Ennesimo Film Festival (Fiorano Modenese, 26 aprile- 3 maggio 2026): Intervista a Carolina Cavalli

Carolina Cavalli

Carolina Cavalli

Carolina Cavalli è ospite dell’Ennesimo Film Festival in occasione della proiezione del suo secondo lungometraggio Il rapimento di Arabella, che vede nuovamente come protagonista Benedetta Porcaroli (le due avevano già collaborato assieme nel precedente film di Carolina, Amanda).

Le abbiamo fatto qualche domanda, sulla sua carriera, sul suo modo di fare cinema, sulla sua vocazione da scrittrice, e sul suo ultimo film. Ecco quello che ci ha raccontato.

La maniera in cui utilizzi la gamma espressiva di Benedetta (Porcaroli) è unico, si ha l’impressione che tu sia riuscita a cogliere e a sfruttare, nella sua espressività perennemente turbata, una nota di ironia che dona un tocco surreale alle situazioni, il ché si sposa perfettamente con le scene che costruisci. Ci sono elementi ricorrenti nel suo modo di recitare riscontrato solo nei tuoi film, come ad esempio la stessa frase ripetuta più volte, il bisbiglio, lo sguardo laconico a metà tra lo spaventato e l’aggressivo. Come sei/siete giunte all’intuizione e poi alla definizione di una tale chiave interpretativa?
Carolina Cavalli: Penso che i provini o, quando non sono possibili, le prove con gli attori e le attrici prima di scegliere se lavorare insieme, siano davvero la cosa più utile. A provino si comincia un po’ a costruire il personaggio, e il personaggio nel suo mondo, quindi credo si possa capire facilmente, o almeno intuire, la direzione che il ruolo può prendere con un’ attrice o con un’altra. Per me è stato chiaro che io e Benedetta avevamo un modo simile di intendere queste ragazze. Oltre al mondo che ha delle regole precise, come il nostro, solo un po’ più assurdo, per quanto possibile (e quindi lascia i personaggi un po’ isolati, non molto all’ascolto e spesso confusi) non ci sono delle caratteristiche di tono o di movimento precise, per quanto mi riguarda dovrebbero venire da un lavoro più intimo e sull’interiorità.

Il rapimento di Arabella è il terzo film che sceneggi, dopo Amanda e Fremont, che è stato co-sceneggiato in collaborazione con Babak Jalali. Che differenze riscontri tra avere la completa autonomia creativa di una sceneggiatura rispetto ad una collaborazione? Come ti trovi maggiormente a tuo agio?
Con Babak è un po’ diverso perché non sento molta differenza. Nel senso che sono completamente libera e poi accetto tutte le note perché c’è un momento chiaro, secondo me, in cui la sceneggiatura comincia ad appartenere al regista che nel caso di Fremont e nel prossimo non sono io, ma è Babak. Quindi con questa chiarezza e in generale una sintonia nella scrittura, è un processo molto simile alla scrittura solitaria. Diverse per me sono state le writers’ room, ovviamente non avevo mai potuto scrivere prima, quindi sono state utilissime, puoi guadagnare un po’ di soldi con quello che sogni di fare, puoi cominciare a farti conoscere, ma di certo, credo valga quasi per tutte, all’inizio non hai nessuna libertà.

La somiglianza tra Benedetta e Lucrezia Guglielmino è impressionante, come l’hai trovata?
Abbiamo fatto provini nelle scuole e nei centri sportivi e nelle scuole di recitazione, oltre che verificare nelle agenzie, credo si faccia sempre così per trovare bimbe e i bimbi. Poi ci sono altre cose importanti da tenere in conto. Se lo vogliono davvero fare, se sono abbastanza maturi da capire che stanno recitando una parte, se riescono a concentrarsi a lungo e imparare a memoria, se i gentori o chi si occupa della bimba sono persone in grado di affrontare un’avventura del genere. Quindi erano molte le cose da cercare, ero un po’ tesa. Ci è andata molto bene.

I personaggi nel tuo cinema recitano in maniera molto asciutta, con poche inflessioni; fanno pensare al cinema di Jim Jarmusch o Aki Kaurismaki, però, a differenza di questi due autori, nelle tue scene c’è un elemento di vitalità pop e colorata che si aggiunge in maniera provocatoria e rende riconoscibile il tuo cinema. Come delle esplosioni o degli schianti che hanno a che vedere con un lato giocoso ed infantile. Che tipo di sensazione cerchi quando costruisci le tue scene?
In realtà cerco di costruire le scene e i film nel modo più semplice possibile e provo a farlo nel modo più giusto possibile. Cerco di conoscere bene le regole e la poetica del mondo immaginato, non penso a cose che escono dal film, come ai temi o i simboli, penso a quel posto come un posto vero e quei personaggi come persone. Conosco le dinamiche tra personaggi perché le ho inventate ma provo a studiarle sempre meglio una volta che esistono. Le scelte fatte prima di immaginare il mondo, le linee guida, invece, per me spesso vengono da immagini da estendere a un universo, o da concetti da estendere a una dimensione fisica e formale.

Oreste D. (Chris Pine) il padre di Arabella, è un personaggio che pare volutamente ridicolo e grottesco, mi ha incuriosito molto e avrei voluto saperne di più sulla sua ossessione per Franzen, sembra quasi che molto di quel personaggio sia stato sviluppato in sede di sceneggiatura ma poi non sia arrivato nel lavoro finale, hai immaginato cosa sarà di lui e come andrà a finire la sua storia? A proposito, a te piace Franzen?
Sì, mi piace come scrive Franzen e i suoi libri. Il padre di Arabella è un personaggio che arriva sempre troppo presto o troppo tardi, ma poi le cose per lui si risolvono sempre in un modo o nell’altro. Per questo forse hai l’impressione non sia un personaggio tragico, ma grottesco. Credo sia importante dare un mondo ai personaggi secondari e credo che la scelta degli attori in questo senso sia molto delicata. Abbiamo sempre immaginato fosse ossessionato da un successo letterario che non ha mai raggiunto, ma che ha intuito da più giovane e che forse non ha saputo gestire. Ho anche immaginato che avesse un’adiacenza con Franzen, magari la stessa scuola, o la stessa ex ragazza.

Nel tuo romanzo Metropolitania la protagonista, Eddi, è una persona che tende all’alienazione, ed esattamente come per Amanda e Holly, si affiderà ad un altro individuo per riscattare la propria identità. Questo “affidarsi” è quasi un’imposizione, come Amanda impone la sua amicizia a Rebecca, così Holly rapisce ed impone la sua “identità” ad Arabella. E’ attraverso una smania di possesso, di controllo, e di relazioni sublimate che questi individui trovano una tensione che li dirige. Trovo questo aspetto molto interessante. Da dove nasce l’esigenza di esprimere questa dinamica particolare?
Credo che se Holly avesse capito o interpretato la realtà in modo logico, non avrebbe mai imposto la sua identità a una bimba. Alla fine, infatti, dice: “Non l’avrei mai fatto, io sono buona”. Secondo me più che una forma di controllo, tutte queste protagoniste cercano una forma di riscatto per se. Lo cercano fuori, perché forse non sono in grado di cercarlo dentro. Vogliono riprendersi quello che spetta loro, secondo loro, che sia un passato migliore e magari pure glorioso, come Olivia, che sia un’amica mai avuta, come Amanda, o che semplicemente sia una vita avventurosa, priva di responsabilità e piena di adrenalina, come Eddi.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi progetti futuri? Stai lavorando a qualcosa o hai già del materiale a cui hai intenzione di dedicarti quando finirai il tour per presentare e promuovere Il rapimento di Arabella?
Sì, ho quasi finito la stesura di un film. Devo cominciare a editarla, quindi non sono ancora sicura sia a che punto sono, se molto indietro o molto vicina ad una stesura finale.

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