Tienimi presente di Alberto Palmiero


Sull’andirivieni tra realtà, che è quella dello stesso regista, quindi materia anche documentaria e autobiografica, e il suo divenire racconto, in cui i protagonisti da ‘persone’ man mano si trasformano in personaggi, in una riesplorazione porosa del romanzesco in grado di attivare anche il rapporto con la flagranza del reale, sta la cifra di questo sensibile e originale esordio.

Tienimi presente, primo lungometraggio del ventottenne Alberto Palmiero, casertano con studi al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, vincitore del premio Miglior Opera Prima all’ultima Festa del cinema di Roma, prodotto da Gianluca Arcopinto e dalla Kovac Film di Marco Bellocchio (entrambi appaiono nel film in riusciti inserti in bilico tra documentario e grottesco), si pone, infatti, lungo l’asse mobile campano, o comunque orientato a sud, che dal realismo poetico di Antonio Capuano e Salvatore Piscicelli, arriva fino al rinnovato racconto del (e con il) reale portato avanti da giovani autori come Antonello Scarpelli (Tarda Estate, Così com’è), Danilo Monte (Deriva) e Mino Capuano (Quanno chiove), anche interprete di se stesso nel film di Palmiero, passando per la commedia, e la malinconia, di Massimo Troisi. Olimpo tutto al maschile, e tant’è.

La storia di chi vuole fare cinema oggi – settore in crisi o con prospettive forzate dall’editing da consumo globale delle piattaforme – e la storia familiare ed esistenziale dello stesso Palmiero, diviso tra il desiderio di rimanere a Roma, inseguendo il sogno di fare cinema indipendente, e il bisogno di tornare a Caserta, ovvero in un perimetro protetto dalle abitudini della provincia e dal conforto, senza contropartita, di genitori e amici, sono i protagonisti di questa piccola opera. Piccola ma che tuttavia, ci scommettiamo, si candida a diventare volano per un manifesto generazionale – in ciò assumendosi il paradosso di immaginarsi ancora in un futuro?

Il movimento avanti e indietro di Alberto non ci appare animato dal passo nomade di chi si apre alla sperimentazione con coraggio e rischio. Piuttosto l’incedere, lento e scontornato, è quello della malinconia di chi non sente di avere (più) un proprio posto nel mondo. In questo riportando a una tendenza regressiva in atto in molte istanze giovanili correnti, costrette a strattonarsi tra un presente che le esclude e un passato che rischia di sovrastarne le potenzialità differenziali.

Tienimi presente
                     Alberto Palmiero

La necessità di Alberto di ‘comunicare’ – in modo laconico e inceppato ma anche assai sincero – con amici, familiari e poi con Gaia, ragazza incontrata durante una gita a Napoli, lui lì per ricevere un premio per un suo corto, situazione effettivamente accaduta, assume la forma, anch’essa porosa, a volte di un’immobilità o di uno sfuggire, impaurito, dalla densità degli eventi, altre volte di un micro-crescendo con cui, tra slittamenti continui tra reale e finzione, nel performare goffamente i lineamenti di una possibile agency, poter di nuovo posare, con fiducia e desiderio, uno sguardo sul mondo. In questa circolazione di istanze differenti se non opposte, le scelte continuamente rimandate di Alberto, l’inseguire e sfuggire i suoi sogni e insieme il suo stesso tempo, ne fanno sia una figura emblematica del presente, che un antieroe tragicomico del passato, con tratti, per capirci, del Nanni Moretti-regista-in crisi in Ecce bombo.

I luoghi del film sono quelli veri di chi li abita tutti i giorni: dal vero Festival di Venezia, con tanto di produttore che fa scouting nei pitch (Arcopinto), al vero set (Portobello di Bellocchio), alla vera camera da letto dei genitori di Alberto (molto ‘in parte’ entrambi), dove accade una delle scene più intense, delicate e riuscite del film – oltre le attese e le proiezioni genitoriali e sociali, accade il salto nel buio dell’ascolto, della comunicazione e della comprensione. Si palesa, insomma, il fenomeno dell’incontro e soprattutto quello della fiducia, quel collante e sentimento senza il quale non ci si alzerebbe nemmeno dal letto la mattina, che infatti è ciò che accade anche ad Alberto, nei momenti più bui del suo ritorno a Caserta.

Perché come anche succede in un’opera per stile diversissima come Sentimental Value, anch’essa peraltro al contempo vitale e malinconica, lo squilibrio e il trauma alla base di molte dinamiche sociali e familiari, che poi si ripetono e spesso invariabilmente in altre relazioni e altri ambienti sociali, fuoriescono e sversano nel cluster: “non riusciamo a comunicare”. O detto altrimenti: tienimi presente, vedimi per quello che sono (ora e di differente), dammi fiducia.

Forse una nota dubbiosa (e rivolta a entrambi i film) potrebbe essere questa: si ha a tratti la sensazione che questa pur necessaria istanza – familiare o generazionale o artistica che sia – finisca per fagocitare tutto il campo, tutto il resto; come se una fittizia programmaticità da ‘raccordo’ (o da accordo e intesa assoluti, basti pensare al finale del film di Trier) impedisca di far davvero entrare nelle vite – e nello sguardo – l’inatteso e il fuori (luoghi e moti sempre anche politici).

In anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025 (Premio Miglior Opera Prima).
In sala dal 26 febbraio 2026.


Tienimi presente – Regia: Alberto Palmiero; sceneggiatura: Alberto Palmiero e Davide De Rosa; fotografia: Lorenzo Mancini e Vincenzo Pezzone; montaggio: Francesco Di Gioia; musica: Francesco Di Grazia; interpreti: Alberto Palmiero, Carlo Maria Palmiero, Elena Fattori, Gaia Nugnes, Mino Capuano, Francesco Di Grazia, Gianluca Arcopinto, Elena Bellocchio; produzione: Gianluca Arcopinto, Kavac Film, Rai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 80 minuti; distribuzione: Fandango.

 

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