«L’idea di Vita mia mi è venuta osservando, negli ultimi anni, il rapporto che mia madre, malata di Parkinson, ha sviluppato con una signora salentina che si è presa cura di lei. È passata da un iniziale sentimento di frustrazione e rabbia per il suo stato di salute, a uno di tenerezza quasi materna verso questa donna semplice, intelligente e molto buona. […] La mia esperienza personale mi ha spinto a scrivere una storia di fantasia che, tuttavia, presenta molti punti in comune con quella reale, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente familiare, l’esperienza della malattia e il rapporto tra le due protagoniste. […] Tuttavia, il film non è solo il racconto di un’esperienza umana, ma anche un pretesto per riflettere sull’Europa. La piccola storia di Didi e Vita diventa metafora della grande Storia d’Europa. Il Vecchio Continente, infatti, con tutta la sua cultura, la sua storia, le sue lingue e le sue società, oltre a fare da sfondo alla nostra storia, ne influenza lo stile, la forma e il pensiero, al punto da diventare il protagonista nascosto del film.» (E.W.)
Edoardo Winspeare, autore di un cinema personale (tra gli altri l’etnografico Pizzicata, 1996, il pulsante Sangue vivo, 2000, il dramma ibrido ed ecologico In grazia di Dio, 2014), lo troviamo coinvolto, e fin dagli esordi, in quella piccola rivoluzione che, in corso da oltre vent’anni, porta il nome di “cinema del reale”. Un laboratorio-cinema in cui sia il modo del racconto che quello dello sguardo trovano – in prossimità del reale – una nuova forma di “passione” (La passione del reale, Daniele Dottorini, Mimesis, 2018). Uno degli aspetti più interessanti di questa modalità di fare cinema – tutt’ora in corso basti pensare a Tienimi presente e Deriva, in sala proprio in questi giorni-, è la sua carica di sperimentazione diretta a erodere gli espedienti retorici impliciti in gran parte delle pianificazioni narrative. Laddove, appunto, più che il dettame della psicologia dei personaggi è la vita nel suo farsi a emergere e sconfinare – sapore salmastro da gustare e decifrare a seconda dell’esperienza molteplice in atto nel reale.
Vita mia segna il ritorno al lungometraggio di Winspeare dopo più di nove anni. Su sceneggiatura dello stesso regista insieme ad Alessandro Valente e con la collaborazione di Mariangela Barbanente, proprio a una struttura narrativa robusta e complessa, seppur in certi snodi non proprio calibrata, il film affida la sua cifra – quasi in un à rebours rispetto all’apertura al reale delle opere precedenti. Mentre sui magnifici corpi attoriali di Dominique Sanda e Celeste Casciaro torneremo più avanti.
Nei suoi primi lavori Winspeare, con perizia ma anche con sincerità e partecipazione, ha tessuto la memoria, e la topologia affettiva, di luoghi e rituali centrati attorno a piccole comunità; e lo ha fatto talvolta con accenti di critica antimoderna, talaltra con schietto desiderio di riportare in vita pratiche, e anche virtù, di cui via via si sta perdendo memoria. Vite marginali e minori in quella accezione contemporanea (non ce ne voglia Winspeare) in cui il divenire minore è la miccia e la traccia con cui attivare trasformazioni più vicine alla vita (più immanenti). Basti pensare appunto ai tre film citati all’inizio, in cui le immagini, di finzione e documentarie, tramite l’intercessione dei protagonisti, spesso non professionisti, riescono a riattivare la memoria del passato in quanto forma viva e tutt’ora agente rispetto alle torsioni, e alienazioni, della inopinata modernità. Un fondo di fascinazione verso la tradizione rimane, anche se intrecciato, come detto, con pratiche e saperi popolari in movimento, in particolare in quella finisterre salentina raccontata dal regista, che ha radici cosmopolite ma che lì ha scelto di abitare (in un Salento che, al contempo, si è fatto sempre più meta di overtourism e matrimoni vip).
Vita mia racconta invece la vita straordinaria di una donna aristocratica (ovviamente déchue), interpretata da una magnifica Dominique Sanda, che dalla “più nobile famiglia d’Ungheria”, dopo essere sfuggita a nazismo e comunismo (dalla sceneggiatura livellati nella mostruosità), arriva esule in Francia, dove sopravviverà a modo suo: sarta presso la Maison Dior, prima, sposa a un nobile italiano, dopo, il cui lignaggio deciderà di seguire fino in Salento, trasferendosi in una splendida magione (latifondista) che non sfigurerebbe in un memoir di Deborah Levy (come agognato buen retiro e insieme bersaglio ironico della virtù del “Bene immobile”). Nel film vediamo scorrere la storia passata di Didi, questo il nome della donna, sia in flashback che, più spesso, in una forma sospesa tra sogno e allucinazione, scelta registica spaesante e assai riuscita (al netto di alcuni eccessi simbolici). La forma ibrida della memoria intrecciata all’inconscio, nel racconto al presente di Vita mia, è quella appartenente a una Didi oramai anziana. Nobildonna (che nomen ridicolo!) orgogliosa e arrogante, ma soprattutto donna che si ritrova del tutto sola nel dover fare i conti con una malattia che la rende fragile nel corpo e nella mente, Didi rifiuta di vedere i propri limiti. Nel voler a tutti costi rivendicare la propria autonomia e libertà, seppure in un senso liberale e classista, proprio alla sua estrazione costitutivamente “superba”, e dal cui fondo scuro mai del tutto si separerà, Didi si troverà costretta a scontrarsi con le conseguenze di una storia (non solo) familiare disfunzionale, omissiva e degradata (i due figli sono davvero soggetti pessimi), che la porterà, non senza fatica, ad accettare l’aiuto di Vita, donna più giovane ma soprattutto più aperta e generosa, seppure affaticata, sembra dirci Winspeare, dal fardello di un’esistenza marchiata da ristrettezze economiche e tradizioni patriarcali proprie a molte realtà popolari ai margini. Ecco allora che la mutilazione nella crescita affettiva di Didi, occorsa a causa dal trauma, storico e personale, subito da ragazzina, trovando corpo nel sintomo dell’onnipotenza e dell’essere inchiodata a una dimensione ancora infantile e fantasmatica, potrà vacillare soltanto a confronto con la differenza e la non subalternità del ciclone Vita, una donna che, arginando la tirannia strumentale e svalutante agita da una sempre più insicura Didi, con coraggio arriverà a chiedere al mondo anzitutto di essere vista, va da sé dentro l’esperienza della relazione.

La storia di conoscenza e via via di amicizia tra le due donne, in un rapporto di cura ma anche di conflitto rispetto alla malattia e all’esperienza della vecchiaia, oltre che di diffidenza e attrazione verso la differenza, è la parte più vibrante e credibile del film, che come ha sottolineato lo stesso Winspeare – vedi sopra – deriva da una storia di due vissuti a confronto.
Diversamente è l’aspetto che riguarda la ricostruzione storica e la riflessione politica sulla grandeur e la miseria del vecchio continente a rimanere, invece, troppo ancorato all’andatura tipica di una fiction televisiva e al pensiero, idealistico e consolatorio, in cui, parafrasando la notte delle vacche nere, tutte le case sono uguali. O comunque sono assai artificiose, basti pensare a tutta la vicenda, davvero troppo lunga, della beatificazione, per aver salvato degli ebrei durante il nazismo, del padre di Didi, orchestrata dall’avvizzita accolita di nobili magiari; o all’uso, del tutto umanizzato e sovrabbondante, dell’orso transilvano Attila.
Ma la storia di Didi e Vita riesce, con scarto agile, a scampare il rischio di farsi fagocitare dalla pesantezza della metafora, arrivando a trovare un suo carattere specifico e un proprio linguaggio.
In questo sfuggire alla tirannia della rappresentazione, il merito va in particolare alle due attrici, Sanda e Casciaro. Magnetica la prima (in grado di reggere una sequenza con la sola mobilità dello sguardo) e sensuale la seconda, bordeggiano un mondo parallelo a quello costruito della trama, in un fraseggio jazz fatto di sentimenti, paure e desideri la cui gestualità, oltre a performare con fluidità il dentro-fuori della maschera sociale assegnata, riesce a farsi espressione carnale e sensibile di un desiderio irriducibile. Il corpo e il dispositivo attoriale, insieme al respiro che, come una raffica o una folata di vento, mette a nudo, sono quelli, appunto, di un corpo desiderante che trova nel (fantasma del) reale la propria (im)possibile proprietà (im)mobile. In questo senso, che include lo spostamento da oggetto a soggetto di sguardo e desiderio, auspichiamo per Casciaro la possibilità di sperimentarsi anche altrove, con altre regie, in una estensione meno controllata di quello che appare, appunto, uno slancio tangibile, e contagioso, verso il desiderio. E magari per mano a Pino Zimba, indimenticabile interprete e musicista in Sangue vivo, insieme durante un concerto e in uno stato di trance abbandonica, dionisiaca e, questa sì, realmente nobile: Ca jeu lu core meu te l’aggiu ddare, ca jeu lu core meu te l’aggiu ddare.
Presentato al Festival di Torino 2025 (Sezione Zibaldone) e al al 17° Bif&st 2026 (Sezione A sud)
In sala dal 9 aprile 2026.
Vita mia – Regia: Edoardo Winspeare; sceneggiatura: Edoardo Winspeare, Alessandro Valenti e Mariangela Barbanente; fotografia: Roberta Allegrini; montaggio: Luca Benedetti; musiche: Paolo Buonvino; scenografia: Sabrina Balestra; interpreti: Dominique Sanda, Celeste Casciaro, Ninni Bruschetta, Ignazio Oliva, Karolina Porcari, Johanna Orsini, Francesca Ziggiotti, Dora Sztarenki, Josef Sholler; produzione: Donatella Palermo per Stemal Entertainment, Gustavo Caputo per Saietta Film, con Rai Cinema, con il contributo di MIC – DG Cinema e Audiovisivo, Regione Puglia, Fondazione Apulia Film Commission, Puglia Promozione, con la partecipazione di Banca Popolare Pugliese SCPA; origine: Italia, 2025; durata: 125 minuti; distribuzione: Draka Film.
