quale Donato, un ragazzo di origine africana che per sopravvivere si arrangia con lavori precari e ai limiti della legalità, viene bloccato e sequestrato da Agust, un piccolo  ladro e ricettatore albanese; coinvolto in un furto, verrà licenziato dal proprietario del garage e, nelle disperazione generata dalla necessità di sopravvivere, andrà a rivolgersi proprio a quell’esagitato, inaffidabile e violento ras di quartiere, entrando in un gorgo di minacce, ricatti e costanti pericoli percepiti dall’interno dell’abitacolo di un automobile, appartenente alla nonna malata di Alzheimer di Donato. La parzialità di questa prospettiva che  è tutta concentrata sull’affanno di un tempo finalizzato a impossessarsi di una refurtiva da vendere, rende dunque maggiormente astratto e indefinito lo spazio periferico notturno, spesso colto nella sospensione delle albe, del passaggio tra la notte e il giorno. E la reclusione è un stato mentale che si traduce in una condizione fisica e concreta di isolamento e di controllo. Donato è infatti incaricato da Agust, oltre che di collaborare con lui nelle sue imprese criminose, anche di badare alla sorella, in quanto obiettivo di una non meglio precisata faida con un altro clan albanese. Anche in questo caso, la tensione non si costruisce su quello che sappiamo, perché vengono offerte molte poche informazioni su Agust e sulla sua famiglia, sulle ragioni del dover vivere cosi blindati e nascosti, un basso profilo contraddetto dal carattere impulsivo, rissoso e istrionico dell’uomo stesso. Il racconto procede per accumulo di situazioni che vengono reiterate e interrotte da una serie di digressioni, come la naturale attrazione che si sviluppa tra Donato e la sorella di Agust, attraverso la quale la ragazza spera di poter trovare una via di fuga dalla pressione opprimente di quell’esistenza marginale e sotto minaccia, incastonate in maniera misurata dentro la trama del plot principale.

I riferimenti – il noir urbano, il buddy movie tra caratteri maschili di segno opposto e perfino il dramma iperrealista di matrice sociale – vengono svuotati fino all’essenzialità, che si traduce in una secchezza di ritmo piuttosto godibile. La figura quasi fantasmatica della nonna di Donato che nel proseguo degli eventi si aggrava e non ricorda sempre più cose, oltre ad amplificare il senso di disperazione e di perdita di appartenenza del protagonista, più che mai un invisibile agli occhi di una società che appare assente e indifferente, sullo sfondo, funzionale esclusivamente a contenere il bottino per illudersi di riscattare il proprio di miseria, è la portatrice emblematica di una mancanza generazionale, di un vuoto relazionale. Se gli anziani non possono più comunicare con i ragazzi che attraversano le realtà, specie quelle più emarginate e bandite dal centro della comunità intesa come scena pubblica e politica, il tessuto connettivo si sfalda fino a far prevalere un individualismo isterico che non porta da nessuna parte. E il controcampo speculare è rappresentato dalla madre di Agust, una donna apparentemente tenera,  accogliente ed elegante nel degrado imperante di un abbandono permanente che, messa di fronte alla deflagrazione della tragedia, rivelerà una spietatezza ricattatoria e intransigente nel trattare perfino la libertà invocata dalla figlia come merce di scambio per un regolamento di conti, per l’ottenimento di una vendetta che non riproduce nient’altro che un sovvertibile ordine del più forte. Nonostante una simile, scarna messa in scena, Angiuli inserisce degli aspetti paradossali, come l’incredibile affezione che Donato arriva a provare nei confronti di un personaggio ostile e aggressivo come Agust, fino a considerarlo la propria “famiglia”: le vessazioni, le umiliazioni, il concepirlo come una sua proprietà costretta ad obbedire e ad agire ad ogni sua richiesta scomposta e pericolosa, sono conseguenze tollerate dallo sperduto ragazzo nella basica funzione di un qualcuno da cui ritornate e illudersi di sentirsi protetto e spalleggiato, nonostante venga lasciato palesemente, e al contrario, nel campo aperto ed esposto della microcriminalità, dove a vigere è la strategia di chi punta una pistola e, talvolta, ha il coraggio di andare fino in fondo e premere il grilletto.

Cattiva strada

Le scene di violenza o di atti criminali (pestaggi, case scassinate, omicidi) sono lasciate fuori campo, percepite e immaginate dalla febbricitante e preoccupata  aria da apprendista di Donato, che dimostra una maggiore propensione per la protezione e l’accudimento e il cui degenerare verso un incubo sempre più asfissiante e senza via di scampo è dovuto proprio al contatto con il suo mentore/carnefice, il cattivo maestro che lo alfabetizza sul linguaggio manesco e allucinato della prepotenza, del condurre ogni evento alla sua estrema conseguenza criminale. In alcuni passaggi viene in mente il rapporto che intercorre tra la vittima designata Marcello e il suo sadico usurpatore Simone in Dogman (2018) di Matteo Garrone, ugualmente materializzata sullo scenario tra realismo e simbolismo/onirismo di una periferia del mondo vista dalla proiezione di una crescente psicosi. Nel film di Angiuli c’è ovviamente un affondo meno acuto e spiazzante, e lo sguardo ancora in formazione si appoggia talvolta ad uno schematismo che sembra o girare un po’ a vuoto o lasciar cadere i resti della tanta carne al fuoco nel tentativo di chiudere il cerchio, di trovare un’immagine che sintetizzi e giustifiche l’esistenza delle altre, su un piano estetico e su un piano narrativo. Le prove degli attori, Malich Cissé come Donato e Giulio Beranek come Agust, possiedono comunque una loro incisività, ed è interessante mettere in mezzo, sempre a proposito di comunicazione e relazione, anche l’aspetto del linguaggio contaminato di entrambi, una cadenza di dialetto pugliese che racchiude in sé i toni, gli accenti, la eco dei fonemi di altre lingue e di altre culture, senza neanche sottolineare troppo questa discrasia linguistica (non c’è, per fortuna, la retorica un po’ facile sul razzismo, cosicché non risulta neanche eccessivamente fastidioso il pur abusato accostamento tra una società di fatto multiculturale e l’accostamento al sottobosco criminale). Pur non essendo esente dalla consunta premessa nonostante sia un’opera prima, Cattiva strada ha il suo piccolo, inquietante fascino, che allo sguardo sperduto in cerca e in richiesta di un appiglio reale là fuori da se stesso  del Marcello garroniano post tortura e post delitto, sostituisce il più sincopato e scattoso movimento di rabbia inesplosa rimasta tale di Donato. Che, come il suo regista, è ancora forse troppo acerbo per guardare con un respiro più lungimirante, al di là del parabrezza della propria auto, nonostante il promettente tentativo.

In sala dal 26 marzo 2026.


Cattiva strada – Regia e sceneggiatura: Davide Angiuli; fotografia: Emilio M. Costa; montaggio: Massimo Ruggiero, Roberto Missiroli; musica: Carlo Giannico; interpreti: Malich Cissé, Giulio Beranek, Lucia Zotti, Ema Andrea, Romina De Giglio, Pierpaolo Vitale, Dino Loiacono; produzione: Movimento Film, Oz Film, Verdeoro in collaborazione con Notorius Pictures  e Rai Cinema; origine: Italia, 2026; durata: 96 minuti; distribuzione: Notorious Pictures.

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